Forse Lana Del Rey sarà stata la prima a cantare la summertime sadness, ma già Leopardi ci aveva regalato la poesia “Il sabato del villaggio” e il “diman tristezza e noia” come metafora della malinconia in un giorno di festa. Perché mai, si domanda qualcuno, si dovrebbe essere tristi in un giorno di festa, o durante il periodo estivo? Io invece domando: perché mai non si dovrebbe esserlo? È proprio nei momenti più acuti di piacere che la malinconia si manifesta. Qui però non parliamo di tristezza, ma di saudade, di spleen, di maleuforia.
Nel suo celeberrimo brano del 2012 (sono già passati tredici anni?), Lana Del Rey cantava di una ragazza vestita di rosso, scalza, che ballava sotto la luna piena. Nell’intro, alcune campane, una sorta di richiamo o di epifania. La cantante ha avuto il merito di dar forma a un pensiero, di dargli un nome. Ci siamo innamorati del suo racconto, da donna un po’ perduta, estremamente malinconica e fatalista.
Alcune persone, molte più di quel che si pensi, sono nostalgiche per natura. Non si tratta di un atteggiamento, ma di carattere, di genetica. È come dire di essere pessimisti o gioviali, flemmatici o affabili. Afferisce alla personalità, non è qualcosa che si decide: si è fatti così. L’accettazione o la decodifica di questa connotazione, di questo temperamento, non è semplice perché lo spirito malinconico viene spesso frainteso: lo si scambia per tristezza, depressione, pessimismo, disfattismo.
Nella società attuale che ci chiede di essere sempre felici, sempre produttivi o propositivi, la persona malinconica si sente fuori posto, fuori fuoco, come se mancasse qualche obiettivo. Ma di quale obiettivo parliamo? I binari sono due, in realtà, e come sempre manca la via di mezzo: o essere estremamente felici o essere estremamente tristi. I due opposti sono contemplati, anche se subiscono trattamenti diversi: è bene mostrarsi allegri, attivi, pieni di cose da fare e da dire; è bene anche mostrarsi abbattuti, arrabbiati, scontrarsi o remare contro (e l’attivismo, di qualsiasi natura, ce lo insegna). Ma ciò che sta nel mezzo? La persona maleuforica si pone proprio qui, al nodo del bivio, perché non sente di far parte in modo esclusivo di una o dell’altra fazione, e com’è naturale che sia – ogni qual volta non si capisce bene in quale casella infilarsi – nasce un certo spaesamento.
Nel suo bellissimo saggio edito da Neri Pozza dal titolo Malinconia barocca, Aurelio Musi la definisce come l’asimmetria tra il tempo del mondo e il tempo vissuto dell’io, l’inquietudine del continuo divenire. La malinconia, nei tempi barocchi, non è più il risultato di un disordine patologico, ma è un sentimento, narrazione che dal XVII secolo è arrivata fino a noi. Oggi nessuno si sognerebbe di dire che il soggetto malinconico è malato. Al massimo gli diamo del depresso (escludendo ovviamente i casi di malattia patologica). Io preferisco parlare di languore, un sentimento che pare mollezza, ma che in realtà si traduce, nel profondo di chi lo prova, in passione per l’ignoto, per le domande, per la ricerca interiore.
Non si può, dunque, evitare la malinconia (e perché dovremmo?) ma si convive con essa. La domanda interessante allora è: come? E perché sembra manifestarsi in modo più acclarato proprio nei momenti di apparente spensieratezza, come in estate? Una mia interlocutrice, durante il sondaggio a tema, ha detto:
B: Io ad agosto sono felice e quindi sono triste perché so che non durerà per sempre. Poi è un periodo che spendo da sempre molto lontana da casa, o su un’isola o dall’altra parte del mondo, quindi in una condizione di isolamento che però è paradossale perché non può durare per sempre e ci trovo il piacere proprio nella sua illusione di sconfinatezza. Quindi la nostalgia estiva per me è la stessa che si prova quando scappi da qualcosa ma sai che poi dovrai fermarti e tornare indietro, per me molto simile alla fuga che tento di intraprendere ogni volta dalla realtà verso il sogno. È anche una maledizione, la bellezza di tutto ciò che è sospeso e temporaneo mi distrugge.
Il sospeso e il temporaneo sono due connotazioni cardine per lo spirito malinconico: tutto in esso è divenire, trasformazione, spinta a cercare una risposta. Persino nell’apatia, il soggetto malinconico non smette di interrogarsi sulla sua natura e sulla natura del mondo. Molto simile anche l’esperienza di un’altra ragazza, che viene definita anche “August blues”:
M: Forse agosto diventa così maleuforico perché si rallenta e si ha il tempo non solo di vivere quella summertime sadness, ma proprio di attraversarla. Agosto è il mio mese preferito perché equilibra una strana atmosfera friccicarella e una vena di malinconia costante e quindi…è maleuforico per eccellenza per me. Forse perché è il mese del mio compleanno, che fino a qualche anno fa era il giorno in cui riunivo gli amici da ogni dove e ora non succede più. E forse anche perché al mio compleanno non riesco ad essere felice completamente e, no, non perché il tempo passa, ma perché il 29 agosto è come una vera domenica, quella di un adulto e non più quella di un bambino. La mia maleuforia d’agosto si palesa quando, ad esempio, osservo la città svuotarsi. Ieri ero in moto e ho pensato: ma come è affascinante la città mentre si svuota? Ha un che di malinconico che non so perché mi piace. O quando sono sul mio balcone e fumo una sigaretta al tramonto in uno strano silenzio; quando dopo una giornata di mare torno a casa; quando fisso le onde con la pelle bruciata e mi immergo nei miei pensieri, finalmente perdendomi; quando ballo a piedi nudi con tre grammi di vestiti addosso e so che sono felice e malinconica insieme. Nessun conflitto, ma una strana coesistenza.
Ciò che emerge, e che vorrei sottolineare, è che la malinconia non è un sentimento negativo o disfattista, ma l’esatto contrario: è pulsione verso la scoperta del sé. Viene scambiata per indolenza perché per pensare ci si deve fermare, e in un mondo in cui tutto è frenetico, rapido, consumistico, fermarsi è un lusso. Ma se non lo facciamo come troviamo il modo di ascoltarci? Di capire? Di analizzare quello che ci succede? Si potrebbe obiettare che non è necessario, e io ribatto che invece non è necessario lasciarsi vivere, che c’è bisogno di attardarsi sulle zone di limite, di confine, sulla soglia (in questo caso, la fine di una stagione, la domenica, il tramonto). L’estate si presta molto bene a questo tipo di indagine intima: è il periodo di passaggio tra il risveglio della primavera e la produttività dell’autunno, per alcuni il vero capodanno.
D: Agosto è malinconico perché viviamo il vero inizio il primo settembre. Per me è malinconica ogni sera quando chiudo la sicura della porta di casa…mi sento solo ma di una solitudine protetta, tutto fuori…mi piace perché sento di poter fare tutto. E invece come ogni sera non faccio un cazzo, ma so che se volessi potrei farlo. E invece non lo faccio. Quindi sono un cretino malinconico.
D: Io sono molto malinconico ma sono momenti statici, nel senso mi prende quando mi fermo, la dinamicità del lavoro delle giornate in generale non è malinconica e non è perché non hai tempo e modo di pensare, ma forse perché essere indaffarati porta comunque a proiettarsi in avanti. La malinconica è comunque guardare un po’ indietro o almeno avanti con un pelo di amarognolo per l’irrisolto, il mancato o l’andato…ecco mi succede quando mi fermo a pensare, per questo mi sono trasformato in una sorta di macchina che prova sempre a migliorare, andare un po’ più in là, fare, disfare, rifare, desiderare. L’errore è positivo, il traguardo è malinconico. e lo faccio forse solo per non fermarmi.
A: Mi capita spesso di essere malinconico all’imbrunire, con la luce che cade radente, a fine agosto. Si guarda l’orizzonte, si tenta un bilancio, si sa che settembre sarà un trampolino verso la fine dell’anno.
Tra le persone che hanno partecipato al mio sondaggio, una diversa corrente ha sollevato la questione, ancora una volta, della performance: in estate, le persone malinconiche soffrono lo scollamento tra ciò che sentono e ciò che ci si aspetta facciano. Può essere una sensazione dovuta a un trauma infantile, la preferenza per i mesi freddi, l’insofferenza fisica per il caldo, la prestazione spinta dai social, dove tutti (ma tutti chi?) sembrano – o magari lo sono – felici, in vacanza, al mare o dall’altra parte del mondo, e nasce dunque una sorta di malessere, di disagio di “non sentirsi abbastanza felici”. Attenzione però, perché qui non parliamo di invidia, di rancore dei confronti di chi ha potuto permettersi una vacanza alle Maldive o di chi mostra serenamente il proprio corpo in bikini, ma di percepire come sbagliato il proprio temperamento nostalgico, come se la malinconia fosse stagionale, solo idonea ai mesi più cupi e più freddi.
In punto è questo: non esiste colpa. Ha diritto di esistere tanto la persona felice dell’estate, tanto quella che in estate si sente triste. La malinconia a cui mi riferisco non ha nulla a che vedere con il guardare le vite degli altri e sentirsi sfigati. Quella è insoddisfazione, mancanza di mezzi o di denaro, mancanza di un partner o di amici con cui condividere il tempo. È scoraggiamento perché, magari, il 14 agosto stai ancora lavorando con 58° in città. Il problema allora non è l’amico che vedi tuffarsi da uno scoglio di un’isola greca – e che per pagare quella vacanza magari ha lavorato tutto l’anno e ha risparmiato il centesimo – ma tu che stai ancora lavorando il 14 agosto con 58° in città. È l’apparato sociale che ti rende insoddisfatto, non la storia su Instagram che ti mette di fronte a questo assunto.
Come dicevo, e insisto su questo, la malinconia che mi preme indagare è quella che viene costretta a essere soffocata perché, come temperamento innato della persona che lo detiene, viene vista come inadatta, guastafeste, inopportuna. La maggior parte delle risposte che hanno sollevato questo sfasamento è di persone che si sentono in colpa perché guardano in modo diverso, che hanno sensazioni che si non abbinano al mood corrente. La cosa divertente è che, senza sospettarlo, ci sono molte più persone malinconiche di quel che si pensi. E il resto? Beh, quelli felici perché è estate hanno lo stesso diritto a esistere senza per questo dover essere invidiati o tacciati di leggerezza. Come sempre, l’inghippo non sta in un comportamento o nell’altro, ma nel considerare l’uno giusto e l’altro sbagliato.
G: Io sono nata a luglio, ce l’ho proprio nel sangue l’estate, però quel senso di estate estremamente malinconica, carica di mollezza e accidia. Ne ho nostalgia quando il sole comunque brucia, perché è la mia personale metafora della bellezza e dell’infanzia. Della giovinezza anche. C’è un senso di attesa, di cose che fuggono, di fiori che marciscono.
F: Per me l’estate è un inverno “pittato”, un trucco abbondante e vistoso che nasconde in bella vista tutte le fragilità e la malinconia che mi porto dentro da sempre. Non so, sarà che ho sempre visto come una costrizione il non poter esprimere la mia perenne malinconia anche d’estate, soprattutto d’estate; un po’ come sui social dove tutto deve sembrare perfetto. L’estate è una specie di maschera, un costume di carnevale, sì, di quelli brutti, esattamente quelli che mi faceva indossare mia madre.
J: Cavolo, lui ha colpito nel segno in modo allucinante con questa metafora del costume di carnevale brutto…tutto il giorno che vorrei rispondere al sondaggio ma non so che dire, perché sto sotto un treno, come il 90% del tempo in estate, specialmente agosto. E vorrei solo sparire, o dipingere sopra il senso di vuoto che mi sento sempre da anni in questa stagione per me ormai tremenda e anche temuta. L’inverno lo vivo abbastanza bene, autunno e primavera le mie stagioni preferite, ma in estate anch’io ho la sensazione di dovermi nascondere sotto maschera di felice spensieratezza mentre mi sento oppressa dalla luce, dal sole, dalla felicità altrui e dalla mia depressione, che emerge solo in estate.
C: Ho sempre provato un forte senso di malessere in estate, sin da piccina. Penso sia dovuto da quella necessità della società nel dimostrare che nei mesi estivi si debba per forza far festa e avere il sorriso. Reputo questi mesi ipocriti e troppo appariscenti rispetto all’autunno e all’inverno. Quindi deduco che non sia l’estate in sé ma ciò che associamo ad essa.
D: La malinconia estiva mi prende quando mi rendo conto che non riesco più a godere della spensieratezza, del tempo libero. È un po’ la stessa di quando mi accorgo di non sentire più il Natale, quando invece provavo quel misto di attesa e gioia immotivate. Non so se è solo perché sono cresciuto, perché l’estate non è più sovrapponibile alle vacanze scolastiche. Mi sembra di avere nostalgia di qualcosa, ma non so esattamente di cosa ed al tempo stesso mi sento al di sotto delle mie stesse aspettative, come se non stessi vivendo abbastanza.
Nostalgia di qualcosa, ma senza sapere esattamente di cosa. In pratica, la definizione della saudade lusitana. La cosa più interessante da notare è che queste risposte evocano una mancanza, la perdita di un qualche elemento più o meno riconoscibile. Ma ciò che vorrei rendere evidente è che la tendenza a combattere questa malinconia è controproducente: si legge spesso “come evitare il mal d’estate”, oppure “come scongiurare la summertime sadness” e questo mi fa molto arrabbiare. Per quale diavolo di motivo dovremmo volerla evitare? Perché ci fa sentire tristi? Beh, benvenuti nella vita.
L’obbligo di dover allontanare la tristezza è il vero problema ed è proprio qui che le persone malinconiche si sentono in difetto. È come dire “hai qualcosa in meno” e quindi “correggiti”. In realtà, hanno qualcosa in più – o meglio, qualcosa di altro – cioè la profondità e la forza d’animo di provare ad assecondare la propria indole, non importa a che prezzo.
Ancora da Aurelio Musi: […] agiscono fianco a fianco le opposte vocazioni del disordine che cerca la via dell’ordine, dell’inganno che non si rassegna di rinunciare alla verità, del metamorfico che aspira a un approdo immutabile, della follia che racchiude il massimo della saggezza, dell’amore per la vita suggestionato dall’istinto di morte, dell’orgoglio dei tempi nuovi che non possono fare a meno di subire il fascino dell’antico, del senso di senescenza che si traduce in un giovanile vitalismo, della denuncia etica e religiosa delle lacerazioni del mondo in nome di una pacificazione universale, dell’indugio quasi morboso sui mali morali e politici che si vorrebbero annullare nell’utopia di una società perfetta, dell’inedita percezione dell’infinità del cosmo che trae dalla conseguente insignificanza dell’uomo motivo per celebrarne la grandezza. […] la malinconia e le storie di malinconici e malinconiche ne riassumono il senso, quasi come microcosmo che ricapitola il macrocosmo. La malinconia è il disordine che cerca la via dell’ordine, ne ritma l’intervallo e il percorso. È l’instabile equilibrio tra inganno e verità.
In via generale, l’accettazione di sé e delle proprie connotazioni uniche e inimitabili credo sia il lavoro più difficile che una persona possa fare, soprattutto quando la società sembra volere il contrario. Il fatto è che la società siamo noi. Il modo in cui ci comportiamo e le reazioni che sviluppiamo dopo uno stimolo parlano di noi e del mondo che abitiamo. Se reagiamo male perché ci sentiamo fuori posto, questo è del tutto legittimo, ma possiamo controllare quel sentimento, possiamo accettarlo come un dato di fatto invece di provare a cambiarlo, annullarlo, nasconderlo o, peggio, costringerci a adeguarci.
Se siamo malinconici e semplicemente decidiamo di assecondare questo temperamento cosa succede? Il mondo non finisce. Probabilmente non se ne accorgerà nessuno, se non le persone che ci sono accanto. Qualcosa succede se scegliamo di tradire la nostra natura: diventiamo insoddisfatti, invidiosi, bruschi.
La malinconia è un sentimento preziosissimo e molto fragile e, a mio avviso, è un peccato mortale cercare di scacciarlo. La malinconia ci permette di sentire di più, di essere profondi, gentili ed empatici; ci permette di fermarci e provare a capire il mondo. Se vi domandate perché vi sentite sfasati, la risposta sta proprio qui: è come rifiutare un dono e poi piangere sul latte versato. Invece di adattarci alla realtà, dovremmo piegare la realtà perché sia adatta a noi e al nostro temperamento. Più facile a dirsi che a farsi ovviamente, ma se non è questo uno scopo nella vita, allora ditemi voi qual è.






