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Noi non stiamo con Salvini: da adesso chi tace è complice

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
6 Luglio 2018
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Una bandiera arcobaleno, poche parole e una decisa dichiarazione di intenti: Rolling Stone, la più celebre rivista di musica e cultura di massa, rende nota la copertina del suo nuovo numero. Lo fa, il periodico, facendo rumore, suscitando polemica, sperando in una qualche forma di reazione a difesa di una società aperta, moderna, libera e solidale, inequivocabilmente e fortemente in contrasto con le decisioni politiche portate avanti dal governo penta-leghista insediatosi poco più di un mese fa.

Noi non stiamo con Salvini: da adesso chi tace è complice, si legge a chiare lettere. Si schiera il mensile, nella sua versione italiana, specificamente contro il neo Ministro dell’Interno, patron della Lega, quotidianamente al centro del dibattito per le sue roboanti affermazioni, in particolare in ambito immigratorio. La rivista redige, quindi, un manifesto – già sottoscritto da molteplici personalità del campo artistico-culturale del panorama nostrano – e lo pubblica in tono perentorio, senza alcun vacillamento: Fa male vedere, giorno dopo giorno, un’Italia sempre più cattiva, lacerata, incapace di sperare e di avere fiducia negli altri e nel futuro. Un’Italia rabbiosa e infelice. Fa ancora più male prendere atto che questa rabbia si è fatta potere. Non vogliamo che il nostro Paese debba trovare un nemico per sentirsi forte e unito. Per questo non possiamo tacere. 

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I valori sui quali abbiamo costruito la civiltà, la convivenza, sono messi in discussione. Ci troviamo costretti a battaglia di retroguardia, su temi che consideravamo ormai patrimonio condiviso e indiscutibile. I sedicenti “nuovi” sono in realtà antichi e pericolosi, cinicamente pronti a sfruttare paure ancestrali e spinte irrazionali. Dobbiamo opporci a chi ci porta indietro, a chi ci costringe a diventare conservatori. Not in my name, non nel mio nome, non nel nostro nome. Questo dev’essere chiaro, da subito. Così com’è chiaro che solo provando a stare insieme possiamo tornare ad avere un presente, e immaginare un futuro. 

Rolling Stone, sin dalla sua fondazione, 50 anni fa, significa impegno nella vita politica e sociale, lotta al fianco degli ultimi e coraggio nel dire sempre da che parte sta. Caratteristiche vitali e per noi irrinunciabili. Crediamo che oggi in Italia sia fondamentale prendere una posizione chiara, crediamo che volgere lo sguardo dall’altra parte e aspettare che passi la bufera equivalga a essere complici, crediamo, una volta di più, nel soft power della cultura pop, nella sua capacità di unire, condividere, accogliere. […] perché l’Italia rimanga una società aperta, moderna, libera e solidale.

Uno scritto che non lascia dubbi e che noi, a Mar dei Sargassi, sentiamo di condividere a pieno. Dalle #risorse boldriniane al #chiudiamoiporti (senza dimenticare il Taser da qualche ora in dotazione delle forze di polizia di undici città italiane), infatti, quella del Ministro dell’Interno è stata un’escalation incontrastata che va senza dubbi fermata, oggi più di domani, quando potrebbe essere fin troppo tardi, quando il #cantachetipassa con il quale ha risposto il Vicepremier nordista amante degli hashtag potrebbe non bastare sul serio. Una scelta, quella di Rolling Stone, che combatte il recente sostegno sbandierato da volti noti dello spettacolo dichiaratisi favorevoli alle politiche messe in campo dal duo Salvini-Di Maio, e a cui, interrogati proprio dalla rivista, hanno voluto rispondere altrettanti artisti, riportando al centro della riflessione la natura della loro figura all’interno della società.

È una domanda, quella intrinsecamente posta dal periodico diretto da Massimo Coppola, che ci riporta, infatti, a chiederci se e quanto sia importante che a schierarsi siano esponenti del mondo della musica, del cinema, della letteratura, del giornalismo. Personalità più o meno di spessore, tuttavia capaci di influenzare masse importanti della popolazione spesso disinformate o poco avvezze alla riflessione. Arte per l’arte o arte per la formazione culturale di chi la segue? Visti i tempi, forse, la seconda si rivela più necessaria e urgente, ma solo se a prendere posizione sono figure realmente informate e capaci di argomentare le proprie tesi. Nessun limite alla libertà d’opinione (per noi sacra e imprescindibile), sia chiaro, ma al bando – e non perché non ne condividiamo la sostanza – l’Orietta Berti di turno che sostiene Di Maio perché un bel ragazzo. Al bando gli pseudo-intellettuali che condividono fake news, che studiano sui social, che mai nel corso della carriera hanno fatto della loro principale o più apprezzabile caratteristica la conoscenza o la sete di essa. Al bando affermazioni volte alla difesa o all’attacco di chicchessia per presa posizione o per sentito dire, per un’indinniazione di tendenza. Perché sono proprio queste che hanno portato alla bruttura odierna, all’ignoranza dilagante, ai tuttologi del web, per citarne uno.

Certo, con la buona pace di Erri De Luca e di pochi altri, a leggere, per adesso, i firmatari del manifesto di Rolling Stone non si strabuzzano gli occhi per il carisma o la caratura dei coinvolti, ma se ne apprezzano, senza dubbio alcuno, il coraggio – considerata la facilità di tastiera killer – e l’intraprendenza, l’interruzione di un silenzio imbarazzante e il tentativo di riempire il vuoto che la sinistra, quella a sinistra del PD, ha lasciato da ormai troppi anni, privandoci non solo di un leader ma anche della speranza di porre un freno a sentimenti nostalgici del LVI finito capovolto a Piazzale Loreto. Ben venga, dunque, la chiamata alla partecipazione attiva effettuata da Rolling Stone, rispondente all’incombente bisogno di militanza, ben vengano le adesioni di chi ha voluto metterci la faccia. Perché, a differenza di quanto ha sostenuto Enrico Mentana – aggiunto alla lista contro la sua volontà – per noi gli appelli, le prese di posizione, anche perentorie, che servono a scopi identitari sono importanti, in particolar modo in momenti storici come quello che stiamo vivendo e di cui un giorno si racconterà sui libri. Magari è vero, qualcuno mira a un po’ di pubblicità gratuita, ne siamo consapevoli, ma poco importa se la sua scelta può spingere un altro alla riflessione.

Il giornalismo è fatto di racconto e di confronto delle idee, di attacco alle posizioni ritenute sbagliate, o perfino pericolose. Mai però la scelta di una persona liberamente eletta come bersaglio, come uomo nero, ha proseguito in un post pubblicato su Facebook il Direttore di TG LA7. Tutto vero, ma fino a un certo punto, giornalismo a parte. Quando quella persona eletta non smette la campagna elettorale, bensì utilizza la sua nuova posizione per fare propaganda a voce più alta a scapito di altri esseri umani – migranti, ma anche omosessuali (si ricordino le ultimi dichiarazioni a Pontida) – perché mai non ci si potrebbe schierare non solo contro le sue scelte ma anche contro la sua persona? Di Mussolini è accettabile affermare che ha fatto anche cose buone per le quali assolverlo in toto o si condanna il dittatore in quanto tale?

Prendere posizione, a nostro avviso, non è mai sbagliato, mai se l’eventuale schieramento non offusca razionalità e imparzialità. Se Matteo Salvini attuerà provvedimenti condivisibili, saremo felici di prenderne atto. Non per questo, però, alle prossime elezioni, lo andremo a votare. Non per questo, non continueremo a colpevolizzarlo per le offese e le scelte politiche in tema immigrazione o diritti civili. Non per questo, sempre fedeli al dovere di cronaca, sosterremo di stare dalla sua parte. Soprattutto, non lo facciamo adesso che chi tace è complice. Nella speranza che quel manifesto non sia dimenticato al prossimo numero, alla prossima copertina. D’altronde, se non ora, quando?

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