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Marta Minujín e l’arte anti-censura

Francesca Testa di Francesca Testa
16 Luglio 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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Marta Minujín, nata a Buenos Aires nel 1943, è un’artista concettuale e una delle artiste contemporanee più importanti di Argentina. Sin da bambina, l’arte è sempre stata il centro del suo mondo e una via di espressione assolutamente indispensabile. Ha studiato alla National University Art Institute e successivamente ha vinto una borsa di studio della National Arts Foundation che le ha permesso di andare a Parigi partecipando a Pablo Curatella Manes e Thirty Argentines of the New Generation, esposizione del 1960. Parigi, quindi, è stata fonte d’ispirazione per la Minujín che ha iniziato a creare le sue sculture vivibili, tra cui La Destrucción del 1963, prima opera dei suoi Happenings, vale a dire eventi come opere d’arte.

Questi e molti altri lavori creati in seguito, tra cui Eróticos en technicolor e l’interattiva Revuélquese y viva (Roll Around in Bed and Live), Cabalgata (Cavalcade) e La Menesunda (Mayhem), le hanno permesso di vincere una borsa di studio Guggenheim nel 1966, grazie alla quale si è trasferita a New York, un trasferimento davvero tempestivo per via del colpo di Stato da parte del generale Juan Carlos Onganía che, con il nuovo regime, avrebbe censurato e bandito esibizioni irriverenti come la sua. New York, invece, è stata per la Minujín un posto speciale dove poter approfondire la sua arte e, nello specifico, quella psichedelica. Nella City, inoltre, ha fatto amicizia con Andy Warhol, mentre la sua creazione americana più famosa è il Minuphone.

L’arte della talentosa argentina negli anni è diventata più intensa attraverso l’uso di materiali sempre diversi e ambientazioni d’impatto sia sotto un punto di vista percettivo che emozionale, con lo scopo di suscitare una qualche reazione nel pubblico, ed è proprio l’incontro con l’altro la parte che caratterizza maggiormente le sue opere. Nel 1976 Minujín è tornata in Argentina, dove ha continuato a sviluppare progetti nuovi anche con l’intento di denunciare. A tal proposito, dopo la caduta della dittatura nel 1983 ha sfruttato l’archetipo di democrazia estetica e politica legata al Partenone per farne un’opera speciale. Il tempio, concepito per ospitare una colossale statua d’oro di Atena, nel Medioevo è stato trasformato in una chiesa cristiana, poi moschea durante il Rinascimento. Infine sconsacrato, il Partenone è diventato un simbolo della democrazia e della supremazia culturale occidentale. Il progetto di Marta Minujín fa parte della serie La caída de los mitos universals (La caduta dei miti universali) che si appropria di icone monumentali per replicarle, suddividerle in pezzi e distribuirle al pubblico. La sua opera, El Partenón de libros (The Parthenon of Books), è composta da 25mila libri recuperati dalle cantine dove i militari li tenevano nascosti. Il risultato è una riproduzione in scala del Partenone, costruito in tubi di metallo e rialzato su un lato, collocato proprio a Buenos Aires lungo la Avenida 9 de Julio. Il suo messaggio è chiaro: creare un monumento che celebri la libertà d’espressione.

In un periodo difficile, proprio come quello che stiamo vivendo in cui la politica sembra fare troppi passi indietro verso un fascismo che avremmo voluto dimenticare e in cui la libertà di espressione, che sembrava aver raggiunto livelli ineguagliabili grazie a internet, è minacciata da leggi che potrebbero tarparle le ali, l’opera d’arte della Minujín creata nel 2017 è ancora oggi considerata attuale e un antidoto contro una violenza che non è soltanto sociale, ma anche politica e soprattutto razziale. Per questo, in Germania, nella Friedrichsplatz di Kassel, l’artista ha eretto il Partenón de libros prohibidos, 100mila libri, un tempo considerati proibiti, tutti riuniti in questa piazza che nel 1933, per volere di Hitler, ha visto bruciare testi che i nazisti avevo inserito nella loro lista nera.

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«Sarà uno scandalo, una monumentale opera di collaborazione di massa», ha dichiarato l’artista argentina che ha potuto realizzare la grande scultura grazie all’intervento di migliaia di persone che, da tutto il mondo, tramite una campagna di crowdfunding, hanno inviato libri censurati. Libri posti in buste di plastica affinché possano resistere non soltanto alla pioggia o al vento, ma anche alla mentalità dell’uomo che tende a far ripetere la storia. Ancora una volta, attraverso l’arte, è possibile denunciare e opporsi alla violenza, alla discriminazione, alla limitazione della libertà di pensiero. 

Due anni sono trascorsi dalla creazione di quest’opera e i tempi bui sembrano non trovare ancora una luce, ma proprio com’è stato fatto allora, ridistribuendo i libri al pubblico, spingendo a leggere ciò che era proibito, l’arte sociale deve oggi più che mai spingere alla riflessione, verso il rispetto dei valori umani, del pensiero altrui, così che, come Marta Minujín vuole comunicare, le azioni buone e importanti non passino inosservate e si raccolgano le forze per raggiungere un futuro al quale dare davvero fiducia.

©L’immagine è di proprietà di Heinz Bunse

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