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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: bene comune

Il bene comune dal Nono Quaderno

[…] il solo criterio economico non è sufficiente per studiare il passaggio da una forma di stato a un’altra; occorre tener conto del criterio politico, in quanto obbiettivamente necessario e corrispondente a un interesse generale.

È l’eterna dialettica tra economia e politica, dove Gramsci intravede una supremazia della seconda e degli interessi generali sui conti utilitaristici degli economisti. Le fabbriche danno lavoro a migliaia di operai, così come le bonifiche creano terreni coltivabili e quindi rappresentano un patrimonio comune, che non può essere sintetizzato in curve investimenti-ricavi. O come quando parliamo di servizi, dove il valore intrinseco del benessere della popolazione non può essere sminuito da calcoli cinici. Il grande problema italiano, però, consiste nella ripartizione dei sacrifici non equa tra la popolazione (da sempre e per sempre ci sono classi che pagano per le altre) e le aree geografiche (da sempre e per sempre ci sono regioni che pagano per le altre).

Che l’introduzione del capitalismo in Italia non sia avvenuta da un punto di vista nazionale, ma da angusti punti di vista regionali e di ristretti gruppi e che abbia fallito i suoi compiti, determinando un’emigrazione morbosa non mai riassorbita e rovinando economicamente intere regioni, è certissimo.

Non si tratta quindi esclusivamente dell’annosa questione meridionale, bensì di uno sviluppo miope, e quindi zoppo, che ha sempre e solo privilegiato il guadagno immediato dei soliti a riforme che avrebbero potuto essere volano di guadagni futuri e di emancipazione per intere aree. Una miopia, purtroppo, presente e persistente ancora oggi nel meschino panorama politico nazionale.

L’idea di ancorare due/tre regioni all’Europa sviluppata e le restanti al Nord Africa ha creato le condizioni per sviluppare fenomeni criminali, corruttivi e di complessivo indebolimento sociale e culturale. Una legislazione protezionistica ha consentito uno sviluppo industriale del Nord, impedendo la trasformazione dell’economia rurale del Sud in economia industriale.

La piovra, definizione di Gramsci del capitalismo parassitario e burocratico italiano, allunga i suoi tentacoli per far sempre nuove prede, che siano nelle campagne, desertificando e impoverendo i centri agricoli, che siano nel Sud, aumentando a dismisura ogni distanza socio-economica tra le due Italie.

Passano i governi e i sistemi di rappresentanza ma, ancora oggi, il problema è identico: L’Italia è il paese […] che ha il maggior numero di popolazione parassitaria, che vive senza intervenire per nulla nella vita produttiva, è il paese di maggior quantità di piccola e media borghesia rurale e urbana che consuma una frazione grande di ricchezza per risparmiarne una piccola parte.

Si spiegano così tante cose: il capitalismo assistito dallo Stato, dove dinastie industriali dirottano nelle proprie casse risorse pubbliche, senza dare nulla in cambio. Il protezionismo della finanza, dove il ruolo delle banche non riesce a evolversi in chiave anglosassone, rimanendo ancorato a sistemi di consorterie di potere e di strozzinaggio. Il rapporto mai sviluppato completamente con le culture industriali più evolute, avendone da una parte paura, dall’altra non potendone reggere concorrenze, nemmeno culturali.

La stessa Europa unita, a pensarci bene, ci consente di consumare con una certa facilità nei Paesi amici ma, di fatto, ci impedisce di acquisire quei meccanismi di trasparenza e qualità insiti nella loro vita produttiva. È bene ricordare che il passaggio di proprietà di un furgoncino usato in Germania costa 50 euro, mentre da noi circa 600. In questo gioco, allargato a macchia d’olio sulla nostra vita produttiva, capiamo i meccanismi perversi che tengono questo Paese in uno stato di arretratezza permanente. Figure atipiche come Enrico Mattei, che in campo energetico voleva rompere questo incantesimo e portare miglioramenti non ai burocrati oligarchi e ai cugini americani, ma a tutto il popolo, sono rare e spesso muoiono in incidenti aerei misteriosi.

La guerra, osservata da Gramsci, allargando oltre misura tale impalcatura, crea l’illusione di dare vita ad un organismo industriale sproporzionato alle nostre forze, creato con lo scopo di renderci indipendenti dall’estero, mentre in realtà indebolisce ancora di più il terreno della produzione industriale, paralizzandone interi settori e creando le premesse di povertà, che poi rendono necessarie derive conformistiche di repressione militare. Gramsci spiega bene il meccanismo attraverso l’incapacità di produrre risparmio, l’insorgenza coatta di insolvenze e sofferenze bancarie, il blocco dei consumi e il conseguente impoverimento della massa-paese. Come si esce da questo scenario? La storia della Prima guerra mondiale, non solo italiana, ha condotto a regimi autoritari. Il fascismo strisciante dei nostri giorni non è altro che il ripresentarsi della medesima situazione e della medesima assenza di senso politico.

Lo sviluppo industriale di un Paese, se legato allo sviluppo umano dei suoi cittadini, genera armonia a patto però che i giochi della finanza parassitaria non prendano il sopravvento sui meccanismi di produzione. La politica delle consorterie feudali nasconde, dietro un finto essere liberali, la cupa difesa a oltranza della burocrazia e dei salotti soft massonici rosa confetto. Autonomia differenziata, patti di stabilità, privatizzazioni di servizi come la sanità e altre diavolerie rappresentano il tentativo di applicare i meccanismi della finanza parassitaria al nostro vivere: il bene loro contro il bene comune.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: bene comune
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