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I beni culturali, dimenticati e abbandonati, di Napoli

Francesca Testa di Francesca Testa
16 Febbraio 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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Il 2021 non è iniziato al meglio per i beni culturali di Napoli, spesso dimenticati e abbandonati all’incuria. Tutto è cominciato la sera del 2 gennaio quando, a seguito della mareggiata che si è abbattuta sulla città lo scorso 28 dicembre, è crollato l’arco conosciuto con il nome O’ Chiavicone a mmare. Si tratta di un condotto fognario che doveva raccogliere l’acqua piovana proveniente dalla collina di San Martino, passava per via Toledo e arrivava infine a sfociare tra l’attuale Piazza Vittoria e Castel dell’Ovo, proprio sulla spiaggia del Chiatamone.

Si è trattato, purtroppo, della solita tragedia annunciata, come ha dichiarato Carlo Leggieri dell’associazione Celanapoli. Nel corso degli anni, infatti, l’arco ha perso molteplici blocchi di pietra e, con la mareggiata del 2018, il suo equilibrio è diventato sempre più precario. Numerosi sono stati gli appelli lanciati affinché potesse partire un vero e proprio lavoro di restauro, tuttavia i soli lavori portati avanti sono quelli effettuati dall’autorità portuale, diffidata dalla soprintendenza, che ha montato dei ponteggi per mettere l’arco in sicurezza. O’ Chiavicone è stato quindi puntellato e avvolto con tubi Innocenti e così è stato lasciato.

Francesco Carignani, Consigliere della I Municipalità, si è detto molto amareggiato: «Sebbene abbia personalmente sollecitato già da mesi l’autorità portuale, che aveva avuto dalla soprintendenza l’obbligo di eseguire i lavori in tempi rapidi, siamo arrivati lo stesso a un crollo che poteva davvero evitarsi. È incredibile quanto sia accaduto, ma proprio per questo è giusto che i cittadini sappiano come stanno le cose».

Il primo collasso dell’arco risale al 1656, quando Napoli fu colpita dalla peste. Carlo Celano ricorda l’evento e scrive: Quegli infami e scellerati becchini, avanzi o per di meglio rifiuti della peste, promettendo di portare a seppellire i cadaveri in qualche luogo sacro, li buttavano dentro di questa chiavica: ed anche dai napolitani vi fu buttata molta roba, come matarazzi ed altra suppellettile sospetta di contagio, con isperanza che il primo torrente d’acqua piovana, che noi chiamiamo lava, l’avesse dovuta portare a mare. Al 14 d’Agosto dello stesso anno calò una piccola pioggia immensa che formò un rapidissimo torrente; entrò nel chiavicone ma ritrovandosi impedito dalla roba già detta, con empito grande fracassò i lati ed entrò sotto le fondamenta delle case, che stavan fondate all’antica sulla terra vergine e ne buttò giù una quantità e quasi tutte quelle dalla parte sinistra che va verso del mare principiando dalla parte della Nunziatura fino alle carceri di S. Giacomo dove scopri una parte dell’antica muraglia.

Grazie a un disegno di Bartolomeo Grasso del 1844, è possibile vedere come fu sistemato il tratto di spiaggia dove il Chiavicone incontrava via Chiatamone: coperto e reso più rigido, sfociava direttamente a mare attraverso un arco con due griglie. Un filtro permetteva poi il deflusso laterale delle acque. Aveva, nella parte terminale, una testata a cuneo e un piccolo sbarcatoio a protezione dello scolo della fogna. Tuttavia, ciò non rendeva il Chiavicone un vero e proprio molo, era semplicemente uno sbarcatoio di servizio usato dalle barche dei pescatori e marinai di Chiaia per scaricare il pescato e merci leggere. Con i lavori del Risanamento il canale fu poi inglobato dalla colmata lungo via Chiatamone. Di conseguenza, sia lo sbocco fognario che la testata dello sbarcatoio borbonico sono stati rifatti ricavando una piattaforma decisamente più ampia.

Anche se l’arco non era chiaramente di epoca borbonica né, tantomeno, poteva definirsi a tutti gli effetti un molo, restava pur sempre una testimonianza della Napoli che fu, di qual era il suo aspetto urbanistico, nonché del paesaggio. Oggi, purtroppo, questa testimonianza è venuta meno per la solita mancanza di attenzione.

Come se non bastasse, a fine gennaio è crollato anche il muro di contenimento che circonda la Colonna Spezzata, anch’essa situata sul lungomare. Anche in questo caso le condizioni del bene erano gravi da diverso tempo – erano state poste delle transenne diversi mesi fa – e comunque dei massi erano già caduti. La Colonna Spezzata è un monumento ai caduti del mare, eretta nel 1914 e posizionata su una base di marmo che era già presente, costruita nel 1867 per la realizzazione del monumento ai caduti nella battaglia navale di Lissa mai portato a termine.

A inizio febbraio, invece, altri collassi hanno interessato la zona di San Martino dove è crollata una porzione della vigna: si tratta di una struttura seicentesca completamente lasciata al degrado. Il proprietario, Giuseppe Morra, aveva lanciato un primo allarme nel lontano 2001, tuttavia il disinteresse e la burocrazia hanno terribilmente dilatato i tempi. Nonostante, in questo caso, fossero presenti dei fondi, il progetto necessitava di alcune revisioni ma il rinvio costante ha portato alla grave situazione attuale.

Sul belvedere di San Martino, posto in cima alla Pedamentina che passa proprio accanto alla vigna, sono stati posti segnali di pericolo perché, anche qui, c’è una grande probabilità di altri terribili crolli dell’antico muro. I danni, seppur lievi, dovrebbero sin da subito richiamare l’attenzione delle autorità verso quella che è la zona forse più panoramica della città, ricca di arte e storia, e che da dieci anni è inserita nel novero dei beni monumentali di Napoli. Perché per evitare altri crolli o episodi come quelli che si stanno susseguendo, “basterebbero” controlli  programmati, una manutenzione ordinaria e lavori di prevenzione. Invece, le manutenzioni ordinarie, troppo spesso evitate, fanno sì che sempre più parti del nostro patrimonio culturale vengano danneggiate e, talvolta, in modo definitivo.

Quando sarà chiaro che dedicare la giusta attenzione al proprio patrimonio, e soprattutto con costanza, è molto meno dispendioso di restauri fastosi o, nel peggiore dei casi, di ricostruzioni? A volte, ci si dovrebbe concentrare di meno sul puntare il dito per cercare il colpevole per iniziare a fare le cose con intelligenza, criterio e responsabilità.

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