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Parvana: avere 11 anni a Kabul

Francesca Testa di Francesca Testa
6 Febbraio 2018
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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Dal 1978 l’Afghanistan è in guerra. Due anni dopo l’opposizione degli eserciti filoamericani al governo filorusso, infatti, fu invaso dall’Unione Sovietica e vi si intensificarono le operazioni belliche, soprattutto con i bombardamenti. Nel 1989, poi, scoppiò una guerra civile tra i vari gruppi locali per il controllo del paese e milioni di afghani divennero rifugiati politici. Molti di loro vissero nei campi profughi dell’Iran e del Pakistan.

Un ventennio di guerra, dunque, durante il quale strade e ponti vennero distrutti e in cui soltanto una piccola parte della popolazione aveva acqua potabile. Le mine antiuomo non permettevano ai campi di essere coltivati e la gente moriva di fame o per colpa di malattie dovute alla malnutrizione.

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Nel 1996 Kabul fu occupata da un gruppo di estremisti che impose leggi rigidissime, soprattutto per le ragazze e le donne. Le scuole femminili furono chiuse, le donne non potevano lavorare, le regole per l’abbigliamento erano severe e la cultura fu tagliata fuori: i libri furono bruciati, i televisori distrutti e la musica vietata in ogni sua manifestazione.

Kabul era il cuore dell’Asia centrale, passeggiavamo per la strade a mezzanotte mangiando il gelato. La sera andavamo a frugare nei negozi di libri e dischi. Era una città di luci, progresso ed entusiasmo. Parvana, però, non riusciva nemmeno a immaginare come doveva essere stata.

Parvana viveva in un limbo: una creatura di 11 anni, non più bambina eppure non ancora donna che, dopo l’arrivo dei talebani a Kabul, aveva visto la sua vita e quella della sua famiglia cambiare radicalmente.

Alle donne e alle ragazze non era concesso uscire senza un uomo e gli abiti indossati dovevano celare ogni centimetro del corpo. Presto anche per Parvana sarebbe arrivato il momento del passaggio dal chador – indumento utilizzato dalle ragazze per coprire il capo e le spalle fuori casa – al burqa – abito a mo’ di tenda che cela completamente il corpo dotato di una fitta rete nella zona degli occhi – e vivere una vita di reclusione, aspettando di trovare marito.

Le giornate trascorse insieme al padre, nonostante il dispiacere per aver abbandonato la scuola e per aver perso i contatti con i suoi amici, erano serene. La piccola viveva il regime talebano in maniera indiretta, mentre la madre e la sorella erano costrette da mesi a stare chiuse in casa e uscire soltanto accompagnate da un uomo.

Tuttavia, l’improvvisa assenza del genitore e il prezioso aiuto di un’amica di famiglia spinsero Parvana a cambiare le cose, per i suoi cari e per se stessa, a tagliarsi i capelli, a rinunciare alla sua femminilità per travestirsi da ragazzo e a iniziare a lavorare, riuscendo in questo modo a sfamare la famiglia e a conquistare una libertà mai assaporata per davvero.

Andava in giro per il mercato a vendere piccoli oggetti, poi, nel tentativo di guadagnare più soldi scavava nei cimiteri per recuperare ossa umane, e non solo, pur di aiutare gli affetti che dipendevano, adesso, soltanto da lei. Piccole avventure, le sue, che condivideva con Shauzia, la compagna di scuola incontrata per caso e che, proprio come lei, si era travestita da ragazzo per guadagnare qualche spicciolo.

Le due amiche, però, presto si separarono ma con una promessa importante: ritrovarsi, vent’anni dopo, in cime alla Torre Eiffel. Un futuro colmo di dubbi, incertezze, ma anche di speranze che Parvana era pronta ad affrontare con coraggio.

Deborah Ellis nel suo romanzo racconta, attraverso gli occhi di Parvana, delle umilianti sottomissioni riservate alle donne adulte, ma anche la furbizia e la grande forza del genere femminile che, apparentemente asservito alla figura dell’uomo, è in realtà animato da iniziative importanti. Le donne afgane coltivano i loro interessi – al sicuro da occhi indiscreti – e, seppur lontane dall’emancipazione femminile vissuta in Europa, continuano a sognare, sperare e creare un proprio spazio, anche sotto il burqa.

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