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Interviste

COVID-19, Rosario Savino: «Non dimentichiamo la disabilità»

Restiamo a casa: è questa la parola d’ordine che accompagna le nostre giornate scandite dal bollettino di guerra che, puntuale, arriva alle sei del pomeriggio, seguito anche da commenti che sembrano far ben sperare per una cinquantina di deceduti in meno su una massa di ottocento, settecento e poi ancora seicento. Tiriamo persino un sospiro di sollievo, pur in presenza di dati agghiaccianti ma dei quali ci stiamo abituando, perdendo il controllo di ciò che ascoltiamo. Ci confortano dicendo che la maggior parte riguarda persone di età avanzata, molte in quelle case che li ospitano e che dovrebbero tutelarli, coccolarli ma il male, per loro, non va curato in ospedale proprio in quelle regioni dalla tanto decantata sanità modello. Bisogna far posto ai più giovani. È proprio dei giovanissimi, degli adolescenti, dei bambini, in particolare appartenenti a quel mondo della disabilità cui non si riesce a dare priorità assoluta in una società poco attenta non solo agli anziani ma, anche, alle fasce più deboli, che questa volta abbiamo voluto dedicare la nostra attenzione parlandone con Rosario Savino, medico chirurgo, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta per l’infanzia e l’adolescenza, con master 2 livello PNEI e scienza della cura integrata, specialista ASL Napoli 1.

La particolare condizione che vivono le famiglie a seguito delle misure di restrizione della libertà di movimento viene affrontata da ciascun nucleo a seconda degli spazi a disposizione e del numero dei componenti, in particolare in quelle abitazioni anguste dove già l’ordinaria coabitazione è resa complicata. Nelle famiglie con presenza di figli disabili quali problematiche si aggiungono a quelle di ordinaria difficoltà?

«Ritengo che la restrizione della libertà di movimento incida negativamente sulle condizioni di salute e benessere psico-fisico di tutte le persone che convivono nello stesso ambiente e, in misura peggiorativa, in quelle condizioni di spazi abitativi limitati, angusti, poco luminosi, a volte senza sbocchi all’esterno, come terrazzi o balconate. Condizioni, queste, purtroppo condivise da numerosi nuclei familiari che vivono ad esempio nei terranei o in abitazioni anguste del centro storico di Napoli.

È evidente che in queste condizioni, di forzata convivenza h24, in ambito familiare quelli che soffrono di più sono i bambini, i disabili, gli adolescenti, persone che più degli altri hanno un bisogno vitale di movimento, di aria, di sole, di attività fisica, di comunicazione costante e reale con i coetanei, con i compagni di scuola, di praticare sport o, in alcune situazioni, anche di effettuare terapie specialistiche abilitative/riabilitative.

In età evolutiva (da 0 a 18 anni di età), è noto che un corretto e sano sviluppo psico-fisico e relazionale deve essere costantemente e coerentemente sostenuto e nutrito attraverso una stimolazione globale, non solo sul piano neuro-sensoriale, nutrizionale, fisico-motorio ma, anche e soprattutto, per mezzo di percorsi educativi, di apprendimento (scuola e altre agenzie socio-educative), offerte di percorsi ed esperienze che possano promuovere e sostenere, un sano e ricco – nei contenuti e nella cultura – sviluppo psico-affettivo-relazionale, nell’ambito di luoghi e ambiti che hanno come mission l’aggregazione sociale, lo scambio di esperienze e di conoscenze, la cultura di una convivenza armoniosa e rispettosa della libertà e della legalità. È palese che, allorquando questi percorsi vengono improvvisamente a interrompersi, sebbene per giustificate necessità emergenziali, si viene a configurare per tutti gli esseri umani, e a maggior ragione per i più fragili, una condizione traumatica. Sì, traumatica perché il sovvertimento improvviso, brusco, di quelle che sono le coordinate costanti della nostra esistenza quotidiana su questo pianeta, alias spazio/tempo, e il perdurare per mesi – non per giorni o settimane – di condizioni di sovvertimento delle routine della vita quotidiana (lavoro, scuola, sport, relazioni sociali, terapie, ecc.) determina nella percezione collettiva un malessere profondo, un disagio esistenziale, l’angoscia di malattia o di morte – amplificata e alimentata dai mass media – con pericolose ricadute sull’equilibrio psico-fisico di molte persone adulte, ma anche e in particolare su numerosi bambini e adolescenti, soprattutto su quelli più fragili e con disabilità».

Quali i disabili maggiormente a rischio?

«Penso che, per i motivi che ho brevemente esposto, tutti i disabili, in questo triste periodo, siano ad alto rischio, in particolare quelli che soffrono per disturbi psichici, disturbi emotivo-relazionali, disturbi del comportamento, disabilità intellettive. Anche perché tutte queste persone, già provate dalla vita, hanno bisogno della continuità, della ricorrenza delle attività routinarie del quotidiano che assolvono a una funzione essenziale, direi quasi “terapeutica”, del contenimento affettivo, della rassicurazione, della familiarità dei contesti socio-educativi-abilitativi. Immaginate cosa succede nella testa di queste persone, quando tutto improvvisamente si interrompe e cambia radicalmente, per un tempo prolungato, senza un motivo plausibile – ovvero comprensibile per loro – perché è in corso una pandemia da virus COVID-19. Immaginate quale possa essere l’interpretazione, la significazione, la comprensione – da parte, ad esempio, di un bambino con sindrome di down, disturbo dello spettro autistico, o un adolescente con disturbo schizofrenico – di come possa essere immaginato, rappresentato, un aggressore così terribile, invisibile, indescrivibile, chiamato virus, eppure così potente e malvagio da sconvolgere la vita dell’intera umanità e, in particolare, da sovvertirne la vita quotidiana».

I bambini e gli adolescenti autistici avvertono il clima di disagio, la costrizione del dover stare a casa, la mancanza del rapporto con la scuola e una didattica a distanza che ritengo in maggioranza li penalizzi?

«Sicuramente sì e, ritengo, per i motivi che ho appena illustrato, il disagio, la costrizione, il sovvertimento brusco e prolungato, la perdita delle relazioni con i partner educativi e della abilitazione/riabilitazione, senza una plausibile e comprensibile motivazione, ingenera in molte di queste persone sentimenti di disagio, angosce abbandoniche, fantasie di morte proiettate sui propri insegnanti, terapisti, tutor…»

Quali sono i comportamenti che i genitori, la famiglia, dovrebbero adottare per i soggetti più deboli per alleviare il peso di questa particolare condizione?

«Cercare, nei limiti del possibile, di contenere le ansie, i sentimenti di tristezza e di depressione, sostenendo i propri figli attraverso attività domestiche di gioco, bricolage, attività fisico-motorie, apprendimenti scolastici, lettura ad alta voce di libri e favole, sostenendo nei limiti le attività di scuola a distanza (classe virtuale, e-learning, Skype) a contatto con i propri docenti o, in alcuni casi, anche le terapie abilitative e ri-abilitative (es. talune psicoterapie indifferibili, neuro psicomotricità, logopedia) via web con i terapeuti/terapisti di riferimento. Ma, naturalmente, per fare tutto questo è indispensabile possedere un PC, un collegamento internet che consenta di accedere a piattaforme dedicate».

Bastano i provvedimenti del governo a sostenere le particolari difficoltà che le famiglie si trovano a dover affrontare o sarebbe necessaria una maggiore attenzione sia sul piano economico che su quello dell’assistenza?

«Ritengo che i provvedimenti adottati dall’attuale governo per fronteggiare le enormi e svariate difficoltà sofferte dai cittadini, in particolare da quelli appartenenti alle cosiddette fasce deboli, siano alquanto insufficienti, talvolta sottostimati e spesso non appropriati. Si ha l’impressione che il governo italiano sia stato colto impreparato dall’emergenza di tipo socio-sanitario per molteplici cause che, certamente, qui e ora, non possiamo analizzare, ma questa mia affermazione discende da un’analisi dei provvedimenti adottati nel corso degli ultimi due mesi che sono, a mio avviso, fortemente sbilanciati e polarizzati nel fronteggiare l’emergenza sanitaria (vedi organizzazione sanitaria ospedaliera carente e deficitaria in tutto il Paese), con l’adozione di misure spesso tardive, emergenziali, contingenti e spesso contraddittorie, con frequenti disparità, talvolta conflitti, tra la linea di comando centrale e quella periferica (Stato/Regioni), con la mancanza di idee di prospettiva, capacità di resilienza, di ricostruzione/evoluzione del dopo-emergenza COVID-19. Tutto questo, ahimè, ahinoi, ascrivibile alla completa mancanza di una visione politica di tipo “sistemico e globale”, alla carenza di una cultura sanitaria, sociale, economica molto povera e limitata da parte di una classe politica e di governo che continua a navigare a vista, senza una pianificazione preliminare degli obiettivi e della rotta da seguire, anche e, soprattutto, nelle tempeste».

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