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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: la razza

Redazione di Redazione
5 Aprile 2022
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Cloaca gentium: quando i negri eravamo noi dal Secondo Quaderno

Tutte queste questioni sono assurde se si vuole fare di esse elementi di una scienza e una sociologia politica. Rimane solo il materiale per qualche osservazione di carattere secondario che spiega qualche fenomeno di secondo piano.

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Nella totale incertezza del suo futuro, del sentirsi pronto a tutto, anche a scomparire come un sasso nell’oceano, Gramsci sviluppa un sistema di autodifesa contro il pericolo della depravazione mentale, causata dalla totale deprivazione fascista della sua libertà, attraverso lo studio e la scrittura. Così legge e rilegge articoli, anche di pensatori liberali, e annota idee e critiche.

In questo caso, la stirpe in pericolo era quella statunitense, soffocata da un’immigrazione fisica e morale dall’Europa e, più precisamente, dai mediterranei d’Europa. In fondo, era un’immigrazione quasi di carattere alimentare, nel senso che milioni di persone andavano nelle Americhe alla ricerca di cibo e solo dopo di migliori condizioni di vita in generale: era la fame, una fame autentica.

Questo, secondo alcuni, causava una degenerazione morale della razza statunitense, del suo intrinseco e puritano dinamismo, sebbene una cosiddetta razza statunitense è di difficilissima identificazione, a meno che non si parli dei nativi. I mediterranei, insomma, andavano a corrompere il paese, portando una miscela di razze che poneva, soprattutto nella prima generazione, un difetto di armonia fisica ed etica.

Gramsci smonta con ironia e saggezza ogni tesi razzista, ancor prima di spiegare e anteporre l’eterno conflitto di classe alla base di presunti odi e discriminazioni. È sempre il ricco contro il povero, l’industriale contro le rivendicazioni salariali operaie, il burocrate contro il popolo, il latifondista contro il contadino senza terra ma, da sempre e ancora oggi, si vuole tentare di giustificare queste ingiustizie sulla base di differenze morali e intellettuali tra popoli. Sono, semplicemente, differenze tra persone, laddove la brutalità del bisogno crea un degrado che non è genetico, ma determinato dalla mostruosità del potere e dalle sopraffazioni endemiche alle quali costringe altri esseri umani. In pratica: sporchi, sofferenti, affamati e stremati è difficile prendere il tè sorridendo in un salotto rosa confetto.

Così, ma con semplici annotazioni a latere, Gramsci rivendica un’altezza e una peculiarità della razza umana, anche laddove alcuni mediocri pensatori si ostinano a dividere gli uomini tra mammiferi e creature superiori.

L’uomo è un mammifero, vero, ma destinato a evolversi e a creare e diffondere evoluzione. Evoluzione e non egemonia di una razza sull’altra, di un paese su un altro. Per quanto quella culturale degli Stati Uniti passi, secondo Gramsci, per una diffusione dei principi protestanti, anche senza essere basati su una reale religiosità del paese, dove la maggioranza della popolazione non ha un credo o, se lo ha, è una pigra e minoritaria partecipazione a una comunità religiosa, Eppure, nota, pensatori e politici riescono a elaborare presunte superiorità culturali, anche rispetto alla etnia mediterranea, culla e motore di ogni civiltà occidentale.

Oggi fanno specie i partiti nazionalisti italici guidati da leader che pretendono di rappresentare una posticcia superiorità di razza nostrana, laddove una razza nostrana non c’è o, se c’è, non è certamente rappresentata da quei volti lì. Regioni come il Veneto che, solo un secolo fa, hanno vissuto sulla propria pelle il razzismo altrui nelle Americhe e nei Nord Europa, che adesso intonano cori razzisti appena possono. È la storia, l’eterno commettere gli stessi errori, come se tutto sommato non ci fosse mai nulla da imparare.

Gramsci, sebbene non interessato all’argomento, riconosce alla sola Francia un’eredità culturale legittima rispetto all’Impero Romano, certo non ai buffoni fascisti italiani. Per quanto riguarda il nostro paese, poi, tra gli spagnoli e i piemontesi, il suo giudizio su presunte altezze razziali o culturali non è mai tenero. Ma è segnalato come appunto, come diversivo al tempo feroce del carcere, mai con l’ampiezza che invece dedica ad altri argomenti. Al fondo di ogni pensiero gramsciano c’è il tema dell’uguaglianza e delle cause che impediscono agli uomini di essere uguali.

La razza, quindi, diventa solo ennesimo pretesto per perdurare e creare ingiustizie: un diversivo che il continuo tradimento degli intellettuali rende possibile attraverso le casse di risonanza dei pennivennoli nazional-liberali.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

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