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Interviste

Claudia Fauzia: «Il femminismo deve considerare la questione meridionale»

L’intersezionalità è quella teoria che sovrappone le diverse identità sociali e le relative discriminazioni, individuando nei problemi di ogni categoria una correlazione con le altre. Il femminismo intersezionale, dunque, è quello che ammette che non si può combattere la disparità di genere senza riconoscere e combattere anche le altre discriminazioni, dal razzismo all’abilismo, all’omofobia.

C’è però una questione, una categoria marginalizzata, che non viene quasi mai inclusa nel femminismo intersezionale. Non per volontà di escludere, ma perché, semplicemente, troppo spesso non ci si pensa. Eppure, una volta fatto il collegamento, non può che sembrare ovvia.

Parlo della questione meridionale, dei privilegi mancati di chi vive nel Sud e nelle isole, che troppo spesso è escluso dalle discussioni sulla parità. La prima a parlarne, a far notare questa incredibile mancanza, è stata Claudia Fauzia. In arte – anzi, in attivismo – Claudia è la malafimmina, ed è un’attivista ed economista specializzata in studi di genere. La sua missione è recuperare le voci perdute del femminismo siculo e includere la questione meridionale nelle discussioni sulla marginalità. L’abbiamo intervistata.

Vorrei partire dalla scelta del tuo nome, la malafimmina, e dal concetto di riappropriazione della propria voce in quanto donne…

«Quando ho deciso di creare il progetto, nella testa mi risuonavano i proverbi che ho sempre sentito, cose che si dicevano alle donne o alla parte marginalizzata della società, e uno di questi era bona fimmina è chidda ca non parla, la buona femmina è quella che sta zitta. Ma non è soltanto un proverbio, è una realtà, perché di donne zittite nella mia vita ne ho viste in abbondanza. Non soltanto in modo violento, ma proprio un silenziamento sociale, nel senso che alle donne – alle donne per semplificare – non veniva mai dato lo spazio di esprimersi. E quando non ti viene dato questo spazio poi secondo me smetti di avere la capacità di esprimerti. Vedevo molte donne, anche all’interno della mia famiglia, incapaci di esprimere un’opinione oppure incapaci di affermare la propria conoscenza di un argomento, facilmente zittibili. E io mi sono sempre contraddistinta in questo, ma non perché sono una persona speciale, semplicemente perché ne ho avuto la possibilità, ho ricevuto dei privilegi nella mia vita, ho potuto studiare, e non sono mai stata zitta, soprattutto quando sapevo di sapere le cose. È questo il mio posizionamento politico sulla riappropriazione della voce. Essere malafimmina, cioè recuperare e rivendicare il mio diritto di parola, lo faccio nella vita quotidiana. E siccome il grande insegnamento femminista è che il personale è sempre politico, questa pratica quotidiana è diventata politica. E ha significato recuperare le voci di tutte le donne che sono state silenziate in Sicilia, tutte le storie che non sono mai emerse, movimenti artistici o rivendicazioni politiche. Quindi recuperare politicamente la nostra voce vuol dire farlo in modo collettivo puntando a una società che sia più equa possibile».

Nella tua esperienza, da donna e attivista, tratti tantissimi temi interessanti. Ce n’è uno, però, che mi colpisce particolarmente e che è anche la tua caratteristica più evidente: nella definizione di femminismo intersezionale, infatti, inserisci anche la questione meridionale, che è una cosa tanto scontata quanto ignorata. Parliamo di antirazzismo, parliamo di abilismo, parliamo di diritti della comunità LGBTQIA+, però non parliamo di Meridione. Tu invece lo fai. Qual è allora la tua esperienza di femminista unita a quella di persona marginalizzata per la sua provenienza?

«Non mi sono resa conto fin da subito che nel mio femminismo c’era la questione meridionale. Tu dicevi non se ne sente parlare abbastanza e mi hai fatto ricordare la mia professoressa di storia delle donne che diceva che solamente i soggetti interessati riescono a difendere i diritti della categoria. Lei sosteneva che i diritti delle donne non esistevano perché per tutta la storia d’Italia non ci sono mai state donne al governo e quindi nessuno che li considerasse quei diritti. E io adesso mi rendo conto che è così: la questione meridionale non era mai emersa probabilmente perché non si era sentita ancora abbastanza la voce delle femministe del Sud e delle isole. Per me è importante perché io sono siciliana, ma se la maggior parte dei movimenti femministi italiani non è nel Sud e nelle isole, è normale che non si senta quella esigenza. Poi, secondo me – e questa è l’istanza della malafimmina –, qualsiasi femminismo che si dica intersezionale deve considerare la questione meridionale. E devo dire che quando l’ho detto sono stata ascoltata da molte femministe anche del Nord che finalmente se ne sono accorte. Non penso che ci sia un femminismo cattivo o intenzionalmente escludente, ma semplicemente non si è capaci di comprendere le condizioni e le esigenze dell’altro se non è l’altro a dirlo».

Hai anticipato la mia domanda, riguardo le vicende accadute con il giornale L’Essenziale che, appena nato, non ha previsto una distribuzione in Sicilia e solo attraverso il tuo lavoro di sensibilizzazione e l’aiuto solidale delle donne di tutta Italia sei riuscita a ottenere qualcosa. In merito a questo argomento, dunque, e a quello che hai appena spiegato, secondo te l’unico modo per risolvere i problemi è farlo da sole? Non c’è la possibilità che, almeno una volta, chi non subisce le stesse discriminazioni o gli stessi disagi possa intervenire?

«La questione de L’Essenziale ha avuto tanto seguito perché si sono unite le forze del Sud e soprattutto perché, per un caso fortuito, all’interno del governo siamo state ascoltate da un onorevole siciliano che ci ha tenuto a portare la questione alla Camera e a quel punto il giornale, richiamato dall’associazione consumatori, ha ritenuto opportuno cambiare di direzione. Sono un po’ cinica nella risposta a questa domanda. I nostri problemi ce li dobbiamo risolvere noi? Sì. Perché nessuno sarà così magnanimo da aiutarci a risolvere problemi che non lo toccano. Questo è vero in generale e sicuramente lo è molto anche riguardo la questione del Sud Italia. Però è un po’ meno vero nel movimento femminista, perché esso si è sempre distinto per essere molto unito anche intersezionalmente, molto aperto alla critica e disposto al dialogo, sia in generale sia relativamente al movimento italiano. Ne parlavo qualche giorno fa in una diretta con Irene Facheris, che chiedeva quali sono i lati positivi di questa bolla femminista su internet. E io ho risposto che questa bolla è sempre molto aperta al dialogo e alla critica. Anche quando mi sono esposta in critiche dirette a personaggi o questioni specifiche, c’è stata sempre una risposta positiva dal movimento femminista e una presa di consapevolezza. Quindi probabilmente, sebbene dobbiamo iniziare noi a far notare la nostra condizione di vita, i nostri problemi, ci potrebbe essere un’alleanza nella risoluzione di questioni non necessariamente condivise».

Un po’ di speranza allora c’è. Di recente, hai trattato un argomento che mi ha colpito anche in prima persona: il dialetto. Il dialetto o la cadenza del Sud sono la prima cosa che si nota dall’esterno e forse finché sei nel tuo ambiente non ci fai troppo caso, ma appena esci fuori è la prima cosa che noti di te stessa. Cosa ne pensi?

«Quello di cui mi sono resa conto nel corso degli anni, in ambito universitario o in ambito attivista, è che, nonostante la mia consapevolezza e nonostante il mio orgoglio riguardo le mie origini, provo una certa insicurezza nel momento in cui sto parlando in un contesto che non è del Sud e so che le persone stanno notando il mio accento. E se succede a me che sono una persona abbastanza privilegiata, figurati cosa può provare una persona meno consapevole di me. Ma non perché sia un problema, solo perché socialmente siamo stati cresciuti con un complesso di inferiorità: quello che è del Sud o delle isole è sempre meno di quello che è del Nord. Siamo meno efficienti, meno civili, meno educati, e crescendo così anche dentro di noi si insinua questa voce che ci sminuisce per il nostro accento. Poi, ascoltando l’esperienza di altre persone con cui ho parlato, mi sembra che alcuni dialetti vengano esoticizzati. Per esempio il dialetto siciliano è apprezzato perché considerato folkloristico, magari associato all’ambiente mafioso, però poi non si conoscono i più grandi cantautori siciliani, oppure i poeti, oppure la scuola politica siciliana e tante cose di maggiore spessore».

Quindi è come se il dialetto o comunque l’accento fosse un’etichetta solo delle cose negative.

«In parte, sì. In parte, però, è una cosa che noi stessi dobbiamo superare, perché nessuna persona del Nord si vergogna del suo accento, per quanto marcato possa essere. Il loro accento non si piega perché loro non sono a disagio».

Vorrei soffermarmi su un argomento che hai affrontato un po’ di settimane fa quando, nel recuperare storie di voci zittite, hai parlato delle gravidanze precoci in Sicilia e della questione della fuitina. Ci sono vari fattori intorno a questa faccenda, però dicevi che uno dei principali è l’educazione sessuale. E, infatti, a tal proposito hai detto che se hai ricevuto un’educazione sessuale, appartieni a un’élite, ed è assurdo che tra le classi sociali ci sia una differenza atroce sul tema. Quanto effettivamente l’educazione sessuale è una responsabilità dello Stato, e quanto invece non è solo quello il problema alla base di tutto ciò, ma il fatto che la maternità sia ancora l’unico scopo inculcato alle donne?

«Vere entrambe le cose. Se ci pensi, la fuitina si faceva per due ragioni fondamentali, una peggiore dell’altra: se l’unione dei due giovani era ostacolata, allora si fuggiva perché nel momento in cui si avevano dei rapporti sessuali la donna non più vergine apparteneva a quell’uomo; oppure era la famiglia della donna a organizzare la fuitina di nascosto così da non essere più in dovere di pagare la dote. E in questi casi la maternità era sicuramente il destino della donna. Questa cosa non è tanto cambiata in Sicilia, per quanto le fuitine non siano più all’ordine del giorno e si fanno da meno giovani. Ma fuggire crea dei problemi prima di tutto dal punto di vista sessuale perché si tratta di persone totalmente inesperte riguardo al sesso, che non hanno idea di cosa sia un preservativo o di cosa siano le malattie sessualmente trasmissibili.

C’è, poi, anche un’ignoranza di cosa significa procreare a 15, 16 o 17 anni, di che implicazioni comporti nella propria vita. Perché non si ha una visione abbastanza ampia e lungimirante per capire la situazione in cui viviamo. Queste donne non si rendono conto che se non avessero avuto figli a 17 anni e avessero continuato a studiare, avrebbero avuto un futuro qualitativamente migliore. Ma è difficile farlo capire perché queste persone sono così immerse in una bolla di miseria che non hanno neanche la capacità di capire cosa comporta per la loro vita. Credo che sia un problema proprio culturale e soprattutto di opportunità. Se a queste persone il governo, lo Stato o comunque il tessuto sociale garantisse opportunità maggiori, se queste persone avessero la certezza dell’esistenza di maggiori opportunità, allora probabilmente ci sarebbero meno individui che fuggono e che si rintanano nell’idea della famiglia e della procreazione che li salva. Dopotutto questo fenomeno, a differenza del femminicidio per esempio, è tipico delle classi sociali più povere».

Hai scritto che tu e le persone intorno a te vivete una sorta di contraddittorietà nel vivere in Sicilia: da un lato, il bisogno di riscattare il nome della tua terra e dall’altro il disagio che purtroppo provate a causa di tutte le difficoltà che il Meridione vive. È una cosa che percepisco anche io da napoletana, e credo che sia molto condivisa al Sud.

«Era una riflessione a cui pensavo da parecchio tempo, notavo due tipi di atteggiamenti nei confronti della Sicilia dalle persone che ci sono nate e che ho anche rivisto in me. Da un lato, c’è il riversamento di tutta la rabbia per le condizioni in cui si è costretti a vivere, e soprattutto quando te ne vai questa frustrazione la riversi tutta facendo il paragone con l’esterno. Dall’altro, se senti delle persone che parlano in quello stesso modo della tua terra, finisci per esasperarne nel senso opposto tutte le bellezze. Questi due punti di vista non sono altro che la manifestazione di un disagio, perché entrambi non sono sensati, ma sintomi di un profondo senso di inadeguatezza. Non è sensato accanirsi contro il posto in cui sei nato per tutte le frustrazioni della tua vita. Tantomeno ha senso esaltare in questo modo le bellezze della tua terra. Se noi vivessimo in una condizione più semplice e adeguata alla vita di un essere umano, probabilmente non saremmo costretti a farlo».

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