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Giovanni Gastel, fotografo e poeta di luce

Francesca Testa di Francesca Testa
21 Febbraio 2024
in Camera Chiara
Tempo di lettura: 3 minuti
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Giovanni Gastel ha, probabilmente, trovato nel ritratto la massima espressione della sua creatività, un ramo nel quale, come ha sempre fatto nella sua carriera, si è completamente immerso. «Io non sono uno specchio, io sono un filtro. Il ritratto che io farò di te sei tu, che vieni filtrata da quello che sono io (le mie paure, le mie gioie, le mie solitudini, le mie poesie) e poi uscirai sotto forma di interpretazione di te. Io do la mia lettura… che non è la lettura assoluta. Io filtro attraverso tutto quello che ho letto, visto, studiato e ti restituisco […]», ha detto di sé a Il Sole 24 Ore.

Spesso soprannominato “fotografo della luce”, Giovanni Gastel si è spento lo scorso 13 marzo all’età di 65 anni. Su di lui, Filippo Del Corno, l’Assessore alla Cultura del Comune di Milano (sua città natale), ha dichiarato: «Ci ha lasciato uno dei grandi maestri della fotografia del nostro tempo, un artista che lavorava con la luce e lo sguardo per dare corpo all’eleganza dell’immagine, specchio del suo gusto e del suo modo di interpretare la realtà. […] Un interprete eccezionale degli anni che ha vissuto, un testimone straordinario della contemporaneità, che grazie alle sue fotografie continuerà a raccontarci di se stesso e dei tempi che abbiamo condiviso».

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Nell’ambito della fotografia professionale la moda è stato il primo mondo da esplorare per Gastel. Quando incontra Carla Ghiglieri – che diventerà il suo agente nel 1981 – pubblica la sua prima “natura morta” per Annabella, una rivista italiana. Dopo arrivano collaborazioni con Vogue Italia e Mondo Uomo e Donna. In quegli anni il Made in Italy nel settore della moda cresce a dismisura e Giovanni Gastel inizia a creare campagne pubblicitarie per tantissime case prestigiose quali Versace, Missoni, Ferragamo e tante altre, cominciando a lavorare anche a Parigi, in Spagna e nel Regno Unito.

L’arte, però, ha bisogno di esplorazione, di nuove sfide, una ricerca personale che nel 1997 lo porta a esporre alla Triennale di Milano. Questa mostra permette a Giovanni Gastel di raggiungere un successo professionale consolidato che vede il suo nome su riviste specializzate a livello internazionale insieme a quello di grandi leggende quali Helmut Newton, Annie Leibovitz, Richard Avedon e tanti altri.

Dal 2000 in poi si dedica non al semplice ritratto, bensì a ritratti dell’anima, come lui stesso racconta nel 2020 per la sua mostra The People I like al Maxxi di Roma. Il mondo del digitale permette a questo straordinario fotografo di indagare nella luce le differenze che ognuno di noi ha: «Mi sono formato studiando storia dell’arte non della fotografia. La luce deve uscire dal soggetto, l’ho dedotto leggendo le Sacre Scritture: risorgeremo luminosi e perfezionati. La realtà non m’interessa, perché alludervi se come artista ne crei una tutta tua?».

La luce di cui parla la si riesce a toccare nei ritratti di persone del mondo della cultura, del design, dell’arte, della moda, della musica, dello spettacolo e della politica che il fotografo milanese incontra durante i suoi quaranta anni di carriera. Barack Obama, Ettore Sottsass, Zucchero, Vasco Rossi, Roberto Bolle, Franca Sozzani e Monica Bellucci sono solo alcuni di questi.

Il mondo nel quale viene cresciuto dai suoi genitori, fatto di ville, castelli e luoghi meravigliosi, è per lui troppo lontano da quello che è il mondo reale: «Mi sono accorto di non avere gli strumenti per vivere in quella società, l’unica cosa che potevo fare era raccontare quel mondo mancato con la fotografia». Così, questa riflessione e la sua grande sensibilità conducono Giovanni Gastel verso un’esplorazione di sé più profonda, alla ricerca di un maggiore contatto con la sua anima e la scrittura, in particolar modo la poesia, diventa un mezzo attraverso il quale poter raccontare il dolore, le gioie, le perdite. Un’anima, la sua, fatta di luce e poesia che ancora brillano.

Se potessi raccontarvi una storia
una storia bella
con un finale lieto
come nei film americani
vi racconterei di un bambino malinconico
che dalle sponde di un lago
ha visto la bellezza venirlo a cercare.
Lei gli ha detto
– Seguimi
non ti prometto la pace
ma attimi di intensa gioia
che valgono una vita. –
Lui l’ha seguita
e lei l’ha difeso dalla durezza
del vivere.
Non ha vissuto
felice e contento.
Ma ha vissuto con grande intensità
quel viaggio sublime che chiamiamo vita.

Prec.

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