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Il Fatto

Elezioni: un mese alla verità e i soliti nomi in lista

A poco meno di un mese dalle elezioni, ancora in pieno clima di rientri dalle vacanze e mentre è in corso una delle campagne elettorali più complicate della recente storia del Paese, tornano nelle liste ufficialmente presentate anche i soliti nomi in Aula da qualche decennio: da Casini, con il record di oltre trentacinque anni, ai ventisette di Umberto Bossi e poi Calderoli, Gasparri, La Russa, Emma Bonino, Giorgetti, i recordman di assenze Romani e Cesaro, senza contare il gran rientro dell’inossidabile ex Cavaliere e tanti altri nomi noti da tempo in quel Parlamento ridotto di numero ma ancora mummificato in gran parte dei suoi esponenti, nuovamente inseriti in liste bloccate e in posizioni sicure.

Tutto questo mentre è in corso una guerra che – è bene ricordarlo – prosegue anche grazie ai continui ingenti aiuti militari del nostro Paese e nessuna vera iniziativa di pace è stata avanzata. Intanto, in Italia, imprese e famiglie sono in grande difficoltà per gli insostenibili costi energetici, mentre ENI, nei primi sei mesi di quest’anno, ha registrato utili per sette miliardi di euro, il 700% in più rispetto al semestre precedente.

Fortunatamente, preceduto da un lunghissimo e caloroso applauso, il Presidente del Consiglio intervenuto al Meeting di Rimini – sempre più passerella di politici e imprenditori graditi a quella organizzazione che porta alla memoria il Celeste Roberto Formigoni e i suoi (e non solo suoi) affari, quella Comunione e Liberazione ben riuscita, almeno in quanto a comunione di interessi – ci ha informati che con qualsiasi governo le sorti del Paese saranno risollevate, un po’ come a dire ho fatto tutto io, state sereni. Eppure, le bollette sono più che raddoppiate e conseguentemente i prezzi impazziti, tanto da mandare in soffitta la super abusata difficoltà ad arrivare a fine mese, frasi ormai archiviata nei migliori ricordi. Un intervento ecumenico, quello di Mario Draghi, letto da più parti come un segnale distensivo in direzione FdI che potrebbe presagire scenari al momento inimmaginabili ma possibili.   

Ironia della sorte, nel mentre i bravi ciellini tributavano un’ovazione senza precedenti a super Mario, Eurostat pubblicava i dati relativi al rischio di povertà di circa dodici milioni di italiani: Nel 2021 il tasso di rischio di povertà, ovvero la percentuale di chi ha un reddito inferiore al 60% di quello medio, in Italia è salito al 20.1% e oltre un quarto dei bambini con meno di sei anni vive in famiglie a rischio povertà. Dati pubblicati il giorno successivo all’intervento di Giorgia Meloni, l’esponente politico più applaudito di altri sempre in quel meeting dei potenti, delle maggiori banche amiche e del Celeste che come un fantasma aleggia tra i ciellini.

Una Meloni che tra i punti del programma ha proprio un provvedimento contro i poveri, contro chi non ha alcun sostentamento, l’abolizione del reddito di cittadinanza e non la lotta all’evasione fiscale che ha costi enormi per il Paese: 108 miliardi secondo le stime riferite al 2018 contro i circa 9 miliardi di spesa come da dati INPS del 2021 relativi al RdC.

Dati sulla povertà che potrebbero diventare allarmanti nel Sud del Paese, con l’approvazione definitiva dell’autonomia differenziata di cui nessuna forza politica parla nel proprio programma elettorale, ma che in realtà trova tutte concordi alla sua realizzazione, a esclusione della recente formazione di Unione Popolare. Autonomia differenziata tanto cara alla destra di Matteo Salvini e che costituirebbe la pietra tombale per il Mezzogiorno, nonché la via maestra per l’indipendenza regionale spesso invocata al Nord.

Un argomento di cui volontariamente e in mala fede non si fa cenno, proprio come quello oggetto in questi giorni di un appello ai candidati lanciato dal Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello: «Invito tutti a venire in carcere, a toccare con mano la realtà della detenzione, a preoccuparsi anche se ciò non genera consensi». Già, non genera consensi e, pertanto, il tema non è inserito in alcuna agenda, neanche in quella tanto amata del presidente banchiere.

Poco meno di un mese per conoscere il pensiero degli italiani, il livello di gradimento dei vari schieramenti, i dati relativi al partito dell’astensionismo, dei poli che con molta probabilità andranno a dissolversi per cercare ciascuno aggregazioni possibili e, perché no, tornare anche a un’ammucchiata in nome della salvezza dell’Italia, scritta – questa sì – in quell’agenda che farebbe dormire sonni tranquilli all’Europa.

Rapporti di forza che usciranno dalle urne a meno di una netta vittoria del centrodestra che certamente non intenderà rinunciare alla guida del nuovo esecutivo. In tal caso, toccherà alla componente che avrà riscosso maggiori consensi che, secondo i maggiori istituti di sondaggi, dovrebbe essere quella di Giorgia Meloni, delle liste di proscrizione, della confusione tra patologie e devianze. Un esecutivo che potrebbe trovare una gamba in uno dei poli più anomali di recente formazione o magari solo in parte di esso, con quella che fa capo a chi i problemi è abituato a risolverli sia con la destra sia con la sinistra.

Tutte ipotesi possibili in un Paese che da qualche decennio fatica a trovare una stabilità, a cui manca il coraggio di fare scelte radicali, di guardare a proposte alternative e uomini credibili o, ancora, di recidere definitivamente il rapporto con la politica e affidarsi al meno peggio dopo aver sperimentato e pagato a proprie spese che talune novità si sono rivelate peggiori dell’esistente.

Un Paese, il nostro, sempre alla ricerca dell’uomo della salvezza, da Berlusconi a Renzi e Draghi, un leader che sappia infondere fiducia e speranza indipendentemente dalla forza politica che esprime, che sia un imprenditore, un politico o un banchiere non importa. E, in questo contesto, il tema tanto caro alla destra e in particolare alla Meloni, quel presidenzialismo che in un Paese come il nostro rischierebbe di riaprire le porte a momenti bui della storia recente dei quali sarebbe bene fare a meno.

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