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Fratoianni: «Migranti? Alcune battaglie si combattono anche se non portano voti»

Farouk Perrone di Farouk Perrone
15 Luglio 2019
in Interviste
Tempo di lettura: 4 minuti
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Parlamentare di LeU, Nicola Fratoianni è uno dei politici che nelle scorse settimane è salito sulla Sea-Watch 3, la nave dell’ONG alla quale è stato impedito di attraccare per ben 18 giorni. Recentemente, è stato autore di un duro attacco nei confronti del Ministro Salvini durante una seduta in Parlamento che ha portato alla bagarre in aula tra esponenti di maggioranza ed esponenti di minoranza. Già Segretario di Sinistra Italiana, si è dimesso dopo la sconfitta alle ultime Elezioni Europee alle quali si è presentato con la lista La Sinistra che ha raggiunto l’1.74% dei voti, non superando la soglia di sbarramento.

Mettiamo un attimo da parte le polemiche di questi giorni e pensiamo ai veri protagonisti della vicenda Sea-Watch 3, i migranti. Ha potuto, per quello che le condizioni permettevano, confrontarsi con loro per capire come stessero, cosa pensassero di questa storia e se prima di partire immaginassero a cosa sarebbero andati incontro?

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«Prima di partire immaginavano solo di scappare dall’inferno libico dopo dei viaggi più che allucinanti. Sicuramente non immaginavano un ulteriore calvario al quale sono stati sottoposti per 18 giorni dalle autorità italiane, mentre la cosa normale era quella di farli sbarcare per poi trattare con l’Europa per una ricollocazione. Queste persone non capivano perché venissero trattate in questo modo, dato che l’unica loro “colpa” era quella di essere state salvate da un naufragio o dal rischio, anche peggiore, di essere catturate dalle motovedette che noi (il governo, ndr) abbiamo gentilmente regalato ai libici».

La Sua presenza sulla Sea-Watch 3 accanto a Orfini e Delrio può far immaginare un possibile riavvicinamento tra Lei e il PD?

«Intanto, fa immaginare che su alcune questioni c’è finalmente un campo più largo, quando fino a prima ero tra i pochissimi a partecipare a queste vicende. La loro presenza è un segnale positivo che fa pensare che di fronte a una destra radicale che supera il 40% dei consensi secondo i sondaggi sia necessario un fronte più coeso e più efficace, ma questo può avvenire nel merito e sulle questioni».

Che effetto Le faceva sapere che con Lei su quella barca c’erano dirigenti di un partito che ha voluto la Legge Minniti? Lo stesso ex Ministro dell’Interno pochi giorni fa, durante una trasmissione televisiva, ha detto: «Il compagno Minniti è vivo e lotta insieme a noi. Lo dico anche a Fratoianni».

«In verità, non ho mai pensato che Minniti ci avesse lasciato, ho solo detto che la decisione in Parlamento del suo gruppo, compreso lui, di non partecipazione rispetto al rinnovo della missione bilaterale con la Libia per la collaborazione con la cosiddetta Guarda Costiera è il primo ma importante segno che comincia ad archiviare la sua pessima linea sull’immigrazione. Non ha preso bene che gli sia stato ricordato quello che era da poco accaduto all’interno del suo gruppo. Parlamentari come Orfini già in precedenza avevano espresso il dissenso verso scelte di partito durante gli anni di governo, quando sono state spalancate le porte a Matteo Salvini. Altri, invece, non si erano schierati così nettamente ma bisogna lavorare affinché le persone cambino idea. Quindi è importante allargare il fronte e combattere le giuste battaglie».

Le battaglie che Lei considera giuste presuppongono delle ricette opposte a quelle dell’attuale Ministro dell’Interno per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori, eppure i sondaggi e i risultati delle ultime Elezioni Europee premiano lui mentre i partiti di sinistra radicale, come il Suo, non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento. Anche Lei, come altri, sostiene che l’Italia sia un Paese razzista oppure adduce altre motivazioni? E quanto questa scarsa fiducia degli elettori dipende dall’esperienza di LeU che ha rappresentato un tentativo approssimativo e frettoloso di mettere insieme vari pezzi della sinistra?

«Sicuramente molti fattori hanno portato alla nostra sconfitta, sicuramente l’esperimento di LeU ha contribuito, dato che è arrivato con ritardo. Non credo che l’Italia sia un Paese razzista, ma il razzismo è diffuso e i comportamenti di stampo razzista sono stati sdoganati da parole delle massime istituzioni del Paese e così ci si sente liberi di dire il peggio di ciò che passa per la mente. Indubbiamente, sull’immigrazione non si guadagnano voti, al massimo se ne perdono, tuttavia alcune battaglie devono essere combattute anche se non costituiscono un ritorno a livello di consenso elettorale. C’è una cosa che conta di più dei voti: andare a dormire tranquillamente e svegliarsi potendosi guardare allo specchio. Se non facessi ciò che faccio, non potrei guardare mio figlio di sei anni nello stesso modo in cui lo guardo ogni mattina e ciò mi rende ancora più determinato a continuare. Se ci fosse meno imbarazzo su queste tematiche, si potrebbe cambiare la cultura generale, per questo ritengo che anche i governi precedenti abbiano le proprie responsabilità».

È in atto un abuso della parola legalità e anche della parola giustizia. Quella stessa giustizia che, a detta del Ministro dell’Interno, andrebbe cambiata insieme ai giudici che vorrebbe fossero riformati. Parole non nuove ma sicuramente pesanti. Non crede che stiamo rischiando di abituarci a questo linguaggio così becero, crudo e sprezzante?

«È un rischio considerare normale ciò che non lo è o che non dovrebbe esserlo, soprattutto se alcune parole vengono pronunciate da chi è al potere. Tuttavia, continuo a battermi con tutti gli strumenti possibili per segnalare che questa regressione è un pericolo che rischia di coinvolgere tutti, anche chi la pratica».

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