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“L’atroce delitto di via Lurcini”: Francesco Recami mette in scena la farsa dell’esistenza

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
28 Luglio 2019
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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È la farsa dell’esistenza quella che Francesco Recami, nel suo nuovo romanzo L’atroce delitto di via Lurcini: Commedia nera n. 3 (Sellerio), racconta ai lettori appassionati del suo umorismo nero, della sua straordinaria capacità di rappresentare i contrari, i paradossi, la miseria dell’essere umano. È il mondo dell’arte, stavolta, a essere – è proprio il caso di dirlo – messo in scena dall’autore fiorentino, in questo romanzo non dissimile dalla quotidianità che un gruppo di miserabili di ogni estrazione etnica, sociale o criminale vive in un edificio abbandonato adiacente alla Stazione di Santa Maria Novella, nel capoluogo toscano.

Nella drammatica, forse persino squallida routine in cui barboni, turisti improvvisati, innamoratini, curati e delinquenti trascinano la propria vita tenuti a bada da Franzes, il protagonista principale della vicenda, un usuraio, una sorta di feroce amministratore condominiale di quello stanzone dismesso, irrompe Netzer, un coreografo di fama mondiale che ben pensa di installare una propria opera, con relativo spettacolo, adoperando le gesta solite di quel gruppo di diseredati come parte integrante dell’idea con cui conquisterà pubblico, politica e stampa in tutto il globo. 

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A complicare i piani di Franzes, che nell’episodio intravede la possibilità di intascare una considerevole somma di denaro, vi è la prova di un efferato delitto che, ubriaco, certamente ha compiuto ai danni di una donna e di cui ha lasciato in giro diverse tracce che potrebbero condurre a lui eventuali inquirenti. Quell’imprenditore della miseria, allora, si lancerà in un susseguirsi di azioni allo stesso tempo ingegnose e orripilanti, tentando così di farla franca. 

Gli Ultimi, il titolo dell’installazione artistica del genio tedesco, prenderà vita tra i senzatetto, tra i loro contrasti, le azioni impudiche e i delitti di cui si macchieranno anche durante la prima di quella messa in scena che li vedrà co-protagonisti al pari di attori e ballerini. Ogni pagina della commedia di Recami mostra il teatro degli equivoci, un crudele spaccato di esistenza che non risparmia nessuno, in cui non c’è spazio neppure per un minimo di solidarietà, in una perfetta trasposizione della guerra tra poveri a cui il presente ci abitua con le cronache quotidiane. 

Come di consueto per i libri dello scrittore celebre ai più per la fortunata serie La casa di ringhiera, il linguaggio della Commedia nera n.3 è rapido, privo di filtri, di inutile perbenismo, il suo umorismo è grottesco, sarcastico, i personaggi privi di qualunque forma di attrazione che muova empatia, scorretti, persino volgari. L’atroce delitto di via Lurcini troverà compimento soltanto nel finale, quando ormai anche la compagnia di creativi avrà abbandonato lo stabile nel centro di Firenze nello stesso stato in cui si era insediato, dopo che una serie di peripezie, truffe e imbrogli non previsti e crimini inutili avranno avuto modo di venire a galla.

Francesco Recami regala al lettore qualche ora di irriverente slealtà, uno specchio oltremodo sincero in cui osservarsi mentre ciascuno muove i propri passi in un’installazione – consuetudinaria o creata “ad arte” – di miseria quotidiana. L’essere umano che si preoccupa soltanto di sopravvivere, di reagire a ciò che la vita, beffarda e scomoda come sa essere, si diverte a stravolgere e a proporgli di giorno in giorno. È la farsa dell’esistenza, ed è per questo che – forse – non vi è nulla di più reale. 

Prec.

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