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Contratto di governo: “alea iacta est”

Pasquale Manella di Pasquale Manella
9 Novembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Alea iacta est sentenziò Giulio Cesare dopo aver attraversato il Rubicone, lanciato con le sue legioni verso la conquista delle Gallie. Le stesse Gallie che oggi, in tutta evidenza, sembrano sempre più interessate a cimentarsi nella conquista di Roma, arrivando persino a concedersi indebite ingerenze per bocca dell’attuale Ministro dell’Economia Bruno Le Maire, che intima al futuro, imminente governo del nostro Paese di porre attenzione al rispetto delle regole di un’Europa a cui l’Italia appartiene, senza però costituirne parte integrante, mentre continua nel frattempo a essere maldestramente sballottata tra tensioni sovraniste e ambizioni di sovranità, con lo spread che torna a salire, il rating ad abbassarsi, i mercati che si agitano, le borse che crollano, il Re è nudo e le mezze stagioni non esistono più.

Luoghi comuni, così come è comunemente risaputo che il nostro è uno Stato giovane e al tempo stesso nazione antica, pre-esistente al 1860, quando era ancora un’espressione geografica suddivisa in tanti stati e staterelli, che poi Garibaldi attraverso la Spedizione dei Mille, su volontà dei Savoia, unificò in uno solo, anche se ancora non ce ne siamo accorti. Con la Grande Guerra, invece, un’élite, al caldo dei suoi camini, spinse milioni di giovani tra le mani amorevoli di un macellaio di nome Luigi Cadorna a immolarsi per una patria di cui nessuno vedeva ancora l’esistenza e forse non ne sentiva neanche l’esigenza. Non contenti, comunque, dopo la Prima ci fu anche la Seconda Guerra Mondiale, con la conseguente Resistenza a un’atroce dittatura e a una monarchia vigliacca, ottenendo come risultato una Repubblica sorretta da una Costituzione che continuiamo deliberatamente a disattendere sin dalla sua nascita nel 1948. Fu, poi, la volta dell’annessione alla NATO e della vicenda di Sigonella, logica concausa ormai appurata e condivisa a cui collegare l’inizio della fine di un periodo in cui l’Italia fu governata da una classe dirigente corrotta, disonesta e incoerente, ma capace, per finire nella mani di una classe dirigente corrotta, disonesta, incoerente e incapace, per giungere poi ad Altiero Spinelli, il Manifesto di Ventotene, il Trattato di Roma e, con esso, finalmente la pace.

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Infine, saltando altri passaggi non meno significativi e persino più atroci di quelli sin qui descritti (gli anni di piombo e la morte di Aldo Moro) e riportati all’interno del frame finora consegnatoci dai libri di storia giungiamo, con un balzo a volo d’uccello, al recente, perentorio monito dell’attuale Presidente della Repubblica, lanciato nell’ambito del congresso denominato The State of the Union, allo scopo di richiamare le attuali forze politiche impegnate a sottoscrivere un ormai definito quanto improponibile – poiché privo di ogni valenza legale – contratto di governo, invitandole a riscoprire i valori della solidarietà europea, da anteporre a quelli delle spinte sovraniste. Spinte che, di certo, sarebbe meglio evitare, ma con la sovranità come la mettiamo?

Come ha potuto la prima carica dello Stato, nel bel mezzo di una lunga trattativa ormai chiusa tra Lega e M5S, negare il principio su cui si fonda la nostra Costituzione, nonché la stessa architettura repubblicana, così come riportato all’interno dell’articolo 1? Non è stata di per se stessa incostituzionale, se non addirittura eversiva un’affermazione come quella pronunciata dal Presidente? Anche perché allora, per inciso, ci sarebbe da chiedersi: quando Emmanuel Macron negò a Fincantieri di poter ottenere la maggioranza sull’acquisizione e gestione dei cantieri di Saint Nazaire, si è comportato da sovranista o ha semplicemente difeso l’interesse nazionale di uno Stato sovrano come la Francia? Non so, certo che, su un piano puramente personale, sento di poter affermare che tra libero e mercato, continuo a preferire il primo…

Ancor di più oggi in Italia, dove la gente si è pronunciata sul proprio futuro politico e non su collaterali questioni diplomatico-commerciali, il punto non è il sovranismo, che è sicuramente una deprecabile tendenza autarchica che spinge gli Stati verso forme di autodeterminazione chiusa, ma la sovranità che, Costituzione alla mano, appartiene pur sempre al suddetto popolo, che piaccia o meno a chi continua ad auspicare sistemi decisionali posti al riparo dal processo democratico. Dunque, se questi cittadini hanno scelto il cosiddetto sovranismo, c’è solo una cosa da fare: portare rispetto, nel rispetto della Costituzione repubblicana. Sarà la scelta sbagliata? Chi lo sa. Se dovesse esserlo ne pagheremo le conseguenze, ma intanto alea iacta est. Nessuno dovrebbe mai permettersi di provare a sovvertire, neanche a parole, quanto deciso e sancito nel segreto dell’urna, poiché operazioni simili hanno un solo nome: colpo di Stato.

Ne abbiamo sentite e continueremo a sentirne di tutti colori, ciò che però conta ora è far giungere la nostra voce nell’ambito di quella costruzione tecno-bancaria che continuiamo sbadatamente a chiamare Europa e che, invece, vorrebbe continuare a zittirci. Certo, sarebbe stato meglio e auspicabile che tale voce l’avessero portata avanti le sinistre, ma quando queste, per compiacere i padroni di un destino diverso da quello desiderato dalla gente che avrebbero dovuto rappresentare, lottano per la globalizzazione del fascismo finanziario, contribuendo dunque alla costruzione di un mondo in cui accade persino che gli ebrei d’Israele festeggino per l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme – commettendo un autentico abuso di sovranità a danno di un popolo espropriato del diritto a esistere – cos’altro resta da fare a tutti noi orfani politici, se non continuare a cantare Avanti popolo, alla riscossa, bandiera rossa… (ri)trionferà? Probabilmente no, non lo farà, o in ogni caso sicuramente non a breve. Intanto, però, mentre in Italia la Embraco langue tra appetiti casalinghi, cino-israeliani e di recente persino giapponesi, almeno in Venezuela il Presidente Maduro, fresco di nuova nomina, nonostante l’inflazione più che galoppante, le condizioni di autentica miseria in cui versa la popolazione, l’esodo di centinaia di migliaia di venezuelani verso altri lidi, le minacce di nuove sanzioni da parte degli USA e di blocchi commerciali da parte dell’UE, consegna una fabbrica chiusa da parte della Kellogg’s a cinquecento operai e relative famiglie. Chissà se si riuscirà mai a capire anche dalle nostre parti che chi non sogna non esiste.

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