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Nuovo DPCM: quante vite valgono i regali di Natale?

Il dibattito pubblico delle ultime settimane si sta concentrando particolarmente sulle misure contenute nel nuovo DPCM, presentato dal Premier Conte nella serata di ieri e in vigore già dalle prossime ore. Ciò che sembra preoccupare maggiormente giornalisti e pseudo opinionisti, infatti, è come trascorreremo le festività, mentre ogni giorno continuano a morire mediamente 800 persone (993 ieri!). «Dovremo trascorrere un Natale sobrio»: ha dichiarato il Presidente del Consiglio, eppure c’è qualcosa, di questa sobrietà, che non ci convince.

Se è vero che le misure varate a inizio novembre stanno sortendo lentamente qualche effetto e l’indice Rt si sta abbassando in maniera abbastanza generalizzata, è anche vero che si tratta di piccoli risultati, inferiori alle aspettative, e che non è il momento di allentare la presa. Sembra, invece, che i provvedimenti restrittivi siano stati emanati con l’obiettivo di consentire una riapertura delle attività economiche in prossimità del Natale, salvo poi impedire spostamenti per raggiungere le famiglie in occasione delle festività. La priorità, dunque, appare quella di garantire il consumo natalizio, giustificandolo con un leggero calo della curva dei contagi, a danno soltanto dello stare insieme tipico di questi giorni.

Alcune regioni hanno già abbandonato la zona rossa, pur riproponendo il vergognoso braccio di ferro con il governo cui avevamo assistito già il mese scorso. Basti pensare che per la Lombardia il Ministro della Salute Speranza aveva consigliato un’ulteriore settimana di misure più restrittive, poiché c’era stato un abbassamento dell’indice Rt solo a 1.17, ma il Presidente Fontana si è categoricamente rifiutato, rafforzando l’idea che si tratti di temi su cui è possibile contrattare o scendere a compromessi. La stessa Calabria al centro di moltissime polemiche – ha abbandonato la zona di massima allerta perché l’indice Rt ha raggiunto lo 0.92, eppure solo per il 30% dei pazienti è comunicata la data di inizio sintomi, con i numeri che risultano ancora una volta inaffidabili.

I dibattiti più accesi si sono concentrati intorno alla riapertura degli stabilimenti sciistici – che, è ufficiale, rimarranno chiusi – e degli alberghi situati in montagna per consentire comunque i soggiorni nel periodo delle festività. Giorni durante i quali non sarà possibile spostarsi nemmeno tra i Comuni. Eppure non ci pare ci sia la stessa attenzione né polemica quando si tratta di discutere delle misure da prendere non perché le famiglie possano andare a sciare, ma perché possano sopravvivere.

Ci sono al momento migliaia di nuclei familiari che versano in uno stato di povertà enorme, ciononostante tutti sembrano concentrarsi sulle piste da sci, gli alberghi e le compere natalizie. Sembra dunque abbastanza chiaro che l’italiano medio che il governo percepisce come destinatario delle misure varate e che vuole a tutti i costi soddisfare è un individuo che non corrisponde alla reale situazione della maggior parte degli italiani in questo momento, che lottano per andare avanti mentre lo Stato non interviene concretamente a loro sostegno, fingendo di dimenticare che esistono precari, disoccupati, studenti che stanno pagando tutte le conseguenze economiche della pandemia.

Piuttosto, si pensa a riaprire negozi e centri commerciali, a prolungarne gli orari, a lasciare aperti ristoranti e bar, e tutto ciò appare estremamente contradditorio, come se ci si dimenticasse dell’euforia incontrollata e delle frotte di persone che affollano le strade in prossimità del Natale. Ma che senso ha stabilire delle riaperture, impedendo però di raggiungere i propri cari e, allo stesso tempo, raccomandare un’attenzione che non potrà esserci, dati i fatti? La curva epidemiologica riprenderà a salire e ancora una volta il governo farà passare i cittadini per i soli responsabili di quanto avvenuto, quando in verità è esso stesso incapace di prendere delle misure reali, incisive e soprattutto chiare.

Riaprire le attività, paventando già una possibile chiusura successiva, non può che suggerirci che tali libertà non siano giustificate da dati reali né dal preminente interesse alla salute pubblica, bensì esclusivamente da finalità di carattere economico che dimostrano quanto pesi ancora una volta il mondo dell’impresa sulle scelte istituzionali, come avevamo già sottolineato durante il primo lockdown. Il governo dimostra, ancora, di non avere alcun piano a lungo termine, se non quello di tirare avanti fino all’arrivo delle prime dosi di vaccino, concedendo di tanto in tanto qualche contentino al mondo delle imprese e abbandonando a se stesse le persone in estrema difficoltà.

Allo stesso tempo, le Regioni continuano a essere confuse e non sanno cosa chiedere: la maggior parte dei Governatori vuole la riapertura delle attività economiche, ma esclude categoricamente il ritorno in classe almeno fino a gennaio, ponendo ancora una volta l’economia in una posizione nettamente preminente rispetto all’istruzione e alla tutela dei più giovani. E così, mentre centinaia di persone in questo momento perdono i loro cari, mentre medici e infermieri sono costretti a farsi in quattro perché la pressione sugli ospedali è ancora fortissima, potremo dormire sonni tranquilli e, al grido di potete uscire, purché consumiate, barattare le nostre vite con degli insulsi regali di Natale.

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