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“Per non restare laggiù”: il peso delle aspettative che uccide i più giovani

Redazione di Redazione
2 Luglio 2024
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità. Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani. E nemmeno guance da sfiorare leggere. Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti. – Mariangela Gualtieri

Il romanzo di Marilena Lucente, Per non restare laggiù (CentoAutori Edizioni), è un racconto avvincente e straziante, ma è anche un atto d’amore verso la fragilità della gioventù; in particolare quando viene lasciata sola con i suoi demoni, incompresa e non aiutata a trovare la sua personale strada, ma forzata dalle aspettative sociali e genitoriali.

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Maurizio è un ragazzo come tanti che non riesce a laurearsi e che non può reggere il peso della delusione, il senso di fallimento lo attanaglia, mentre si ingarbuglia nelle sue bugie fino a non riuscire più a confessare la verità. L’unica via d’uscita che gli sembra percorribile è quella di lasciare la scena. L’autrice, con estrema delicatezza ed empatia, ricostruisce l’ultimo giorno della sua vita attraverso i ricordi e i pensieri del ragazzo, mentre la trama della sua esistenza si srotola segnata dagli errori genitoriali (umani, fin troppo umani). Probabilmente perché gli scaricano addosso la responsabilità dello studio, facendogli sentire solo il peso e non il gioco, le possibilità, la gioia del conoscere, Maurizio cresce con l’idea che voler bene sia fare felici gli altri e non se stessi.

Spesso l’educazione non sa riconoscere le tendenze e le intelligenze che sono tante e diverse; la natura segue le sue strade tortuose prima di arrivare alla propria vocazione, che a volte può coincidere con il desiderio dei familiari, a volte no, altre con il salire la scala sociale, a volte scendere, ma in ogni caso bisogna far sentire ai ragazzi che sono amati per ciò che sono e non per ciò che dovrebbero essere.

Le esperienze personali possono essere ricondotte a uno sfondo primario, ossia archetipico, con il quale esse entrano in risonanza e alle quali appartengono. Tutti gli eventi che rientrano nella sfera dell’anima, quindi tutti gli eventi o i comportamenti psicologici, hanno un’analogia o una corrispondenza con i modelli mitici. In particolare i comportamenti che interessano in questi casi riguardano il vagabondare, l’inquietudine, la nostalgia, che sono i sentimenti del Puer Aeternum e il suo spirito di ricerca. Esso abita nei sogni e nell’immaginazione, soprattutto dei giovani, per cui l’andare errando è simbolo di un desiderio nostalgico che va compreso e accolto. Il termine greco per indicare questo desiderio era pothos, ossia il desiderio per ciò che non può essere raggiunto, il desiderio di sonno o di morte. Viene dato anche il nome di pothos a un fiore che in genere si depone sulle tombe, l’asfodelo bianco.

Dicono che le persone bugiarde non possono avere una storia, non abbiano passato, perché non ci sono mai né in ciò che accade né in ciò che non fanno accadere. Sono solo nei loro racconti, tutti fatti di parole immateriali dagli effetti reali.

Una duplicità, dunque che potremmo definire sé diviso che fa girovagare alla ricerca dell’altra sua parte. Ci si sente stranieri se non si scopre quell’altro sé che si fantastica chissà dove. Questo provoca un sentimento di ambivalenza, insoddisfazione e inquietudine, solo la consapevolezza non giudicante di questa dimensione affettiva può difendere dal naufragio.

Con il suo romanzo, Marilena Lucente, feconda autrice di testi sempre profondi, eleganti e attuali, restituisce senso e dignità alla morte di tanti ragazzi che non riescono a uscire dalla trappola che si sono cuciti intorno, si sentono braccati dal peso dei giudizi e invece di liberarsi strappano via i fili della tela e così tagliano anche le loro vite, lasciando noi attoniti e smarriti di fronte al danno dell’impossibilità di vedere il loro futuro.

 

I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

– Kahlil Gibran

Contributo a cura di Cinzia Caputo

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