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La Memoria nel cinema: i film da rivedere

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, ricorrenza per non dimenticare mai gli orrori della Shoah e lo strazio vissuto dagli ebrei e non solo durante l’oppressione nazista. Dodici milioni di persone deportate, umiliate, torturate, barbaramente uccise in quello che viene ricordato come lo sterminio più brutale mai avvenuto. Anche il cinema, tra i più potenti mezzi espressivi, ha da sempre voluto raccontarne le atrocità, dando voce a vite distrutte e storie celate, commuovendo e scioccando al tempo stesso. Sono tante le pellicole in memoria dell’Olocausto e perciò ne abbiamo selezionate solo alcune tra le migliori. Perché guardare e ricordare è un dovere di tutti.

Non ci sono storie, Schindler’s List rientra di diritto nella top dei migliori film della storia del cinema. Spielberg non ha soltanto prodotto un capolavoro, ha creato un’opera di passione, di audacia, dalla potenza espressiva insuperabile. Ispirato all’omonimo romanzo di Thomas Keneally, è la storia vera dell’imprenditore tedesco Oskar Schindler, noto per aver salvato circa 1200 ebrei dai campi di sterminio con la scusante di impiegarli come risorse necessarie allo sforzo bellico. Dodici nomination agli Oscar e sette statuette vinte, tra cui quella alla splendida e commovente colonna sonora di John Williams. Liam Neeson – assieme a Ralph Fiennes e Ben Kingsley – è stato semplicemente magistrale, rendendo al meglio la tenacia, il rischio, la contraddizione e la frustrazione di Schindler, la difficoltà dell’essere umani in un mondo di demoni. Una delle peculiarità del film è la scelta del bianco e nero, a eccezione di quattro precise scene, sebbene la pellicola sia del 1993. La risposta l’ha data lo stesso regista: «L’Olocausto fu vita senza luce. Per me il simbolo della vita è il colore. Per questo un film che parla dell’Olocausto deve essere in bianco e nero». L’effetto, oltre a rimandare al cinema espressionista, trasmette una certa inquietudine e drammaticità, e contribuisce allo stile documentaristico dell’opera.

Già analizzato su queste pagine, Jojo Rabbit è una piacevole e recentissima sorpresa. Appena 2019, per la regia di Taika Waititi, il film dimostra brillantemente come si possa dire qualcosa di nuovo e originale a proposito di una delle parentesi più buie della storia. E che si può farlo usando l’ironia. Attorno alle vicende di Jojo, decenne tedesco infarcito degli ideali nazisti e che vede come amico immaginario Hitler in persona, lo spettatore si trova dinanzi a scene spesso grottesche ma mai divertenti. È la consapevolezza dell’oggi a fare la differenza. Dietro la parodia vi è il dramma, dietro le battute vi è una reale, inquietante ideologia. Mani verso l’alto per la splendida regia di Waititi, che veste inoltre i panni del finto Führer.

Se si parla di Shoah in ambito cinematografico è impossibile non citare una delle pellicole più iconiche del cinema italiano: La vita è bella, anno 1997. Diretta e interpretata da Roberto Benigni, vede le vicende di Guido, deportato assieme alla moglie Dora (Nicoletta Braschi) e al piccolo Giosuè in un campo di concentramento. Per proteggere il figlioletto dagli orrori dei lager, Guido sdrammatizza ogni evento, facendogli credere di essere i partecipanti di un avvincente gioco a premi. Probabilmente ogni definizione risulta pleonastica per questo capolavoro, vincitore di tre Premi Oscar, che ha saputo far ridere e piangere il mondo intero. Celeberrima la colonna sonora del maestro Nicola Piovani. L’ironia tipica di Benigni si fonde con un tema agghiacciante per dare vita a una storia d’amore paterno, di coraggio, di desiderio di trovare un senso a tutta quella crudeltà, di aggrapparsi alla vita a ogni costo, sempre. E poi la vittoria, dell’innocenza contro la malvagità, dell’amore contro l’odio. Un inno alla vita, alla gioia, che ha saputo dare voce alle sofferenze di milioni di ebrei divisi dai cari, distrutti. Come ha detto Benigni in un’intervista: «Io non sono ebreo, ma la storia appartiene a tutti».

Vincitore di tre Premi Oscar e la Palma d’Oro a Cannes nel 2002, Il pianista conserva il suo posto nella rosa dei più noti film in memoria dell’Olocausto. Roman Polański mette in scena la straziante storia del pianista ebreo Władysław Szpilman, la cui vita è totalmente sconvolta all’arrivo in Polonia delle truppe tedesche e all’occupazione di Varsavia. Comincia per lui il tracollo, dalla perdita degli affetti alle terribili condizioni del ghetto, fino alla lotta per la sopravvivenza. Una pellicola che rievoca proprio le esperienze dirette del regista, quando da bambino fu segregato con la sua famiglia nel ghetto di Cracovia, perdendo sua madre. Forse è per questo che non ci vengono risparmiate le barbarie, le assurdità, sotto le note struggenti del suo pianoforte. Ma suonano anche speranza. È grazie alla sua musica che Szpilman trova la forza per non lasciarsi andare, metafora dell’immenso potere dell’arte. Meritatissimo l’Oscar ad Adrien Brody come miglior attore protagonista.

Train de vie, 1998, è forse tra i film a tema più originali, divenuto negli anni quasi un classico. Diretto dal regista romeno-francese Radu Mihăileanu, rilegge la Shoah in maniera assurda e pungente. Nel 1941, gli abitanti di un villaggio ebreo dell’Europa dell’Est vengono avvertiti da Shlomo, il matto del villaggio, che i nazisti arriveranno presto per le deportazioni. Decidono perciò di giocare d’anticipo organizzando la partenza di un finto treno di deportati e ufficiali nazisti, al fine di fuggire in Palestina. Tra sagaci dialoghi, bizzarri incontri ed episodi al limite dell’assurdo, Train de vie mette in scena una tragicommedia dai toni volutamente caricaturali e il tipico umorismo yiddish. Gli stereotipi sono messi alla berlina, mentre risalta la volontà di scandire l’importanza delle tradizioni, della musica e della cultura ebrea. Interessante scoprire che il ruolo di Shlomo fosse stato proposto originariamente a Roberto Benigni, il quale, seppur interessato, dovette rinunciare poiché impegnato a girare La vita è bella. Una pellicola dolceamara, dall’ormai iconico finale, e che si è aggiudicata meritevolmente il David di Donatello per miglior film straniero.

Altra grandiosa opera, targata 1982, è La scelta di Sophie. Alan J. Pakula dirige l’adattamento dell’omonimo romanzo di William Styron, con protagonista Meryl Streep, vincitrice dell’Oscar come miglior attrice. La vediamo nel ruolo di una ragazza polacca immigrata, scampata alle atrocità di Auschwitz, la quale si lascerà andare a un racconto del suo passato – tramite flashback – dai risvolti sempre più drammatici e sconvolgenti. Quella scelta. Inserito tra i cento migliori film statunitensi di tutti i tempi, l’intensità delle interpretazioni – la Streep ha persino imparato a parlare il polacco e il tedesco – e del messaggio struggente, non vi lasceranno dormire la notte. Un terrificante dramma, un’escalation di pathos, di tormento interiore, di male di vivere che il sopravvissuto si porta dietro, inevitabilmente.

Vi siete mai chiesti cosa succederebbe se Adolf Hitler si risvegliasse ai giorni nostri? Piccolo bonus per Lui è tornato, diretto da David Wnendt nel 2015. Nonostante il film non si concentri sulle efferatezze dell’Olocausto, interessante è affrontarlo da un punto di vista critico e umano. Vediamo infatti il Führer – interpretato da un ottimo Oliver Masucci – risvegliarsi nella Berlino del ventunesimo secolo, disorientato e sconvolto dai cambiamenti, dalla fine della guerra e dal multiculturalismo. Quando incontra un aspirante regista, quest’ultimo scambia l’uomo per un comico e decide di renderlo protagonista di un documentario incentrato sui suoi assurdi approcci verso la Germania contemporanea. E quasi lo è, considerato che molte persone riprese sono assolutamente spontanee poiché ignare del film.

La fama della pellicola ha ispirato, nel 2018, un remake italiano di Luca Miniero, Sono tornato, dove a Hitler si sostituisce Mussolini riapparso in Italia. Un sapiente black humor che pone al centro la domanda: è possibile rischiare di far ripetere la storia? Ci troviamo di fronte a un Hitler goffo, anacronistico, di conseguenza i suoi gesti e le sue parole sono percepiti come comici. E alla gente fa ridere. Hitler lo sa bene, lo sapeva bene anche all’epoca, quando si serviva di carisma e mass media per avanzare, basta solo contestualizzare. Non a caso, il potere lo prese venendo eletto. Il film ci mostra la sottile linea tra ironia e populismo, il pericolo della viralità delle idee con la scusa del sarcasmo. E mentre il pubblico lo idolatra, solo un’anziana signora lo vede per ciò che èio so bene chi sei, gli ringhia contro, non l’ho dimenticato – personificazione della Memoria stessa. Perché solo ricordare può aiutare davvero a salvarci.

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