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Negazionisti in Senato: come un popolo rinuncia alla sua dignità

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
30 Luglio 2020
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Negazionisti in Senato. Basterebbe una frase come questa a fotografare uno Stato, l’Italia, ormai incapace di controllare la deriva culturale a cui si è abbandonato, a certificare l’incapacità di istituzioni e opinione pubblica di far fronte comune nel nome dello sviluppo, del progresso, della rivendicazione dei diritti fondamentali. Non ci sorprende, pertanto, che quanto appena elencato sia soltanto una lista di elementi a cui guardare con rammarico e arrendevolezza.

Siamo rimasti strozzati dal COVID, stretta finale ai polmoni di un popolo incapace di respirare venti di verità, rotte di aria pulita verso un futuro che sembra non poterci appartenere in alcun modo. Il virus ha aggravato i mali di cui già soffrivamo al limite dell’irreversibile, un po’ come per le tante vittime con patologie già pregresse, ha accentuato i sintomi più aggressivi fino a renderli letali: superbia, opportunismo, ignoranza, violenza, intolleranza.

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Non può spiegarsi in altra maniera l’adunata di negazionisti indetta da Vittorio Sgarbi a Palazzo Madama lunedì scorso a cui hanno preso parte anche il direttore dell’unità di terapia intensiva del San Raffaele di Milano, Alberto Zangrillo, la biologa Marina Gismondo, il costituzionalista Sabino Cassese e il sempre presente Matteo Salvini, in primissima linea ogni volta che la situazione offre una ribalta alla sua tracotanza. Ciò che ha sorpreso – e fatto esplodere i social nella polemica –, però, è l’utilizzo che ha concesso della sua immagine Andrea Bocelli, offertosi quale megafono di voci che dal luogo che le accoglieva ci si auspica sempre restino il più lontane possibile.

Che l’emergenza coronavirus abbia messo a dura prova la tenuta psicologica di ognuno – costretto alle mura di casa per quasi tre mesi o a recarsi ugualmente al lavoro nell’angoscia dei bollettini che, puntuali, la Protezione Civile diramava ogni giorno alle 18 – è un dato incontrovertibile, tuttavia, non abbastanza a voltare lo sguardo di fronte alle testimonianze dei medici impegnati giorno e notte in reparto e ai camion dell’esercito come carri funebri collettivi, perché i cimiteri non bastavano più, o alle immagini strazianti delle città deserte e le terapie intensive affollate. Le stesse che il tenore toscano è arrivato a negare perché non ho mai conosciuto nessuno che fosse andato in terapia intensiva, quindi perché questa gravità? Peccato che questa gravità si traduca con il numero raccapricciante di oltre 35mila persone che quei reparti non hanno avuto la possibilità di raccontarli. Neppure a Bocelli.

Ma, chissà, forse neppure le testimonianze sarebbero bastate al tenore e ai suoi degni compagni. E no, non bastano le scuse di queste ultime ore, il dietrofront offerto in favore di quei social network che gli hanno riversato contro tutto il livore di cui sono capaci (pratica comunque deplorevole). Non è soltanto il peso delle frasi pronunciate ad aver fatto rumore, ma accanto a chi Bocelli ha scelto di pronunciarle, al gioco di quale propaganda.

Perché dare credito a chi ha anche ammesso, e lo faccio qui pubblicamente, di aver in certi casi disobbedito volontariamente a questo divieto, perché non mi sembrava giusto né salutare? Perché provare empatia di fronte a un personaggio dall’eco smisurata che ha messo la propria capacità di raggiungere milioni di persone a disposizione della possibilità di disobbedire alle regole, alle leggi, nonostante sia soltanto grazie a quelle se siamo ancora qui?

Eppure, prima di vendersi al miglior offerente – in questo caso negazionisti e razzisti – era stato lo stesso Andrea Bocelli a cantare in una Piazza del Duomo a Milano completamente vuota, un po’ a fare il pari con Papa Francesco che, fino a quel momento, era stato l’unico a prendersi sulle spalle la responsabilità di lanciare un messaggio di vicinanza e speranza, anche di fronte all’immensità di una città deserta, nel silenzio del mondo intero, nel vuoto che sa soffocare.

Che il cantante abbia stretto la mano a Matteo Salvini – un altro che, dall’alto del suo ruolo, delle regole se ne frega a ogni buona occasione (Io non ce l’ho la mascherina, non me la metto)– poi non può non fare a cazzotti con la coerenza di un uomo che attraverso la sua omonima fondazione dichiara di offrire aiuto ai paesi in via di sviluppo, le stesse popolazioni, dunque, che il senatore leghista lascia indietro nel nome del suo celebre slogan prima gli italiani, le stesse associazioni e persone – come nel caso di Silvia Romano – che destina alla forca mediatica perché generose all’estero anziché in patria.

Ci siamo assuefatti a tanta bruttezza e violenza, allo sconfessare chiunque nel nome solo e soltanto delle convinzioni personali che abbiamo concesso al qualunquismo di fare irruzione persino nelle istituzioni, nei palazzi che dovrebbero garantire e difendere il nostro diritto alla verità e alla giustizia, nelle sedi sorte a garanzia dell’uguaglianza. Abbiamo accettato di sconfessare prima l’informazione, poi persino il progresso e la scienza, con il risultato di non fidarci più nemmeno del lavoro di chi ci ha salvato la vita durante questi mesi drammatici.

La conferenza dei negazionisti in Senato è una notizia angosciosa, un pericoloso precedente che rischia di aprire le porte dei palazzi governativi a qualunque rimostranza, anche quelle prive di ogni fondamento scientifico, fino a quelle di incitazione alla violazione delle regole dello Stato. Un cortocircuito che non può e non deve ripetersi, un altro momento in cui l’Italia ha dimostrato di essere morta. Soffocata non solo dal COVID, quanto dalla sua inerzia, dalla sua omertà, dalla sua ignavia. 

Basterebbe un sussulto di dignità. Quella che i protagonisti – tutti! – di questa storia hanno ampiamente dimostrato di non conoscere, quella su cui ogni giorno certe iniziative si fondano, consci della sua inconsistenza. Fino a che punto siamo disposti a non contare più di un sondaggio, un dato statistico? Siano intenzioni elettorali o un altro bollettino della Protezione Civile: un numero. Nulla più.

Prec.

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