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La traduzione come “mimesis” nel Rinascimento

Giusy Gaudino di Giusy Gaudino
30 Giugno 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 3 minuti
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Tradurre è, da secoli, una vera e propria arte che da sempre ci consente di creare un ponte fra diverse nazioni e culture. Il lessico e i modelli di un Paese, infatti, vengono canalizzati nell’opera letteraria per entrare a far parte di un nuovo contesto. Umberto Eco affermò che la lingua dell’Europa è la traduzione, in riferimento a tutti gli elementi lessicali che i diversi idiomi hanno tratto l’una dall’altra, completandosi e migliorandosi a vicenda grazie all’arte del tradurre.

Importare un testo da una data nazione, riportandolo con l’intento di essere più fedele possibile alla versione di partenza, permette a una cultura altra il privilegio di aprirsi uno spiraglio nella propria. Allo stesso tempo, però, adattarlo a una nuova lingua significa anche cambiarlo, privarlo di alcune cose e arricchirlo di altre.

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Un traduttore, infatti, incontra ostacoli quasi insormontabili nel tentativo di dare giustizia al documento originario, rispettandone intento comunicativo, stile e registro linguistico. Si trova, spesso, di fronte a parole di cui non esiste un corrispettivo a tutti gli effetti nella lingua d’arrivo, ed è in quei momenti che è costretto ad attuare delle scelte. Tuttavia, poiché ogni idioma ha le sue peculiarità contraddistinguendosi dagli altri, è impossibile tradurre senza tradire il testo di partenza. Per questo, colui che traduce si sente sempre un po’ traditore, afferra e modifica allo stesso tempo, ruba quello che può e il resto lo rigetta, a malincuore certamente, per introdurre qualcosa di nuovo.

Durante il Rinascimento, quando l’arte della traduzione si accingeva a diventare tale grazie anche all’invenzione della stampa, un simile senso di colpa fu soppiantato da una concezione che Michele Stanco spiega in maniera chiara nel capitolo La traduzione come renovatio della parola del suo volume dedicato alla cultura dell’età elisabettiana, Rinascimento inglese.

In Inghilterra, e in generale in Europa, durante il XVI secolo le traduzioni offrivano alla lingua d’arrivo una serie di nuovi termini, incrementandone e modificandone il lessico, e alla cultura ospite nuovi punti di vista sulla realtà. Tradurre un testo significava renderlo proprio, essere in grado di partire da un’opera per crearne una nuova sulla base della mimesis, ossia dell’imitazione. E l’imitazione non si limitava all’opera letteraria, ma si estendeva ai modelli socio-comportamentali impartiti dalla stessa. La mimesis, secondo Stanco, non solo non sminuiva il valore di un’opera o di un comportamento, ma anzi attribuiva loro un valore aggiunto, derivante dalla stessa auctoritas dell’originale.

A sua volta, allora, anche la traduzione diveniva un nuovo modello da emulare, data l’inclinazione ad apportare delle modifiche ai testi originali in vista del valore modellizzante che l’opera tradotta avrebbe avuto. Perciò, l’arte del tradurre, al tempo, per quanto costituisse un’occasione di approcciarsi a realtà culturali diverse, consisteva principalmente nel creare un prodotto nuovo, proprio del traduttore o imitatore.

Ancora nell’Inghilterra elisabettiana, la stessa regina si approcciò alla traduzione letteraria fin da piccola, dedicandosi ad autori come Boezio, Seneca, Orazio, Calvino ed Euripide, e rielaborando i contenuti e/o la forma secondo le esigenze, l’orientamento religioso e le connotazioni socio-culturali del suo Paese.

Leggere un testo tradotto, quindi, significava entrare in contatto con un’opera autonoma rispetto a quella di partenza, anche e soprattutto se si trattava di un lavoro compiuto da Elisabetta I, la quale, in quanto originale modello comportamentale per i suoi sudditi, affidava la stessa responsabilità alla sua attività letteraria.

Quello che nel Cinquecento mancava, però, era l’identità dell’autore – che non esigeva la salvaguardia del suo lavoro – che sarebbe invece divenuta fondamentale già a partire dall’Umanesimo, con i ritrovamenti di grandi classici da tradurre e interpretare nel rispetto dei contesti di appartenenza. Fu così, con l’introduzione della filologia, che lo scopo della traduzione si rivoluzionò a favore di una maggiore lealtà nei confronti del testo e del suo artefice, pur non potendo rifuggire totalmente dall’influenza della cultura di arrivo.

Da quel momento, cominciò ad accentuarsi maggiormente il conflitto tra la riproduzione fedele di un’opera e l’inevitabile tradimento da parte del traduttore, la cui identità restò pur sempre un prodotto di tutto ciò che l’aveva circondato durante la sua crescita e formazione.

 

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