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Il Fatto

La Repubblica scarica Verdelli: lo stile Juve nell’informazione

Carlo Verdelli non è più il direttore de La Repubblica, il celebre quotidiano fondato da Eugenio Scalfari nel 1976 del quale aveva ottenuto il timone soltanto quattordici mesi fa. Cambia ancora la guida del secondo giornale d’Italia per copie vendute e letture digitali: fuori l’ex responsabile de La Gazzetta dello Sport, dentro Maurizio Molinari, fedelissimo della nuova proprietà targata Agnelli-Elkann.

Quattro anni per altrettanti direttori, una media degna della panchina del Palermo calcio, un girotondo di penne, opinioni e vicende legittimo – «…quando il direttore la pensa in modo diverso dall’editore, l’editore lo cambia», ci aveva detto il predecessore di Verdelli, Mario Calabresi, in un’intervista esclusiva del marzo 2019 – ma, al contempo, poco rassicurante per quanto concerne continuità, stabilità e credibilità del quotidiano romano.

La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, riviste come L’Espresso e National Geographic, stazioni radio quali DeeJay, Capital e m2o, fino ai siti d’informazione dell’HuffPost italia e Business Insider: è questo il pacchetto di mezzi di comunicazione che il duo torinese si è assicurato acquisendo gran parte delle azioni del gruppo editoriale GEDI, una prova di forza che non può fugare i dubbi che sorgeranno a quanti si interrogheranno sulla libertà di cui godranno gli editorialisti a libro paga dei proprietari di FCA e Juventus.

Padrone che hai, opinione che trovi. Insegna – di fatto – così la stampa del nostro Paese, troppo spesso asservita al datore di lavoro di turno, con interi palinsesti modellati sulle esigenze del titolare. Dai canali Mediaset, al gruppo RCS, passando ora per la nuova GEDI targata Agnelli-Elkann, una parte sostanziale dell’informazione in Italia risponde a poche e facoltose famiglie, esattamente il contrario di quanto la libertà di espressione e il pluralismo voluti e garantiti dalla Costituzione vorrebbero. 

E pur non cercando di istituire un processo all’intenzione, tantomeno insinuare alcun dubbio rispetto alla professionalità dei colleghi coinvolti, riesce difficile sorvolare sul tempismo – e la poca eleganza – con cui a Carlo Verdelli è stato dato il benservito. Non bastasse la pandemia da coronavirus trattata quotidianamente con inchieste sui dati e i singoli comportamenti delle strutture e delle aree geografiche maggiormente colpite, proprio il 23 aprile, infatti, cadeva il giorno in cui le minacce all’ex direttore – prima attraverso una falsa pagina di Wikipedia, poi con un finto manifesto funebre – fissavano la data della sua morte.

Da mesi, il responsabile della redazione de La Repubblica ormai destituito è vittima di intimidazioni da parte di gruppi estremisti che, come da prassi fascista, bollano Verdelli con le parole comunista o ebreo, costringendolo a una scorta che lo accompagna nel quotidiano quanto nel lavoro che non ha mai smesso di svolgere con competenza e arguzia, come anche lo storico fondatore ha voluto ricordare nel corso di un’intervista a Il Fatto Quotidiano per salutarlo: «Voglio tributare il mio saluto a Carlo Verdelli, il direttore liquidato, fatto fuori, cacciato in maniera brutale, e voglio porre alcune condizioni ambientali per il futuro, non per me, ma per il nostro giornale – ha tuonato Eugenio Scalfari – Verdelli era il mio alter ego, mi piaceva molto. Ha colto subito lo spirito di Repubblica. Io gli ho offerto alcuni consigli, lui mi ascoltava e lavorava. Non meritava questo trattamento, è vergognoso».

Con l’arrivo di Molinari – fido scudiero della nuova proprietà – La Repubblica rischia di cedere definitivamente il passo allo stile Juventus, cancellando anni di storia pluridecennale fatta di editorialisti ruggenti e disturbanti, a favore di domi soldati liberi da velleità di tipo politico, soprattutto se nostalgico di quel colore rosso che, a dirla tutta, il quotidiano di Largo Fochetti aveva già sbiadito da un po’.

E chissà che il passato da editorialista sportivo non sia stata una delle concause del siluramento di Carlo Verdelli. Come il giornale La Verità ricorda, nel 2006 – anno in cui la Juventus fu relegata in Serie B a causa dello scandalo Calciopoli – la Gazzetta dello Sport segnò il record dei due milioni di copie vendute con il titolo TUTTO VERO, celebrando l’impresa azzurra a Berlino, dopo aver seguito con fervore il periodo più nero della storia del pallone che aveva visto protagonista proprio la Vecchia Signora.

Con questo atto improprio e inelegante, GEDI si libera di un giornalista capace, di un partigiano dell’informazione, come lo stesso Verdelli ha voluto ricordare nel suo post di addio alla vigilia del 25 aprile, festa della Liberazione italiana dal nazifascismo, bagnata da uno sciopero della redazione in contrasto con la proprietà per il tempismo con cui è stata notificata la decisione: «Sabato sarà il 25 aprile, la festa sacra e laica della Liberazione. Repubblica la onorerà con un impegno particolare, visto il momento che il Paese sta attraversando. […] Lo seguirò da lettore, con l’attaccamento appassionato per un giornale che è qualcosa di più di un giornale, per una comunità di lettori che ne è la ragione prima di esistenza, per una redazione con la quale è stata una fortuna condividere questo viaggio. Partigiani si nasce, e non si smette di esserlo».

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