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Cultura

Le ville di Napoli: tra Pizzofalcone e Santa Lucia (parte 2)

Lasciandosi alle spalle la zona di Santa Lucia e proseguendo verso la villa comunale di Napoli, si raggiunge la zona di Chiaia. Si tratta di un litorale, che va da piazza Vittoria fino a Mergellina, che nei secoli scorsi era particolarmente paludoso ed era costituito soprattutto da piccole case di pescatori e di popolani. La zona paludosa di Chiaia è stata poi trasformata in ridenti giardini e nel 1696 la strada della Riviera è stata lastricata.

A partire poi dal XVI e XVII secolo, sul lungomare e nella zona di Chiaia sono stati costruiti casini per la villeggiatura. Come raccontano Yvonne Carbonaro e Luigi Cosenza nel loro Le ville di Napoli, i primi palazzi della Riviera risalgono infatti al XVI secolo quando nacquero come ville. Compaiono, sia sulla pianta del duca di Noja del 1775 che su quella di L. Marchese del 1789, più numerosi nel tratto da piazza Vittoria a piazza San Pasquale, dove erano ubicati la “Pietra del pesce” (antico mercato per lo smercio del pesce dei pescatori della zona) e i lavatoi pubblici, che non da quest’ultima alla Torretta. Nel periodo borbonico la via della Riviera vide un grande sviluppo, soprattutto dopo che, con la realizzazione della Villa Reale, venne bonificata la zona paludosa, i lavatoi eliminati e il mare venne fatto arretrare. La strada divenne da quel momento luogo mondano di incontri e passeggiate e vi furono costruiti molti tra i più bei palazzi nobiliari e ville con affaccio verso i giardini della villa e il mare.

La Villa Reale, che in questo caso non è un’abitazione circondata da verde, era il nome di quella che oggi conosciamo come Villa Comunale con i suoi 18227 metri quadri di verde. Alexandre Dumas ne Il Corricolo ha scritto: La Villa Reale […] è situata, relativamente alla Riviera di Chiaia, come il giardino delle Tuileries rispetto alla strada di Rivoli. Soltanto, invece della Senna è il Mediterraneo: invece di quai d’Orsay è l’estensione, è lo spazio, è l’infinito. La Villa Reale è senza dubbio la più bella e soprattutto la più aristocratica passeggiata del mondo.

Verso la fine del Seicento, con Carlo II viceré di Medinacoeli, si iniziò a pavimentare e decorare in parte la villa con fontane e alberi, in modo tale da agevolare la passeggiata per una lunghezza di – come scrive il Chiarini – quattromila e cinquecento palmi costeggiandola dal lato opposto un’ampia e vaghissima strada denominata dalla Riviera di Chiaia. Con Ferdinando IV di Borbone la villa ha acquisito il suo impianto attuale affidando, nel 1765, il progetto per il Real Passeggio di Chiaia a Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi. Carlo Vanvitelli ha seguito l’esempio del padre per il lavoro svolto per Carlo III di Spagna lungo il Salon del Paseo del Prado di Madrid e del Giardino delle Tuileries nella Francia borbonica, avvalendosi dell’aiuto del botanico Felice Abbate, giardiniere reale.

Carbonaro e Cosenza in merito scrivono: Fu dichiarato Sito Reale e ornato di sculture e piante rare, tra cui esistono ancora una palma di circa 250 anni, uno dei più antichi eucalipti importati in Europa dall’Australia, una pianta piumosa che si chiama “romanzoffianum” e altre essenze provenienti da ogni parte del mondo che fanno della villa un vero e proprio orto botanico. Nel 1780 fu subito realizzata la chiusura con cancelli di ferro e furono innalzate ai lati dell’ingresso su piazza Vittoria i due casini simmetrici coperti da terrazze per tavolini all’aperto, che ospitavano eleganti caffè e botteghe per “galanterie” e che oggi non esistono più.

Lo scopo del sovrano era quello di creare un luogo di passaggio ameno ma che fosse, allo stesso tempo, un posto legato allo svago non soltanto per sé, ma anche per la nobiltà napoletana. Infatti, l’accesso alla Villa Reale era riservato soltanto ai nobili partenopei ed era vietato invece ai lazzari, a persone in livrea e a tutti coloro che non erano ben abbigliati. Dai nobili la villa è stata chiamata spesso la Tuglieria, una versione napoletana dei giardini Tuileries di Parigi. L’inaugurazione avvenne l’11 luglio del 1781.

I viali alberati vennero abbelliti da numerose statue neoclassiche, tempietti, fontane. La più antica è la “Fontana di Santa Lucia”, la più famosa è la “Fontana dei Leoni”, meglio conosciuta dai napoletani come “fontana delle paparelle”, per la presenza un tempo di alcune oche, costituita da una vasca monolitica di porfido rinvenuta nel tempio di Nettuno a Paestum, scrivono ancora i due autori per Le ville di Napoli.

A partire dal 1836 è stata realizzata l’illuminazione con lampioni a gas e a seguito dell’entrata nello stato unitario italiano il suo nome è stato cambiato prima in Villa Nazionale e poi dal sindaco Capitelli in Villa Comunale.

Le ville di Napoli: tra Pizzofalcone e Santa Lucia (parte 2)
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