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Il governo dalle mani lunghe

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
11 Giugno 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Arraffano, sottraggono, toccano, afferrano, colpiscono. Sono mani della peggiore specie quelle del governo giallo-verde, mani voraci, lunghe, viscide, che tutto sfiorano con bramosia di potere e tutto occultano come in una perfetta commedia italiana. Il disegno di Salvini – o di chi ne muove i fili – è vicino a essere completo.

La vicenda che ha catalizzato le attenzioni della stampa la scorsa settimana, ossia la manina che il Vicepremier Luigi di Maio ha denunciato negli studi di Porta a Porta, rea di aver modificato a insaputa del MoVimento l’accordo sul Fisco, rende la misura dell’azione promossa dalla legislatura Lega-5 Stelle – semmai ce ne fosse bisogno –, completamente incentrata sui favori ai ricchi, ai disonesti, contro poveri e fessi che, invece, ne garantiscono la longevità. Bugiardi ogni oltre decenza.

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Il tentativo da parte del Ministro del Lavoro di bloccare i condoni fiscali previsti dal dl – prima accettati in toto dal MoVimento, poi, improvvisamente ritrattati – ha messo in mostra la vera natura del governo, coeso soltanto nell’idea di mantener salde poltrone e privilegi propri e di chi andranno a favorire con i prossimi provvedimenti in materia economica. La vicenda, andata in onda mercoledì sera da Vespa, è stata un triste teatrino sbugiardato direttamente dal Quirinale, dove il testo della discordia non è mai giunto, segno che nulla di quanto disegnava il Vicepresidente del Consiglio grillino si fondasse su fatti concreti. Una prima volta nella storia del Paese di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Stessa sorte ha patito la denuncia promessa da Di Maio contro chi, a sua insaputa, avrebbe inserito il favore ai grandi evasori in un testo non previsto dal contratto di governo. Niente di quanto gridato alle folle ha avuto un seguito, pratica ormai comune tra i pentastellati. L’ipotesi più probabile – visti poi gli sviluppi e le reazioni dell’altra faccia della medaglia – è che l’elettorato dell’#honestà abbia vissuto come un tradimento la firma del leader campano a una pratica propria di quella politica tanto combattuta nella perenne campagna elettorale del MoVimento.

Il terremoto d’accuse, però, ha – come ovvio – messo in bilico l’equilibrio su cui poggia la maggioranza, con Matteo Salvini che si è detto contrariato dall’accaduto: «Comincio ad arrabbiarmi. Perché in quel Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte leggeva e Di Maio scriveva il decreto. Per scemo non ci passo». La Lega è stata costretta a ritrattare l’accordo, i 5 Stelle hanno vinto la partita, ma a che prezzo? La risposta non si farà attendere.

Resta, al momento, il deficit al 2.4%, nonostante lo spread vicino a quota 350 metta a rischio l’intero sistema economico del Paese e Moody’s abbia declassato l’Italia prossima al grado di spazzatura, aboliti invece il condono e lo scudo fiscale per i capitali esteri. Il Ministro dell’Interno ha trovato comunque il modo di tirare acqua al proprio mulino annunciando il saldo in stralcio delle cartelle di Equitalia.

Cosa rimane, quindi, di una vicenda che altro non ha fatto che mettere in ridicolo la credibilità della politica di casa nostra e palesare, in maniera ancor più netta, le intenzioni del governo penta-leghista? Resta il fastidio di chi quella mano, quella manina, se l’è sentita passare addosso, furtiva, come su un autobus nell’ora di punta. Chi si ritroverà in questa fastidiosa ricostruzione dei fatti non sarà unicamente l’elettore contrario alle politiche giallo-verdi, il piddino tanto odiato dalla massa, ma chiunque paghi le tasse prima ancora che le stesse gli finiscano in busta paga, chi, al contrario di imprenditori e commercianti, non ha mai avuto modo di decidere di evadere capitali e beneficiarne, per poi pentirsi in vista dell’aiutino del governo di turno.

Una cosa è la lotta all’evasione, un’altra è il condono. Ben venga, pertanto, la revisione del testo fiscale. Ciò che non appare chiaro, tuttavia, è come mai Salvini abbia ipotizzato, nella prima stesura, di richiamare ogni italiano in debito con lo Stato e mai abbia tentato di stanarne con ogni mezzo gli affari illeciti. È condivisibile quanto sostiene il leader del Carroccio, ossia che un recupero parziale dei crediti sia più funzionale al Paese piuttosto che un’inefficace lotta a chi non paga le tasse, il problema però verte proprio sulle motivazioni per cui nessun governo, questo quanto ogni precedente, abbia visto l’evasione soltanto aumentare e non l’abbia mai combattuta a dovere.

È vero che Equitalia ha messo in ginocchio famiglie con more vergognose, è vero che la rateizzazione dei debiti avrebbe – probabilmente – contribuito al recupero di imposte mai versate, ma che credibilità e senso di giustizia proporrebbe uno Stato che sana gli evasori, a dispetto di chi ha condotto la propria vita con dignità senza mai finire nel mirino del Fisco, spettatore di provvedimenti che incitano a cambiare rotta e adeguarsi all’andazzo?

5 Stelle e Lega si gonfiano di vocabili, di slogan a basso costo, di invettive contro il debole di turno su cui disperdere l’attenzione. Mafia. È questa l’unica parola che non pronunciano mai. Mafia. È questa la battaglia che pare non sappiano di dover intraprendere. Allora sì che quelle mani avrebbero senso di sporcarsi, di muoversi. Così come si adoperano adesso servono solo a dar schiaffi a chi già ne ha sempre presi.

Prec.

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