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Quando l’arte richiama l’arte

Elisabetta Crisafulli di Elisabetta Crisafulli
9 Novembre 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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La mostra ospitata nella chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, intitolata Tesori nascosti e curata da Vittorio Sgarbi, è un’innegabile miniera di ispirazioni e suggestioni. Essa espone il visitatore a un alfabeto di temi e stili vasto quanto il periodo storico che  abbraccia, offrendo spunti e stimoli per riflessioni altrettanto eterogenee.

Visitandola, infatti, un altro particolare filo rosso, comune però solo ad alcune delle opere in esposizione, cattura l’attenzione: la comparabilità che esse hanno, ciascuna per un motivo diverso, con altre, più o meno note al potenziale pubblico.

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Eccone una selezione, che si concentra su otto opere in particolare corredate di confronti:

  1. La testa femminile in bronzo dipinto, datata tra il 1920 e il 1930 e intitolata Estasi o voluttà di Giuseppe Renda (1859-1939) ricorda immediatamente le sinuose donne di Gustav Klimt (1862-1918), sia per i tratti e l’espressione del viso che per le tinte dorate che la colorano.
  2. Il grande olio su tela Lucilla, datato 1929-1930, di Eugenio Viti (1881-1952) è già stato paragonato da Sgarbi, nel suo commento in audio-guida, al dipinto La grande odalisca (1814) di Jean-Auguste-Dominique Ingres. Esso può tuttavia rimandare anche, sempre per la posa sensuale del soggetto, a uno dei dipinti dell’artista danese Gerda Wegener, nata Gottlieb (1886-1940), intitolato Lili in chair, ritraente Lili Elbe, l’alter ego femminile di Einar Wegener, marito dell’artista e protagonista del film The Danish Girl, candidato a vari premi Oscar nel 2015.
  3. L’olio su tela di Ottavio Mazzonis (1921-2010), L’Atelier, del 1992, può essere invece accostato ad alcuni lavori dell’artista ceco Alphonse Mucha (1860-1939) per lo stile con cui le figure femminili vengono rappresentate, le sfumature vellutate del colore e l’aria mistica di sospensione che pervade la scena.
  4. L’opera di Lorenzo Alessandri (1927-2000), Atterraggio in Windmill Street (1984), è sia di complessa descrizione che  di complessa comparazione. Per questo motivo, però, è una delle più interessanti tra quelle prese in esame. Sgarbi stesso ha in passato elogiato l’artista fondatore del movimento torinese Surfanta. La scena potrebbe ricordare, per la sua ambientazione urbana e il tipo di edifici, il famosissimo Nighthawks del 1942 di Edward Hopper (1882-1967) ma i sinistri e bizzarri personaggi che la popolano sono affini a quelli creati dal surrealista francese contemporaneo Jacques Resch (nato nel 1945).
  5. Il prossimo caso, anch’esso già documentato nell’audio-guida ufficiale della mostra, riguarda l’autoritratto, datato 1962, dell’artista Antonio Ligabue (1899-1965) e l’affinità che esso può avere con i ben più noti e numerosi autoritratti del genio olandese Vincent Van Gogh (1853-1890). I due pittori, dalle personalità complesse e affascinanti, seppur con vissuto e problematiche differenti, sembrano condividere un’altra piccola caratteristica: entrambi hanno un modo peculiare di segnalare la loro soddisfazione circa l’opera realizzata. Mentre Van Gogh firmava solo le tele che riteneva pienamente valide – come confidato dal pittore stesso al fratello Theo – allo stesso modo Ligabue era solito disegnare una farfalla bianca in un qualche punto dell’opera di cui andava fiero, a mo’ di coccarda-premio.
  6. Un esempio molto poetico è invece quello proponibile grazie alla tela del 1938, Amalfi, di Gennaro Villani (1885-1948). Lo stile del pittore nella relativa descrizione viene equiparato a Courbet per la pennellata e all’eredità impressionista e post-impressionista, in generale. Anche per questo motivo è possibile accostare il suo Amalfi sia alle tele di Claude Monet ritraenti la Cattedrale di Rouen – per la resa delle strutture architettoniche amalfitane – sia all’impressionista spagnolo Joaquin Sorolla (1863-1923), noto per la sua predilezione di soggetti in riva al mare.
  7. Altro straordinario caso di affinità si registra con Minaccia di temporale, l’opera datata 1929 di Ettore Beraldini (1887-1965), che è sorprendentemente simile allo stile dei lavori del celebre illustratore statunitense Norman Rockwell (1894-1978), definito un “realista romantico”, autore di numerose rappresentazioni di scene iconiche della cultura popolare americana della prima metà del Novecento, brillantemente rese nel suo particolarissimo stile, a metà tra fumetto, libro per ragazzi e animazione televisiva e visivamente molto simile a quello di Beraldini. Anche in questo caso, la similitudine non è sfuggita al curatore, che la commenta nell’audio relativo.
  8. Dulcis in fundo, forse il paragone più bello da scoprire, il disegno a penna e acquerello su carta di Domenico Gnoli (1933-1970), dal suggestivo titolo Galeone Familiare Napolitano del 1957 e le opere di artisti surrealisti contemporanei come il polacco Jacek Yerka (nato nel 1952), creatore di mondi immaginifici nei quali egli inserisce oniriche conurbazioni e rocambolesche commistioni di naturale e artificiale.
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