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Radio pirata e radio libere tra Regno Unito e Italia

Sarah Brandi di Sarah Brandi
30 Giugno 2021
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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Nel parlare di pirati che infestano i mari circondanti le isole britanniche viene da pensare agli individui con gambe di legno e occhi bendati che nel Cinquecento solcavano gli oceani su immensi galeoni attaccando e saccheggiando la flotta della Marina inglese. Di certo, non si immaginano dei rockettari incalliti che trascorrono il loro tempo su una nave ancorata in mare aperto trasmettendo musica rock dall’alba a notte fonda. Eppure, se negli anni Sessanta nel Regno già allora governato dalla Regina Elisabetta si parlava di corsari era proprio a questi individui con basettoni e capelli eccessivamente lunghi che vivono di musica pop su imbarcazioni al largo del Mare del Nord che si faceva riferimento. A raccontarci qual era lo scopo di questi pirati ci pensa I Love Radio Rock, un film uscito nelle sale cinematografiche nel 2009, che narra attraverso le avventure di una radio fittizia, per l’appunto Radio Rock, la storia delle radio pirata anglosassoni.

Richard Curtis, sceneggiatore e regista, fa quindi rivivere sul grande schermo il fenomeno di quelle radio che sfidarono le autorità britanniche per diffondere un modo diverso di pensare la radiofonia. Per capire il contesto in cui tale avvenimento ebbe luogo, bisogna sapere che nel secondo dopoguerra in Gran Bretagna le trasmissioni radiofoniche erano interamente sotto il monopolio della BBC, che sui suoi tre canali diffondeva solo informazioni culturali datate e si limitava a mandare in onda ore e ore di musica classica, poco amata da molti degli ascoltatori. In un’epoca in cui i Beatles, i Rolling Stones e i Kinks stavano regalando al mondo alcune delle canzoni più belle di tutta la storia, la tediosa emittente inglese privava il suo popolo dell’ascolto di questi capolavori, circoscrivendo la diffusione della musica pop a poche ore settimanali e ad alcuni pezzi firmati da band prodotte dalla DECCA o dalla EMI.

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Tuttavia, in un tale momento di fermento intellettuale non tutti accettavano che l’intrattenimento radiofonico si limitasse a una programmazione adatta solo a quanti dotati di una “cultura alta”: come la televisione si stava aprendo al nuovo, era giusto che anche la radiofonia vibrasse per un rinnovamento che permettesse anche al popolo, e non solo ai ceti agiati, di godere di questo strumento. Fu così che nel 1964 un gruppo di imprenditori decise di sfidare l’establishment fondando Radio Caroline su di una nave ancorata al di fuori di acque inglesi.

È proprio dalla storia di Radio Caroline che Richard Curtis ha tratto ispirazione per il suo film, che se da un lato segue le vicende di personaggi fittizi, dall’altro cerca di far comprendere l’importanza che il fenomeno ebbe nel clima culturale dell’epoca. Quello che si capisce è che la musica fu il principale trampolino che spinse alla nascita di queste trasmissioni illegali in cui a essere mandate in onda erano quelle sonorità energiche in cui i più giovani, e non solo, potevano riconoscersi e attraverso cui potevano esprimersi. E se le radio pirata, eccetto Radio Caroline, ebbero breve vita a causa del Marine Broadcating Offences Act (1967), che interdì di trasmettere da qualsiasi nave, aereo o struttura adibita a stazione radiofonica che trasmetteva da acque internazionali verso il Regno Unito, non si può negare che è stato proprio grazie al loro spirito innovativo che la radio ha continuato a sopravvivere rinnovandosi.

Se le vicende radiofoniche del Regno Unito vengono raccontate attraverso il film I Love Radio Rock, l’evoluzione della radio italiana invece può essere vissuta attraverso il lungometraggio diretto da Luciano Ligabue, Radiofreccia (1998). Come nella nazione inglese, infatti, anche in Italia nel secondo dopoguerra la radio era sotto il monopolio di una sola società, la Rai, che trasmetteva quasi rigorosamente solo musica nostrana, i cui speaker avevano una dizione perfetta e in cui la censura regnava padrona. Poche erano le eccezioni alla rigida strutturazione che la compagnia dava al suo palinsesto: le uniche trasmissioni che accoglievano il nuovo e si discostavano dalla regola erano Bandiera Gialla e Per voi giovani, programmi d’evasione in cui anche musicalmente si respirava una ventata di novità. Così come il popolo inglese, anche una parte di quello italiano sentì dunque il bisogno di trasformare la radiofonia nazionale e siccome ciò non era possibile attraverso la legalità lo si fece attraverso l’illegalità. Infatti, sempre più persone sin dagli inizi degli anni Settanta si riunirono in diversi luoghi per iniziare a tramettere sulle onde corte contenuti taciuti dalla radio ufficiale. Nacquero così quelle che vengono definite radio libere, che permettevano di dar voce a quelle minoranze, soprattutto giovanili, che non si sentivano rappresentati dai canali ufficiali. Diversi furono gli scopi di queste radio: alcune erano politiche, altre confessionali, altre musicali, altre ancora di evasione in cui non si faceva altro che cercare di far distaccare l’ascoltatore dalla pesantezza della realtà.

Le radio pirata e le radio libere italiane si distanziano l’une dalle altre per diverse ragioni, tra cui il luogo di trasmissione e l’epoca della loro nascita. Tuttavia, ciò che accomuna questi due fenomeni è che entrambi nacquero per il bisogno di una generazione che, stanca di apparenti perbenismi, volle sperimentare nuovi linguaggi e forme di comunicazione libere da restrizioni e censure.

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