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Quando Millais dipinse l’Ofelia di Shakespeare

Sarah Brandi di Sarah Brandi
30 Giugno 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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Nel 1848 in Gran Bretagna venne fondata la Confraternita dei Preraffaelliti, un’associazione di artisti non amanti dell’arte a loro contemporanea che decise di tornare a dipingere seguendo gli ideali e l’esempio delle opere prodotte prima di Raffaello, pittore che ritenevano avesse inquinato l’arte esaltando l’idealizzazione della natura e il sacrificio della realtà in nome della bellezza. I Preraffaelliti avevano come scopo quello del ritorno a un passato nostalgico che fondesse tra loro i concetti di bellezza, arte e vita. Questo rimpianto per un tempo ormai andato, mitico e mai vissuto si rivelava anche nei temi che questi artisti sceglievano per le loro opere rappresentanti spesso avvenimenti antichi e leggendari, come quelli biblici, arturiani e shakespeariani.

Ispirato a un episodio narrato dal Bardo dell’Avon in una delle sue tragedie è anche il quadro divenuto manifesto del movimento: Ophelia (1851) di John Everett Millais. Infatti, il pittore per questo suo capolavoro scelse di rifarsi a una delle figure femminili più tragiche ideate da Shakespeare, l’Ofelia di Hamlet, che innamorata del principe di Danimarca muore tragicamente, dopo essere impazzita, annegando in un fiume.

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Conservata al Tate Britain di Londra, l’opera ritrae proprio il momento in cui Ofelia si lascia trasportare dalla corrente del flusso d’acqua compiendo quel trapasso che metterà fine alla sua vita ricca di sofferenza. Chi si trova dinanzi alla tela non può fare a meno di restare estasiato dalla perfetta esecuzione, dai colori e dalla luce ma, soprattutto, non può evitare di immedesimarsi in quella fanciulla circondata da fiori e sentire il dolore che ella ha provato nel momento in cui ha scoperto che il suo amato aveva ucciso il tanto adorato padre e che in realtà non l’aveva mai amata.

Per dipingere la morte della sua Ofelia, Millais prese diretta ispirazione dai versi shakespeariani cercando di riprodurre fedelmente quanto il drammaturgo aveva descritto nella VII scena del IV atto dell’Hamlet: C’è un salice che cresce storto sul ruscello e specchia le sue foglie canute nella vitrea corrente; laggiù lei intrecciava ghirlande fantastiche di ranuncoli, di ortiche, di margherite, e lunghi fiori color porpora cui i pastori sboccati danno un nome più indecente, ma che le nostre illibate fanciulle chiamano dita di morto. Lì, sui rami pendenti mentre s’arrampicava per appendere le sue coroncine, un ramoscello maligno si spezzò, e giù caddero i suoi verdi trofei e lei stessa nel piangente ruscello. Le sue vesti si gonfiarono, e come una sirena per un poco la sorressero, mentre cantava brani di canzoni antiche, come una ignara del suo stesso rischio, o come una creatura nata e formata per quell’elemento. Ma non poté durare a lungo, finché le sue vesti, pesanti dal loro imbeversi, trassero la povera infelice dalle sue melodie alla morte fangosa. Si narra che per riuscire a riprodurre fedelmente ogni sfumatura della vegetazione della scena, il pittore abbia trascorso quattro mesi sulle rive del fiume Hogsmill a Ewell, nel Surrey, e che ogni giorno sia rimasto per ben undici ore su quelle sponde.

Nel suo dipinto, grazie ai dettagli che scelse di rappresentare, l’artista riuscì a catturare perfettamente l’essenza della fragile Ofelia: ogni fiore, ogni particolare racconta un pezzettino della sua storia, tutto è simbolico. E, così, i ranuncoli nella parte inferiore del dipinto diventano simbolo dell’ingratitudine di Amleto, mentre le margherite e la rosa – anche riferimento al soprannome rosa di maggio a lei dato da suo fratello Laerte – che la circondano stanno rispettivamente a simboleggiare l’innocenza e la gioventù d’Ofelia. Ma insieme a queste immagini che rappresentano tutte le virtù della fanciulla ci sono anche metafore dell’angoscia che ella ha dovuto patire: il salice piangente che si riversa sul suo corpo si trasfigura nel pianto disperato di chi viene abbandonato dal proprio amato e l’ortica sita al di sotto di quei rami diventa allegoria di dolore e afflizione. E, ancora, quelle violette che le cingono il collo, oltre a essere simbolo della sua castità, si trasformano in un triste presagio di quella morte prematura che la strapperà alle gioie della vita e che viene annunciata anche dal teschio nascosto tra le fronde e dal papavero in primo piano.

Tra i colori a olio vivaci e lucidi della vegetazione si intravede la figura dell’impalpabile Ofelia, incarnata da Elizabeth Siddal: mentre stringe tra le mani dei fiori e sussurra parole d’amore, la sua pallida pelle, le sue membra diventano tutt’uno con il flusso d’acqua acquisendone la leggerezza e, così, abbandonando per sempre quei fardelli che furono per lei in vita l’obbedienza cieca per il padre e l’amore incondizionato per Amleto.

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