Non è ancora estate quando Michele comincia a scrivere. L’aria è già pesante, appiccicosa, come certe assenze. La sorella, Francesca, non c’è. È via, lontana, come si può essere lontani anche se si resta nella stessa casa. O nello stesso lutto. Michele scrive di notte, quando le parole trovano riparo nel buio e l’inchiostro non ha paura di dire cose che di giorno sembrano troppo grandi, troppo crude. Francesca esce, si apre al mondo, di giorno ma anche di notte, in quelle stesse notti in cui suo fratello scrive, cerca la vita, vive l’amore. La loro è una connessione che va oltre il legame di sangue, una simbiosi emotiva che li rende quasi un’unica entità, separata soltanto dalla distanza fisica e dal tempo che scorre.
I salmoni aspettano agosto (Giulio Perrone Editore) non è un romanzo di trama, ma di eco. Non è un libro che si legge, è un corpo che si attraversa. A ogni pagina, ci si ritrova dentro qualcosa che forse ci appartiene da sempre, ma che non abbiamo mai saputo nominare. Elena Panzera ci porta in una Viareggio che non ha il sapore delle vacanze, ma quello delle estati interrotte. Quelle che hanno smesso di esistere il 29 giugno del 2009, quando un’esplosione ha strappato via più di venti vite e molto di più a chi è rimasto. È il palcoscenico di una storia che si dipana tra le pagine di un diario che non è solo testimonianza, ma anche ricerca, un tentativo di ricostruire ciò che è stato e ciò che non è più.
La strage ferroviaria è lì, come una ferita aperta sullo sfondo, eppure non è solo storia. È memoria che non si chiude, è trauma ereditato, è la fiamma che continua a bruciare nel silenzio dei figli, dei fratelli, degli amici. Michele suona il pianoforte e scrive. Per resistere. Per ricordare. Perché Francesca torni, o almeno per non dimenticarla. La musica diventa allora la voce delle cose che non si dicono. E il diario che scrive diventa uno specchio che riflette chi eravamo prima e chi siamo adesso.
Ma chi è Michele? Un ragazzo. Un sopravvissuto. Uno che ha smesso di contare gli anni in avanti e ha cominciato a contarli a ritroso. Come se solo andando indietro si potesse ancora toccare qualcosa di integro. In questa narrazione che è anche elaborazione del lutto, i legami familiari si fanno carne e simbolo. La madre, muta come una statua di sale. Il padre, scomparso prima ancora di morire. Francesca, presenza assente, o assenza presente. I salmoni che aspettano agosto diventano metafora: di chi torna, anche se non c’è più. Di chi aspetta, anche se non sa per cosa.
Ci sono libri che chiedono di essere letti. Altri che pretendono che tu viva con loro. I salmoni aspettano agosto è uno di questi. Lo stile di Panzera è asciutto, ma mai povero. Ogni frase è una nota suonata piano, un battito in levare. Non c’è spazio per l’enfasi, ma per la verità. Quella che si fa strada come un salmone che risale il fiume per tornare a casa, anche se sa che potrà morirci.
C’è una bellezza feroce in questo romanzo. Quella delle storie che ci rivelano qualcosa su noi stessi che non volevamo sapere. Come il dolore che si eredita, come la musica che ti resta dentro anche dopo l’ultima nota. E poi c’è Viareggio, con le sue estati spezzate, con il suo odore di fumo che non va via. Non è solo una città. È un tempo sospeso. È ciò che resta quando tutto sembra crollare.
Elena Panzera non ci dà risposte. Ci regala domande. E il coraggio di restarci dentro. Senza scorciatoie, senza lieto fine. Perché a volte non serve capire, basta sentire. E ricordare. I salmoni aspettano agosto. E noi con loro.





