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“I Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: l’errore

Redazione di Redazione
24 Maggio 2022
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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Alcune cause d’errore dal Terzo Quaderno

Nella vita storica come nella vita biologica, accanto ai nati vivi, ci sono gli aborti. Storia e politica sono strettamente unite, sono anzi la stessa cosa, ma pure occorre distinguere nell’apprezzamento dei fatti storici e dei fatti politici.

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L’errore è spesso frutto di sovrapposizioni di accadimenti casuali, con meccanismi predefiniti in modo teorico. Così, mentre nella storia la cristallizzazione dei fatti rende possibile analisi più profonde, nella politica, nell’agire concreto, bisogna tener conto che molte variabili non dipendono direttamente dalla dinamica delle nostre decisioni, ma dallo svolgersi del tempo.

Questo assunto assume anche un altissimo valore filosofico per cui ogni azione personale si inserisce in un campo energetico non determinato da noi stessi e, in più, non determinabile a priori perché non ancora avvenuto. Errore quindi è pensare di agire al di fuori del contesto storico nel quale si è attivi. Un po’ la schizofrenia latente dell’Uomo liquido contemporaneo teorizzato da Bauman, ma già prevista e codificata dal pensatore sardo. Una perenne lacerazione tra l’essere e l’agire, dove si nascondono tutti i malanni della nostra società. Essere “coltissimi” diventa dunque un imperativo del leader che vuole resistere nel reale: il massimo di elementi della vita attuale, come erudizione ma in modo vivente, come sostanza concreta di intuizione politica (tuttavia perché in lui diventino sostanza vivente di intuizione, occorrerà apprenderli anche librescamente). Ma l’agire nella società del leader sottintende una diffusione capillare di una nuova cultura, fatta di empatia e di erudizione collettiva.

La crisi moderna è collegata a una crisi di autorità, vero, ma anche a una crisi di cecità di massa. La classe dominante ha perduto consenso: cioè non è più dirigente ma unicamente dominante, ciò significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali. Il vecchio muore ma non nasce un nuovo e nel decadimento di questo vuoto nascono tutte le morbosità immaginabili. Gli stessi giovani schiacciati da un peso “meccanico” del potere non riescono a svolgere questa funzione di rinnovamento e finiscono per essere calpestati dal triste giogo di divenire vecchi, senza essere cresciuti.

La forza, intesa solo come coercizione fisica e intellettuale, impedisce a nuove ideologie di affermarsi o, almeno, di muoversi, rinnovarsi, cercare centralità sociali: si risolverà necessariamente a favore di una restaurazione del vecchio? Un eterno girare attorno a una palude immobile? Non è detto, anzi, l’agire politico di Gramsci, il suo stesso esempio di coerenza e sacrificio escludono a priori questo pendolare senza senso sul precipizio di una inutilità circolare e perpetua. Al tempo stesso, però, costringono a una feroce e continua lettura della realtà. Un costante esercizio di logica, fatto di tensione e di creatività.

Gli scenari di crisi fanno tendere le masse verso la depressione fisica che conduce velocemente a un diffuso scetticismo. Un vuoto d’agire, ma anche del pensare e del sentire. Conducendo il singolo individuo e, consequenzialmente, ogni elemento della piramide del potere verso la ricerca ossessiva e compulsiva del personalissimo tornaconto economico e alla politica non solo realista di fatto (come è sempre) ma cinica nella sua manifestazione immediata. Ogni brutalità, come l’invenzione del termine effetti collaterali, per indicare vittime inermi di guerra, è una spinta logica verso la desertificazione delle coscienze. Un intorpidimento che ci porta verso l’autodistruzione etica. Restiamo vivi, direbbe Gramsci davanti a tanto rincoglionimento.

Così se ciclicamente il capitalismo tenta di ideologizzare la necessità di sacche di schiavitù, come strumento indispensabile dell’evoluzione di una parte di società, senza però specificare che tale presunta evoluzione avviene sulla sofferenza di altri esseri umani, questo può avvenire unicamente perché non abbiamo strumenti culturali per percepire l’orrore. Inventare nuove forme di schiavitù è assioma dello sviluppo storico delle classi agiate: dai faraoni ai turbocapitalisti attuali, arrivati addirittura a regolamentare la pipì dei propri schiavi. Pensate solo che in alcune fabbriche a ogni tipologia di contratto corrisponde un bagno diverso per evitare socializzazioni pericolose e che le pause sono regolamentate unicamente in sintonia con le esigenze di produzione: la macchina che comanda l’uomo-schiavo.

La possibilità (e necessità) di formazione di una nuova cultura, una perenne lettura della realtà in chiave storico-libresca e storico-vivente, aiuta a distruggere le menzogne propagandistiche dell’economia capitalistica, della politica sottomessa all’economia e, nello smascherare gli ingranaggi cupi del potere, si evitano errori di lettura dei fenomeni contemporanei. Lo schiavismo è anelito inconfessabile dei padroni di ogni tempo. Alcune cause d’errore delle forze dell’uguaglianza consistono nel non capirlo: ognuno di noi, nel profondissimo suo subconscio, desidera uno schiavo, il padrone ne desidera migliaia e, lavorando nella massa oscura del nostro io malato, giustifica e legittima il suo desiderio. Così, debellata una schiavitù, se ne inventa una nuova.

Agricoltura, edilizia del cottimo, lavori domestici, diavolerie contrattuali e burocratiche varie: il fenomeno si sta diffondendo a macchia d’olio. Eppure noi schiavi, o a rischio schiavitù, cosa facciamo? Cadiamo nella macchina della propaganda reazionaria e ci scanniamo a vicenda. Perché non uniti e informati ma, anche e soprattutto, perché pigramente concentrati solo su noi stessi.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

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