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Il governo dei migliori e i diritti mancati

Giusy Santella di Giusy Santella
9 Novembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Solo pochi giorni fa, alla chiusura del G20, il Presidente del Consiglio Mario Draghi dichiarava di voler abbandonare i bla bla bla: «Se un traguardo è stato raggiunto è quello di aver reso i nostri sogni vivi. Ora però dobbiamo far parlare la loro attuazione». Basta mere enunciazioni di principio, dunque.

Lungi da noi voler prevedere il futuro o lanciarci in giudizi su avvenimenti non presenti, bisogna riconoscere che le premesse, per il governo dei migliori, non sono certamente un buon punto di partenza. Sono passati oramai nove mesi dal suo insediamento e ciò che si può costatare, senza dubbio, è una grande confusione, mista alla tanta rivalità tra le forze politiche coinvolte, che conduce a delle progressive retrocessioni nel campo dei diritti.

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Ce l’ha dimostrato, appena una settimana fa, l’affossamento al Senato del Ddl Zan, tra cori e urla da stadio, in spregio a qualsiasi forma di rispetto per le minoranze coinvolte. Le modalità con cui la legge è stata eliminata dal dibattito pubblico ci hanno dimostrato la mancanza di volontà politica di affrontare il tema, in particolare in una direzione progressista. Eppure questo è stato solo l’ultimo dei fallimenti che la società civile ha dovuto sopportare.

Durante la scorsa estate, Mario Draghi con altri quindici leader europei aveva risposto alle minacce di Orbán alla comunità LGBTQ+ con un appello in loro favore. Si trattò allora di un gesto fortemente simbolico. Tuttavia, senza portare avanti parallelismi inopportuni, a che servono tali gesti se poi gli stessi diritti non si difendono in seno alla propria comunità? Quella arcobaleno, comunque, non è l’unica minoranza – intesa come categoria che si trova in condizione di vulnerabilità – a essere stata sbeffeggiata con mere enunciazioni di principio.

Le donne, che hanno risentito in gran parte degli effetti della pandemia, riversandosi su di loro il lavoro di cura e dovendo rinunciare molto spesso alle occupazioni lavorative per l’impossibilità di accudire figli e famiglia, hanno visto approvata una ridicola legge sulla parità salariale. Dunque, in un Paese in cui le donne già guadagnano meno degli uomini, occupano di rado le posizioni di vertice e sono continuamente discriminate in ragione del loro sesso, la soluzione che il governo dei migliori ha trovato è stata premiare le imprese che si impegnano a rispettare i loro diritti. Come se si trattasse di concessioni, di regole che possono o non possono rispettare a seconda della propria sensibilità.

Le priorità delle forze politiche in campo sono chiaramente la ripresa economica e il profitto, con tutto ciò che ne consegue a discapito dei diritti e delle persone più deboli. La campagna di odio portata avanti verso il reddito di cittadinanza ne è la dimostrazione, palesando così di essere ciechi di fronte alla necessità di una misura di sostegno alla povertà.

Intanto, continuano a essere migliaia le morti sul lavoro ogni anno, crescono i contratti flessibili e il precariato, mentre ci si racconta che i giovani non vogliono lavorare perché possono avere il reddito di cittadinanza. Perché non si ha il coraggio di dire che l’unica alternativa rimasta a molti ragazzi è andare via, lasciare tutto, spostarsi in luoghi in cui le loro competenze possano essere apprezzate e si possa essere gratificati per esse.

L’Italia dei diritti arranca, rimanendo così non solo l’unico Paese dell’Europa occidentale a non prevedere alcun aggravante per i crimini d’odio verso le persone omosessuali e trans, ma nel campo lavorativo uno dei pochissimi Paesi europei – solo sei – a non prevedere alcuna forma di salario minimo garantito. Ciò permette alle imprese di giocare al ribasso con la vita dei lavoratori, di imporre condizioni disumane, di costringere le persone a scegliere tra sopravvivere o morire.

Il profitto prevale ogni volta che si rinsaldano i rapporti diplomatici con Stati che portano avanti violazioni continue dei diritti umani. È il caso dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, quest’ultimo coinvolto nella morte di Giulio Regeni e le cui relazioni non si sono per nulla indebolite neppure dopo l’arbitraria carcerazione di Patrick Zaki, per la quale invece sarebbe stata necessaria una dura e chiara presa di posizione delle nostre forze politiche. E si parla di diritti – negati – ogni volta che si definiscono tiranni come Erdoğan dittatori necessari.

E, allora, le mere enunciazioni di principio sui diritti e sul superamento delle disuguaglianze a nulla valgono se intanto si lasciano indietro i giovani e i più deboli. Se si porta avanti una modesta riforma della Giustizia solo per accaparrarsi i fondi europei, se quando si parla di sgravi fiscali lo si fa solo nei confronti delle imprese. Se l’unica concessione che si fa in tema di pensioni è una ridicola Quota 102, quasi come se fosse un lusso. Se l’unica cosa che ci è realmente rimasta sono i bla bla bla.

Il prossimo banco di prova sarà la manovra di bilancio, ma probabilmente sappiamo già cosa aspettarci. Pur di accontentare tutte le forze politiche in campo, non si otterrà – neanche stavolta – nulla di soddisfacente per le famiglie e le fasce più povere della popolazione. A quale prezzo stiamo inseguendo il profitto? Ci sarà qualcuno a preoccuparsi delle persone?

Prec.

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