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Policy di Instagram: se anche i social diventano bigotti, cosa ci resta per normalizzare?

Chiara Barbati di Chiara Barbati
29 Dicembre 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Di tutti i tabù che la modernità prova a sdoganare, esistono questioni ancora innominabili, pregiudizi dei quali, nonostante ogni vano tentativo, non riusciamo a liberarci. Il 2021 si avvicina, la scienza fa progressi inimmaginabili, la globalizzazione ha conquistato il mondo, eppure abbiamo ancora grandi problemi con il sesso. Il tabù per eccellenza, il peccato originale, il più grande disonore: nessuna rivoluzione è mai riuscita a liberare la sessualità da quell’aura di ripugnanza con la quale ancora è pubblicamente vissuta. Sorprendentemente, non accade solo in Italia, che per anni è stata vittima e complice della morale cattolica, e non è un problema circoscritto neanche a quei Paesi in cui il confine tra Stato e religione è ancora esageratamente sottile. È tutto il mondo moderno, da Oriente a Occidente, ad avere problemi con la sessualità o, almeno, con quella non normata. Espressione di questo malessere globale, la nuova policy dei social network di Mark Zuckerberg nei confronti dei contenuti sessuali.

Se il mondo digitale non può essere un completo sostituto di quello reale, ne è però una buona riproduzione. Non è uno strambo Sottosopra con dinamiche umane e relazionali diverse da quelle reali, anzi, il mondo virtuale spesso rende più espliciti, più evidenti e più semplici da identificare i malfunzionamenti della quotidianità. Ed è esattamente ciò che sta accadendo con la nuova policy, di cui Instagram è protagonista, che a partire dal 20 dicembre ha segnato una rivoluzione nella visibilità dei contenuti. In passato, i social di Zuckerberg sono già stati al centro di numerose polemiche a causa della censura di contenuti ritenuti impropri dalla piattaforma. È il caso, per esempio, della rimozione di alcune immagini di nudo – prive di sfumature a sfondo sessuale – come quelle rivolte alla lotta al tumore al seno, che inevitabilmente ritraggono torsi di donne con profonde cicatrici. In generale, questo tipo di rimozione ha quasi sempre riguardato immagini di corpi non normali, corpi di donne che non rispecchiano i canoni di bellezza contemporanei, corpi con cicatrici o disabilità, ma non solo. Su Instagram bisogna, poi, fare attenzione a scrivere le parole giuste, come reggiseno, rimossa anche quando adoperata innocentemente per dare consigli di moda, perché al suo interno contiene un termine talmente scabroso e proibito che neanche più le blogger di stile possono vivere una vita spensierata. Ma se questo è ciò che accadeva fino a pochi giorni fa, con la nuova policy le cose rischiano di diventare ben più gravi.

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Espressione di una mentalità bigotta ed essenzialmente sessista, secondo cui la sessualità è ancora considerata come un segreto da nascondere e non un normalissimo aspetto della quotidianità umana, Instagram oscurerà ogni contenuto considerato discutibile. La definizione di tale aggettivo è, peraltro, piuttosto arbitraria: non comprende, infatti, solo i contenuti sessualmente espliciti, ma qualunque tipo di riferimento ai corpi e alla sfera sessuale anche quando assolutamente privi di malizia. A dirla tutta, al giorno d’oggi forse dovremmo imparare ad abbandonare ogni critica anche nei confronti dei sex workers e iniziare a sdoganare l’aura peccaminosa che ancora inevitabilmente affidiamo alla sessualità, ma la nuova policy fa talmente tanti passi indietro che una visione tanto progressista sembra fantascienza. Saranno infatti oscurati, indistintamente, divulgatori, artisti, profili che si occupano di sensibilizzazione ed educazione, sebbene si ricordi che la scienza e l’arte non possano mai scoprirsi soggette ad alcun tipo di censura, almeno secondo la legge italiana.

Non saranno solo le immagini più scabrose a essere incriminate, ma anche qualunque tipo di riferimento attraverso le parole e, addirittura, le emoji, spesso utilizzate come metafora per evitare riferimenti espliciti. Chiunque crei contenuti, scriva termini o utilizzi hashtag facenti parte della nuova lista nera di Instagram, diverrà vittima di ciò che è comunemente chiamato shadowban. I materiali considerati disdicevoli, infatti, non verranno eliminati – a parte le immagini di nudi, anche coperti, che vengono già bannate quotidianamente –, ma i profili che li hanno prodotti saranno soggetti a una limitazione della loro visibilità. Un sotterfugio, forse, per non essere accusati di censura che, però, non cambia il risultato: si è liberi di divulgare qualunque contenuto o informazione, ma non si è liberi di averne accesso.

La decisione della piattaforma, lungi dall’essere espressione della modernità, è più grave di quel che sembra. Ai tanti che immaginano il mondo di Instagram popolato da una gioventù sprecata che vive di sesso insano e sfrenato, di corpi seminudi e sguardi ammiccanti, manca la contezza di quanto la piattaforma sia stata luogo di divulgazione in un Paese in cui tante tematiche non si studiano a scuola. Di tutte le cose buone che internet ha permesso, di tutte le rivoluzioni che non avrebbero avuto la stessa eco, la sfera sessuale è probabilmente quella che ne ha giovato di più, e no, non è un male. L’Italia resta uno dei pochissimi Paesi europei che ancora non insegna educazione sessuale e sentimentale nelle scuole. Trattando ancora il sesso come un male da evitare, si persiste nell’incosciente decisione di non insegnare ai nostri giovani assolutamente nulla sulla contraccezione, sulle malattie sessualmente trasmissibili e neanche sul rispetto o sul consenso. Non dovrebbe sorprendere, allora, che i numeri in quanto a gravidanze adolescenziali e violenze siano tanto deludenti. Ma attraverso la rete e soprattutto le piattaforme come Instagram, sono numerosi i profili di esperti – psicologi, sociologi, attivisti – che hanno dato ai nostri giovani ciò che l’istruzione scolastica e l’educazione familiare ancora non sono in grado di – e non vogliono – dare.

Un’altra comunità che ha potuto trarre respiro grazie alla divulgazione e alla community del web è quella LGBTQ+. Che la natura umana sia fatta di infinite sfumature impossibili da etichettare dovrebbe essere ormai chiaro, eppure esistono moltissime micro-comunità che non hanno visibilità all’interno dello spazio mediatico tradizionale. A quelle infinite sfumature della sessualità e dell’affettività corrispondono altrettante numerose persone che, non avendo accesso alla conoscenza, non sono in grado di comprendere il proprio io e la propria identità. La divulgazione attuata tramite i social media ha permesso una maggiore consapevolezza di se stessi, dei propri desideri e degli altri, e non può che apparire sconcertante l’idea di veder scomparire quei profili e quei contenuti che hanno fatto il lavoro che lo Stato e la famiglia non hanno voluto addossarsi.

Con la nuova policy, inoltre, diventerà difficile fare riferimento a quella rape culture che si tenta invano di abbattere perché sarà quasi impossibile parlarne senza nominare quelle stesse oscenità che Instagram ha intenzione di bannare. È questa, forse, la conseguenza più grave, perché se c’è una cosa di cui abbiamo bisogno è parlare della cultura dello stupro e del sessismo ancora fortemente radicato all’interno delle nostre società e che appaiono tuttora invisibili agli occhi della maggior parte delle persone. Verrà probabilmente oscurata anche la sex positivity, ovvero l’orientamento – riconosciuto e anzi promosso come fondamentale anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – che ha l’obiettivo di celebrare la sessualità come inevitabile e normale aspetto della vita umana, e di non parlarne unicamente in un’ottica di prevenzione di esperienze negative o di rischi associati.

Insomma, se parlare di sesso fa ancora così tanta paura, mettere a tacere le voci che ne parlano in modo sano ed educativo è l’ultima cosa da fare, soprattutto alla luce delle sovrastrutture culturali sulle quali fonda inevitabilmente la contemporaneità. Nel corso dell’intera storia umana, il sesso è stato protagonista indiscusso di repressione e inibizione, che l’hanno reso lo strumento di controllo per eccellenza. Se, infatti, l’essere umano è un animale razionale e dunque facile da tenere a bada, le pulsioni sono ciò che più lo riporta all’irrazionalità bestiale, e avere uomini e donne disinibiti avrebbe certamente comportato comunità difficilmente addomesticabili. Non sorprende allora che ogni società del globo si sia costruita intorno alla pudicizia. E se oggi è possibile comprendere queste dinamiche, è anche chiaro che la libertà sessuale – compresa quella delle parole e dei contenuti che si condividono sul web – sia fattore primario di autodeterminazione, soprattutto per coloro che, in altre epoche, avrebbero visto le proprie pulsioni represse. Senza di essa, in assenza della libertà di determinarsi, l’essere umano è molto più lontano di quanto crede dal libero arbitrio. Ed è per questo che anche una nuova policy su un social network qualunque rappresenta una minaccia alla libertà personale, soprattutto quando passa così inevitabilmente inosservata.

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