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Interviste

Luca Esposito: «Faccio cinema per raccontare gli emarginati»

Nella città primo set cinematografico d’Italia, un giovane laureato al DAMS di Torino comincia la sua carriera nel mondo del cinema, lavorando dapprima come assistente alla regia per Gomorra – la serie, poi al Cyrano di Joe Wright, una produzione MGM la cui uscita è prevista per il prossimo anno, un film della Disney e Indiana Jones 5 in arrivo nel 2023.

Sono questi gli inizi di Luca Esposito che non si accontenta di mettere in pratica unicamente la sua specializzazione di assistente alla regia, ma realizza ben tre cortometraggi – più un altro in lavorazione, grazie anche al produttore Mattia Caiazzo e alla Trivet Production –, che hanno riscosso un notevole apprezzamento di pubblico e di addetti ai lavori vincendo il Meet Film Festival, l’AS Film Festival e il Film Festival a Londra e altri in Italia.

Homeless, la sua opera più recente, è stata premiata come miglior cortometraggio al Foggia Film Festival, un cortometraggio girato a Philadelphia, storia di un senzatetto che sotto gli sguardi assenti dei passanti cerca di mostrare al mondo l’unica cosa che gli appartiene. Un inizio di carriera carico di soddisfazioni che Luca, oggi ventiseienne, si sta godendo, pur continuando a lavorare sodo. Questa volta, come ci racconterà tra poco, volgerà lo sguardo alla sua Napoli, sempre attento agli ultimi e all’attualità più scottante.

Luca, infanzia e adolescenza sono stati i temi protagonisti dei primi lavori cinematografici, poi l’immigrazione vista con gli occhi dei ragazzi. Ora con il tuo ultimo lavoro, Homeless, accendi i riflettori sul mondo dell’emarginazione. C’è un filo conduttore o, semplicemente, uno sguardo sui singoli temi sociali?

«Non so da dove venga di preciso questa mia propensione nel trattare spesso temi sociali, so solo che c’è. Mi sono spesso interrogato sul perché io avrei dovuto fare cinema, sul perché avrei dovuto raccontare delle storie, e penso che la risposta sia che lo faccio per cercare di aiutare gli altri, i più deboli, gli emarginati della società, gli invisibili… Proprio come nel caso di Homeless. Poi magari un giorno mi ritroverò a fare tutt’altro tipo di cinema. Mi piacciono molto i film d’amore o i film introspettivi».

In Homeless hai inteso focalizzare il tuo sguardo unicamente su quel mondo specifico o, più in generale, è un modo per spostare l’attenzione su tutto il tema dell’emarginazione?

«Sicuramente mi sono voluto concentrare in modo specifico sul mondo dei senzatetto. Sono persone con un passato di vita che può essere quello nostro e che, forse, hanno avuto meno fortuna di noi e sono finite a fare quella vita, ma non per questo bisogna trattarle come se non esistessero».

Dove è stato girato Homeless e perché?

«Homeless è stato girato in un gelido inverno di Philadelphia, ero lì per altri motivi di lavoro e dopo aver incontrato Michael OG Law Ta’Bon (attore di Concrete Cowboy su Netflix) ho subito pensato a una storia da raccontare che si potesse adattare a noi due. In America il problema dei senzatetto è molto più presente che in Italia, ovunque vai ne incontri a decine, anche in una stessa strada. Ho pensato che dovevo fare qualcosa per loro. Ho cercato di semplificare il tutto sapendo di avere solo un attore a disposizione e nessuna troupe che potesse seguirmi. Così ho realizzato il cortometraggio per le strade di Philadelphia grazie anche all’aiuto di Nicole Ross, una donna molto attiva nelle dinamiche dei Philadelphia Freedom Fighter».

I temi sociali sembrano essere la priorità dei tuoi lavori. Ritieni lo saranno anche nei prossimi?

«Come dicevo, questa è sicuramente una cosa che mi interessa molto, non vedo perché non potrei continuare a lavorare su temi sociali. È anche vero però che non voglio relegarmi solo a questa forma di racconto, mi piacerebbe esplorare anche altri tipi di storie. Non mi precludo niente, resto a vedere cosa accadrà».

I tuoi cortometraggi hanno la capacità di esprimere tanto di più di molti film che trattano gli stessi temi, e i riconoscimenti fino a ora ottenuti ne sono l’ulteriore conferma. Nei tuoi programmi, nel tuo futuro o nei tuoi sogni c’è già nell’aria la realizzazione di un film?

«Adesso sto lavorando a un prossimo cortometraggio molto più ambizioso rispetto agli altri due. È ancora una volta una storia sociale e di denuncia ma stavolta la voglio girare tra i vicoli di Napoli, nella mia città. Ci sono ancora gli sguardi innocenti dei bambini che andranno in contrasto con la crudeltà della realtà. Il protagonista è uno scugnizzello napoletano, la povertà della sua famiglia lo porterà a seguire ideali inadatti, ma per sua fortuna una dolce assistente sociale cercherà di portarlo sulla retta via. Nessuna storia di criminali o altro, tranquilli, è solo povertà. Vorrei realizzare questo corto come test per un film, voglio capire se sono pronto. Ci saranno molti più attori rispetto alle altre storie e il corto sarà molto più lungo (sui 15 minuti). Se riuscirò a realizzarlo, allora perché no, proverò a fare un film. Per ora però sto cercando produzioni interessate a realizzare il progetto, mi tocca, da regista emergente, iniziare la lunga strada della ricerca dei fondi, della ricerca di produttori».

Il viso sorridente di Luca Esposito, il suo carico di ottimismo e la consapevolezza di un percorso intrapreso certamente non facile ma possibile, fanno ben sperare che non tarderemo a trovarci nuovamente a raccontare e vedere altri lavori che come Homeless, ci esortano a riflettere e avere occhi diversi e meno superficiali, capaci di comprendere mondi apparentemente lontani.

Luca Esposito: «Faccio cinema per raccontare gli emarginati»
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