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Grasso: “Via le tasse universitarie”. Boutade o opportunità di rilancio?

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
6 Giugno 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 3 minuti
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È già tempo di campagna elettorale. È partita, come spesso, senza che nemmeno ce ne accorgessimo, un po’ perché i toni trionfalistici e gli slogan sono dei sempreverde che la nostra classe politica non manda mai in soffitta, un po’ perché, neppure il tempo di salutare la legislatura Paolo Gentiloni, che i big three del triangolo delle pernacchie, Arcore-Padania-Firenze, hanno già dato fondo alle idee più improbabili e alle promesse più incredibili, al fine di distrarre l’elettorato dai reali problemi che l’Italia necessiterebbe di affrontare dopo il 4 marzo, data prevista per le elezioni, e attirare l’attenzione su macro-argomenti che rinvigoriscono solamente i cori della tifoseria politica.

Evitando accuratamente – Bersani docet (Parlo con tutti, tranne con la destra ma per una questione di igiene mentale) – di dare corda e visibilità al nostalgico trio meneghino che si ricompatta per adoperare il compostaggio del proprio elettorato (tra l’altro, su un tema caro alle sinistre radicali quale l’abolizione della Riforma Fornero), la bomba, il titolone, insomma… la notizia, l’ha lanciata l’ormai ex Presidente del Senato, Pietro Grasso, oggi leader di Liberi e Uguali: Aboliremo le tasse universitarie. E giù la solita cascata d’insulti, di prese per i fondelli, di battutine irridenti e chi più ne ha più ne metta, che solo ragionando sul fatto che lo stesso Paese ha, per venticinque anni, eletto, rieletto e riconfermato Berlusconi… beh, fa già ridere così.

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Il punto, però, a modestissimo parere di chi scrive, non è assolutamente da sottovalutare e, a dirla proprio in tutta sincerità, il nuovo leader della sinistra alternativa al PD non ha poi sparato chissà quanto in alto. Suvvia, il Cav. ha abituato noi italiani a ben peggio e Renzi, con l’ipotetica cancellazione del canone Rai, non ha mirato così troppo distante.

Insomma, tentiamo, un attimo soltanto, di ragionarci mettendo da parte simpatie e antipatie. Non le ideologie, quelle mai. Anche se chiunque cerca di convincerci del contrario, restiamo dell’idea che è proprio la scomparsa di antichi valori ad aver avvilito il senso della condivisione della cosa pubblica.

In ogni modo, la grande maggioranza dei Paesi europei prevede che i propri atenei siano accessibili a tutti, cittadini con tanto di bollino DOCG e stranieri, ovviamente gratuitamente e senza nessuno che si alzi al grido di Prima gli austroungarici! al pari di scimpanzé poco ammaestrati.

In Italia, guardiamo con ossessione alla Germania, alla Norvegia, all’Austria, alla Finlandia, ma quando, finalmente, un candidato politico di spessore pianifica un taglio di tasse che non influirebbe in maniera devastante sui conti di casa, lo scherniamo addirittura. Che senso ha?

Negli Stati appena citati, gli studi post-adolescenziali, infatti, sono completamente privi di costi e presentano un livello ben superiore al nostro. Le classifiche stilate dalle più prestigiose riviste europee e mondiali ne sottolineano la tendenza. Basta guardare ai ricercatori che prendono casa oltralpe per rendersi conto che i crauti ormai fanno più appeal della pizza o dei tortellini fatti in casa dalla nonna.

In Francia o in Spagna, le tasse sono bassissime, mentre l’Italia – manco a dirlo – grava sui suoi giovani come (quasi) nessun altro Paese d’Europa e con risultati imbarazzanti, soprattutto per ciò che riguarda il post-laurea.

Pietro Grasso, pertanto, ha centrato un problema cardine del nostro sistema politico: l’istruzione. Sarà in grado o meno di attuarlo lo deciderà il Parlamento semmai dovesse essergli consegnato l’onere di formare un governo (cosa che non accadrà!) ma, a fronte di un mancato incasso di circa 1.6 miliardi di euro, rischierebbe, probabilmente, soltanto di registrare più giovani in grado di frequentare i corsi, di costruire una base solida per il proprio futuro e, perché no, spenderla in Italia darebbe il via a un processo di rinnovamento della classe dirigente.

Tagliando di pochi punti percentuali l’inutile spesa militare annuale, il Paese ci guadagnerebbe senz’altro e senza rimetterci le braghe. Non solo i figli dei colletti bianchi, quindi, potrebbero ambire a completare il proprio percorso di studi senza che i genitori lavorino anche di notte.

Aumenterebbero i fuori corso, non vi è dubbio, ma è altrettanto vero che si consentirebbe a tanti giovani costretti a lavorare per arrivare a fine mese, per pagarsi la loro indipendenza, di affrontare il proprio piano esami in armonia.

Prec.

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