Esistono parole che curano e parole che uccidono. Le parole spesso fungono da anestetico per sedare la rabbia e distorcere la realtà. In questa mia prima newsletter ispirata al tema del Salone di Torino 2025, le parole leggere, vi porterò nel mondo della sanità dove ogni parola pesa molto: sul corpo, sulla mente e sull’accesso ai diritti.
Viviamo in un Paese dove si parla di “eccellenze” mentre si chiudono ospedali, dove si lodano gli operatori sanitari definendoli “eroi” e poi si ignorano, dove la parola “universalismo” nelle bocche dei decisori, in certi territori, è soltanto un mito. Questa narrazione serve a tenere buona l’opinione pubblica per dare l’illusione che “la sanità italiana regge” anche quando è evidente che non è così. Nel racconto istituzionale, la sanità pubblica è ancora in salute ma per chi ci lavora sa bene che essa è in prognosi riservata.
Oggi ci parlano di “territorializzazione” per non dirci “frammentazione”, di “aziendalizzazione” per non dirci “mercato”, di “lotta agli sprechi” per mascherare “tagli”. Questa è la strategia: edulcorare il linguaggio per neutralizzare il dissenso e così i decisori non dicono “chiudiamo un pronto soccorso”, ma “ottimizziamo i percorsi assistenziali”. Nessuno ci dice, apertamente, “tagliamo le risorse”, ma “rendiamo la spesa più efficiente”. Il linguaggio con il quale la politica affronta la sanità diventa un luogo dove le parole perdono il loro significato originario per diventare anestetici sociali e in un sistema anestetizzato nessuno urla, nessuno si ribella, nessuno denuncia.
Le parole inappropriate
“Si metta in lista”. “Deve portare pazienza”. “C’è chi sta peggio”. “È solo stress”. “Ma è giovane, non si preoccupi”.
Nessuno insegna davvero agli operatori sanitari a comunicare. Si insegna la fisiologia del cuore, ma non quella della relazione. Gli esempi delle frasi che ho fatto non sono solo fastidiosi ma sbagliati. E rappresentano il sintomo del fallimento della relazione di cura.
Un’altra distorsione che continuiamo a subire e spesso a ripetere senza rendercene conto, ed è capitato anche a me, è il ricorso indisturbato al lessico militare per raccontare la malattia. Il paziente “combatte”, “affronta una battaglia”, “vince il tumore” o “perde la guerra”. I professionisti sanitari sono “eroi in trincea”. Ma la malattia non è una guerra e chi non ce la fa non è un perdente. Questo linguaggio non è solo retorico ma dannoso. Impone un modello in cui il malato deve essere forte, deve lottare, deve reagire. Non c’è spazio per la fragilità, per la paura, per il tempo dell’elaborazione e chi non riesce a “combattere” viene fatto sentire colpevole, come se la malattia fosse una questione di forza di volontà. La cura invece è un processo fatto di corpi, parole, silenzi.
La comunicazione dovrebbe essere parte integrante della terapia, non un suo accessorio. Una parola detta male può peggiorare una prognosi. Una frase detta senza attenzione può trasformare un dolore fisico in un trauma emotivo. Oggi è necessario un cambiamento culturale perché la parola è un farmaco e, come ogni farmaco, può guarire ma, se usato male, può fare danni gravissimi.
Le parole che escludono e cancellano
Nel gennaio 2025, l’amministrazione Trump ha emanato l’ordine esecutivo 14168, intitolato Difendere le donne dall’estremismo dell’ideologia di genere e ripristinare la verità biologica nel governo federale. Questo provvedimento ha avuto profonde ripercussioni sulla ricerca sanitaria negli Stati Uniti. In particolare, ha imposto che tutte le agenzie federali riconoscessero solo il sesso biologico assegnato alla nascita, escludendo il riconoscimento delle identità transgender e non binarie.
Termini come transgender, non binario e identità di genere sono stati rimossi dai documenti ufficiali e dalle comunicazioni delle agenzie governative, inclusi i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) e la Food and Drug Administration (FDA). Questa politica ha portato alla cancellazione di almeno 68 finanziamenti destinati a ricerche sulla salute delle persone LGBTQ+, per un totale di quasi 40 milioni di dollari.
Le ricerche colpite includevano studi su prevenzione dell’HIV, salute mentale, suicidio giovanile e salute ossea. Inoltre, l’ordine esecutivo ha diretto le agenzie federali a cessare il finanziamento per le cure di affermazione di genere e a vietare la raccolta di dati sull’identità di genere nei sondaggi federali. In un contesto in cui le parole possono essere usate per escludere e cancellare, è fondamentale riaffermare l’importanza di un linguaggio inclusivo e di politiche che riconoscano e rispettino la diversità delle identità di genere.
Lo stesso accade per le donne: ancora oggi, in molti studi clinici, il modello di riferimento è maschile. Le donne vengono spesso escluse o analizzate come un sottogruppo. Si ignorano le fasi del ciclo mestruale, le fluttuazioni ormonali, i diversi sintomi che le donne riportano rispetto agli uomini. Risultato? Diagnosi mancate. Terapie inefficaci. Mortalità evitabile. E poi ci sono i migranti, i poveri, le persone con disabilità invisibili, i caregiver familiari. Chi parla di loro? Chi ascolta le loro esigenze? La sanità pubblica si dice “universale”, ma se non ha parole per nominare tutti, rischia di essere solo una promessa vuota.
Le parole che uccidono
Le parole possono diventare più pericolose di un virus. Possono alimentare paure, costruire realtà parallele, disgregare un tessuto sociale e sanitario già fragile. La pandemia da Covid-19 ci ha mostrato con brutalità il potere devastante della disinformazione. Mentre medici e infermieri tentavano di salvare vite nei reparti, un altro virus correva più veloce: quello delle fake news, dei video su YouTube, dei complotti condivisi a raffica su WhatsApp. Era l’infodemia.
Oggi milioni di persone sono convinte che i vaccini causino malattie autoimmuni. Che le cure naturali siano migliori di quelle scientificamente validate. Che Big Pharma nasconda terapie miracolose per mantenere il mercato. Nel 2023, un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato che oltre il 60% delle persone nei Paesi a medio-alto reddito si è esposto regolarmente a disinformazione sanitaria, con effetti misurabili sulla salute pubblica, dalla riduzione delle coperture vaccinali al ricorso crescente a terapie alternative prive di evidenza.
La disinformazione funziona perché è emotiva, semplice, virale. La verità, invece, è lenta, faticosa, noiosa per chi cerca risposte facili. Eppure, è da lì che dobbiamo ripartire: da parole oneste, competenti, documentate. Le parole possono curare ma se lasciate senza guida, senza contesto, senza verità, possono uccidere. E in un mondo dove chi urla di più ottiene più visibilità, chi fa buona informazione ha il dovere di imparare a parlare meglio e più forte.
Le parole che curano
Le parole che curano non si trovano solo nei protocolli ma nei silenzi rispettosi, negli sguardi empatici, nei modi con cui si accompagna una diagnosi, un dolore, una perdita. Sono nelle frasi che danno dignità alla persona, non solo al paziente. “Ci sono”, “Non è colpa sua”, “Ha fatto bene a venire”, “Questa paura è legittima”: sono semplici, ma costruiscono un ponte tra chi ha bisogno e chi cura. Le parole che curano sono quelle che riconoscono, che non minimizzano, che non colpevolizzano. Sono parole lente, spesso non urlate, ma che restano e hanno il potere di farci sentire meno soli, meno sbagliati, meno invisibili.
Ci stiamo abituando a un linguaggio sbagliato, così come ci stiamo abituando alle immagini atroci delle guerre: bambini senza vita tra le macerie, corpi dilaniati sotto lenzuola bianche, ambulanze che esplodono a Gaza, fosse comuni nei villaggi ucraini, ospedali bombardati, scuole sventrate. Le vediamo nei notiziari, scorrono tra le immagini sui social, ci colpiscono per un istante e poi si spengono. Lo accettiamo, pur sapendo che è inaccettabile. E così anche le parole sbagliate, se ripetute abbastanza, diventano normalità. Ma la normalità, quando è fondata sulla menzogna, è il terreno perfetto per ogni ingiustizia. Le parole non sono mai neutre. Le parole costruiscono mondi e se il mondo che costruiamo con le parole è un mondo che giustifica la morte, la violenza e l’indifferenza, allora abbiamo già perso molto più di una guerra: abbiamo perso l’umanità.





