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Cinema

Malcolm & Marie: introspettivo o pretenzioso?

Malcolm & Marie, ovvero litigare con stile. Diretto dal regista statunitense Sam Levinson, è il titolo che sta facendo tanto discutere nell’ultimo mese, portando con sé anche un particolare primato: si tratta del primo film completato a seguito dello scoppio della pandemia. Un dettaglio abbastanza comprensibile poiché è ambientato in un’unica location, una casa da sogno, e prevede la presenza di soli due attori.

È notte, circa l’una, i fari di un’auto si avvicinano a un’elegante abitazione immersa nel verde. Il regista Malcolm e la sua compagna Marie fanno ritorno dalla serata di première del suo ultimo film, molto apprezzato da pubblico e critica. Lui è euforico e in trepida attesa delle recensioni, ma lei si mostra fredda e visibilmente arrabbiata. Esploderà a breve una lunga discussione che metterà in luce gli aspetti più intimi e problematici del loro rapporto.

Levinson, fresco del successo della serie HBO Euphoria, di cui è stato uno degli sceneggiatori e regista, sfrutta adesso la piattaforma Netflix per potersi esprimere in maniera più indipendente. E lo fa portandosi dietro la star dello show, Zendaya, già vincitrice a soli ventiquattro anni di un Emmy Awards come miglior attrice in una serie drammatica. Al suo fianco ci piazza John David Washington, che dopo la grandiosa performance in BlacKkKlansman di Spike Lee e quella valida ma un po’ meno felice di Tenet di Nolan, si consacra ufficialmente come uno dei più talentuosi attori degli ultimi tempi.

Qui li vediamo reggere l’intera pellicola sulle loro spalle, in una raffinata fotografia bianca e nera dai toni quasi noir. Malcolm e Marie si amano ma è una relazione disfunzionale, a tratti tossica: sembra che entrambi non possano fare a meno l’una dell’altro, eppure continuano a ferirsi psicologicamente, in un’alternanza di coltellate verbali e momenti di pausa caratterizzati da estrema passione. Il tutto concentrato in una singola serata. La miccia che fa esplodere la lite è il mancato ringraziamento pubblico a Marie, musa ispiratrice del compagno. Tuttavia, è chiaro si tratti di un pretesto per affrontare situazioni e sfumature di coppia ben più oscure, dai fallimenti ai traguardi, ai traumi personali, ai trascorsi amorosi. Malcolm è il perfetto esempio di uomo pieno di sé, egocentrico e superficiale nei confronti dei sentimenti di Marie, una donna estremamente fragile e inappagata della sua vita. Come già successo con Storia di un matrimonio, però, le argomentazioni sono così ben strutturate da farci empatizzare con entrambi, prendendo difficilmente le parti di uno o dell’altra, sebbene sia comunque chiaro che il detentore del potere sia lui. Le parole usate sono crudeli, taglienti, scelte apposta per ferire ed è lì che si nota l’assenza non tanto di amore quanto di stima. Perché non basta un nonostante ciò, ti amo per dire ok, allora va tutto bene.

Quel che affascina di più è senza dubbio la regia, dai molteplici piani sequenza alle inquadrature a camera fissa sui due attori perfettamente in sintonia. Le interpretazioni, caratterizzate da monologhi alternati a straordinarie scelte musicali, diegetiche e non, ricordano vagamente prodotti come Carnage di Roman Polański, per la narrazione di pochi attori in un solo ambiente, con stampo quasi teatrale. Pare che l’ispirazione sia giunta al regista da una reale discussione con sua moglie, dopo che lui aveva dimenticato di ringraziarla alla prima del film Assassination Nation, di cui lei era anche produttrice: «Non abbiamo litigato come Malcolm e Marie […] ma mi ha fatto riflettere».

Accanto alla crisi, è poi il mero cinema a essere messo in discussione. Non mancano infatti citazioni a Spike Lee, Vacanze romane e diverse pellicole che hanno fatto la storia. Attraverso i loro dialoghi, Levinson porta avanti un’acuta analisi del politically correct cinematografico e del modo in cui spesso la critica tenda a politicizzare i film a ogni costo. Malcolm è un regista afroamericano e perciò sembra quasi un assioma che debba parlare di razzismo, disagio e discriminazione, quando il suo intento – lo grida lui stesso, visibilmente infervorato – era soltanto raccontare una storia. Ed è interessante poiché, paradossalmente, una delle critiche ricevute da Levinson è che, in quanto regista bianco, non sia giusto che parli di razzismo dirigendo due attori afroamericani. In questo circolo vizioso ci si domanda quindi quanto un autore sia libero di trattare qualsiasi argomento, quanto un attore sia libero di interpretare qualsiasi ruolo e se conti di più chi sia a dire una certa cosa piuttosto che quella cosa detta sia giusta.

Il film, inoltre, è stato tacciato di essere troppo pretenzioso, quasi un mero esercizio di stile e ripetitivo per la continua sequenza lite-pausa, ma anche qui vogliamo giustificarlo: è la messa in scena di una violenta discussione e, come tale, viene portata avanti fino allo sfinimento, come spesso accade nella realtà. Che si tratti di un film concettuale non vi è dubbio, motivo per cui forse i 106 minuti totali potevano anche essere ridotti.

La critica che forse tendiamo ad abbracciare è l’eccessivo male gaze per l’intera durata della pellicola: la camera non fa altro che indugiare sul corpo svestito di lei, mentre lui rimane rigorosamente vestito e mai sessualizzato, anche nelle scene più sensuali. E non ce la dà a bere Levinson, che per giustificarsi fa dire a Malcolm stesso che Marie risulterebbe sessualizzata se la vedessero così vestita. Tentativo fallito, Sam!

Nel complesso, un film senza dubbio interessante, introspettivo, ben diretto e interpretato, nonostante la trama un po’ statica e l’assenza di particolari colpi di scena. Assolutamente da vedere in lingua originale.

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