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Elezioni Regionali: si intravede troppa confusione

Se pensassimo che il COVID non esista e che si tratti di una trovata dei poteri forti, diremmo che l’obiettivo di questo fantomatico complotto era quello di non far disputare le Elezioni Regionali: non per mettere i bastoni tra le ruote a qualcuno o per sospendere la democrazia, ma perché i volti e lo spettacolo a cui stiamo assistendo sono davvero da film horror. Purtroppo, le tesi complottistiche non ci hanno ancora convinto e le elezioni si terranno – probabilmente i prossimi 20-21 settembre –, ma il voltastomaco per alcuni nomi proprio non vuole passare.

Le regioni interessate al voto sono Campania, Toscana, Marche, Puglia, Liguria, Veneto e Valle D’Aosta: le prime quattro sono governate dal centrosinistra, la Valle D’Aosta è commissariata per infiltrazioni mafiose, mentre le altre due sono guidate dal centrodestra.

Come a ogni tornata elettorale locale che si rispetti, quest’ultimo, il centrodestra, si sta spartendo a Roma le candidature, con i tre partiti di coalizione che stabiliscono quale, tra loro, debba esprimere il candidato di ogni singola regione: non ci sorprende che un criterio così inopportuno abbia accarezzato il cervello del fantastico trio che puntualmente finisce per mettere in discussione il nome scelto perché non gradito a tutti. È una tattica che, per quanto risulti vincente, rappresenta in pieno la tendenza di una coalizione il cui unico scopo è quello di accumulare quanti più voti possibili, infischiandosene di avere un progetto basato su idee condivise. Basti pensare che, mentre il duo Meloni-Salvini passa tutto il tempo a sbraitare, il Cavaliere appare incredibilmente moderato al punto tale da aver ripetutamente lanciato in questi mesi messaggi di approvazione nei confronti dell’operato di Conte. Oppure si pensi alle diverse posizioni sull’Europa – che vede contrapposti Lega e Fratelli d’Italia da una parte e Forza Italia dall’altra –, ai rapporti internazionali, alle idee sull’euro, al fatto che fino a un anno fa uno fosse al governo e gli altri due all’opposizione e così via. Discrepanze che, magicamente, si annullano quando si tratta di andare a votare, quando cioè è il momento che ci si ritrova a dividersi aritmeticamente i candidati e le possibili poltren.

E il paradosso è tutto qui: se da una parte abbiamo tre partiti che si uniscono anche quando in Parlamento sono divisi, dall’altra le forze al governo che fanno di tutto per presentarsi separate a livello regionale, pur consapevoli di andare incontro a una quasi automatica sconfitta. In questi anni, ad esempio, i 5 Stelle sono cambiati su quasi tutto, ma non sulla testarda idea di non fare alleanze: al di là della fallimentare esperienza umbra, M5S, PD e LeU non hanno più provato a candidarsi insieme, permettendo in questo modo alla Lega di vincere a mani basse in Calabria e rischiando il tutto per tutto in Emilia-Romagna.

Ora, a parte l’incomprensibile motivo per il quale i grillini sono disposti a mettere in discussione il loro caposaldo del doppio mandato e non la possibilità di allearsi a livello locale, non pensiamo che sia complicato capire che stare insieme anche in Regioni e Comuni darebbe maggiore credibilità al Governo. Fornirebbe, inoltre, un’alterativa unitaria all’orbita sovranista ma, soprattutto, sarebbe un’occasione per trovare una sintesi – che sembra non arrivare mai – tra partiti diversi con alcuni punti in comune da potenziare.

In ogni caso, se da una parte i pentastellati continuano con la loro riottosità, dall’altra anche il Partito Democratico ci mette del suo, proponendo dei volti piuttosto discutibili: per restare in casa, è sufficiente pensare allo sceriffo Vincenzo De Luca – preferito rispetto a una possibile convergenza con i grillini sul Ministro Sergio Costa – che si scontrerà per la terza volta in dieci anni con Stefano Caldoro, fortemente voluto dal Caimano. Oppure, per cambiare aria, in Toscana i democratici, che hanno optato per Giani, si trovano a dover fare i conti con lotte interne e divisioni varie, proprio in una zona rossa dove rischia di vincere una come Susanna Ceccardi, celebre per la geniale idea di affittare un pullman per recuperare i turisti italiani rimasti bloccati in Spagna durante il lockdown e per la proposta di differenziare la retribuzione dei medici calabresi rispetto a quella dei colleghi lombardi, naturalmente a discapito dei primi.

Nel frattempo, i 5 Stelle non hanno nessuna intenzione di appoggiare Emiliano in Puglia, che in passato ha offerto loro diversi incarichi, lasciando la strada spianata all’eterno Raffaele Fitto che trascorre il tempo a fondare partiti o a spostarsi da uno all’altro. Leggermente diversa, invece, è la situazione in Liguria dove i soci di maggioranza potrebbero mettersi d’accordo su Ferruccio Sansa, giornalista de Il Fatto Quotidiano, che sfiderebbe il governatore uscente Giovanni Toti, cioè uno che ha proposto la sospensione della certificazione antimafia per l’assegnazione degli appalti post COVID.

Se lo stato dell’arte è questo e la confusione regna sovrana, i partiti di maggioranza dovrebbero imparare da quelli di opposizione a riunirsi attorno a un tavolo per fare esattamente l’opposto di quello che fanno loro, in maniera tale da lavorare a programmi e candidati comuni, scelti insieme e non a sorte. Se non vogliono farlo per rancori interni, quantomeno lo facciano per evitare di lasciare campo libero a personaggi del calibro dei sopracitati.

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