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Luigi Veronesi e la fotografia: curiosità espressiva

Francesca Testa di Francesca Testa
21 Febbraio 2024
in Camera Chiara
Tempo di lettura: 3 minuti
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Luigi Veronesi è sin da giovane un vero e proprio sperimentatore: pittore, fotografo, scenografo, grafico, teorico della comunicazione visiva, docente di arti visive. I suoi primi contatti con il mondo dell’arte si hanno soprattutto grazie al cenacolo milanese – città dove Veronesi è nato – in cui emerge quale figura di riferimento il critico d’avanguardia Raffaello Giolli, personaggio vicino a Persico, Pagano, Munari, Fontana e a tutti gli altri giovani designer che vogliono a ogni costo sottrarsi alla retorica fascista abbracciando un’arte innovativa nell’architettura così come nella grafica.

A partire dal 1925-26, Veronesi inizia a interessarsi maggiormente alla fotografia, spinto dal padre, che è fotoamatore, ma soprattutto dalle possibilità espressive date da questo mezzo espressivo, in particolare nelle elaborazioni di laboratorio con tecniche all’apparenza inadeguate, tra le quali quella del fotogramma a contatto. Le sue ricerche lo portano verso un’immagine che rinnega il mero scopo documentaristico, approfondendo invece la sperimentazione di ogni genere di tecnica che, a ogni costo, contrasta comunque l’ormai ovvio naturalismo fotografico.

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Tra queste tecniche vi sono, nel 1937, le sue prime solarizzazioni secondo l’effetto Sabbatier che, come scrive Italo Zannier in Occhio della fotografia, scontorna le varie zone del chiaroscuro dell’immagine e nel contempo inverte le tonalità. Le ricerche di Veronesi, però, lo conducono anche verso una fotografia meno obiettiva, utilizzando la macchina fotografica non soltanto mediante procedimenti off camera, ma analizzando anche i segni che possono essere ricondotti alla realtà – come i segni della corteccia di un albero, oppure un gruppo di pietre, che vengono decontestualizzati e condotti nella nuova dimensione che è propria dell’immagine.

Nel 1947 insieme a Giuseppe Cavalli, Mario Finazzi, Ferruccio Leiss e Federico Vender, fonda La Bussola, un’associazione di fotografi che ha lo scopo di promuovere una fotografia in quanto arte dal punto di vista professionale. Questo variegato gruppo ha, nell’ambiente della fotografia italiana non professionale del primo dopoguerra, un’importante influenza. Veronesi vuole promuovere la conoscenza e favorire lo sviluppo della cultura dell’immagine. Infatti, nel 1951, è tra i fondatori dell’Unione Fotografica, sodalizio milanese istituito da Pietro Donzelli.

Nel 1932, per la prima volta espone le sue opere pittoriche nella galleria del Milione a Milano e si reca a Parigi, sempre nello stesso anno, dove ha l’opportunità di conoscere artisti delle avanguardie del tempo, come Albers, Bill, Vantongerloo e Pevsner. Due anni dopo, invece, entra a far parte dello storico gruppo Abstraction, création, art non figuratif e, secondo quanto scrive Wladimiro Settimenlli, è l’unico capace di una reale rottura, dopo l’ultima avvenuta con la prima guerra mondiale e con gli esperimenti futuristi […] portando a termine anche una serie notevole di esperimenti con il cinema, e si colloca fra coloro che, verso la fine della guerra, daranno una spallata alla fotografia di “taglio fascista”.

Il lavoro di grafico e pittore, per Luigi Veronesi, rappresenta il settore storico del primo astrattismo italiano, tuttavia è la fotografia a essere sempre alla base delle sue inesauribili ricerche d’immagini. Come scrive Paolo Fossati nel suo Per Veronesi fotografo, l’ampiezza del lavoro di questi anni è non solo notevole, ma di una gamma così estesa di “soggetti”, da far cadere ogni sospetto di chiusura sperimentale e far parlare piuttosto di una estrema vitalità e curiosità espressiva.

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