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Certezza della pena, leggi ingiuste e uso politico del diritto penale

Samuele Ciambriello di Samuele Ciambriello
11 Febbraio 2019
in L'opinione
Tempo di lettura: 2 minuti
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La fabbrica delle paure, la sicurezza urbana, la certezza della pena. Abbiamo a che fare con leggi ingiuste? La risposta è sì. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Per molte delle norme attuali, l’accusa radicale e assorbente è quella di razzismo e la qualità del razzismo sta nella giustificazione sociale e legislativa che si dà. Ma voglio ribadire subito, a scanso di equivoci, che per essere illuminati non basta essere di sinistra.

È sotto gli occhi di tutti l’uso politico del diritto penale, delle misure punitive, della certezza della pena e della sentenza, fino all’ultimo giorno da scontare. È abbassato il senso morale della società, ormai siamo passati dal populismo penale a quello popolare e politico. Manette e carcere, carcere e sicurezza in nome del consenso di massa ricercato oltre ogni limite di decenza. E questa certezza della pena fa leva sulle paure, sulla diversità dell’altro e sul carcere come risposta. Il garantismo non fa parte della cultura di massa e, si sa, tutti i populismi hanno bisogno di nemici interni, esterni, in alto. Non ci si relaziona alle persone, ai cittadini, ma ai nemici. Il carattere criminogeno assunto da alcune leggi, in ultimo il decreto Salvini, è crudele e stupidamente fuori dalla realtà.

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Nel 2018 in Italia ci sono stati 327 omicidi, in Brasile 66mila e negli Stati Uniti 37mila. Negli anni Novanta nel nostro Paese si ebbe il boom con circa 3mila assassinii. Quindi, anche una comunicazione deformata e bugiarda, la televisione del potere e il potere della televisione, si aprono i telegiornali con la cronaca nera. La situazione di crisi in cui versa l’amministrazione della giustizia, inoltre, incide pesantemente sulla sua appendice ultima, quella penitenziaria.

A oggi, la popolazione carceraria ammonta a 58163 persone a fronte di una regolamentazione di 50589 unità. In molte carceri i detenuti sono ancora, è il caso di dire, ristretti in spazi di neanche tre metri quadrati a testa e gli agenti di polizia costretti a un lavoro massacrante che nulla ha a che vedere con la rieducazione. Nella promiscuità più scriteriata, ci sono detenuti condannati insieme a detenuti in attesa di giudizio, colpevoli in via definitiva e innocenti fino a prova contraria, prossimi al fine pena e con il fine pena mai. C’è chi è malato e non viene curato, ci sono migliaia con problemi psichici non assistiti, ci sono quelli che si tolgono la vita, che ci provano, e migliaia che fanno gesti di autolesionismo.

Nel carcere si può cambiare, il giudice di sorveglianza può concedere pena alternative, previste da leggi e ordinamenti. Il diritto costituzionale, non una clemenza collettiva, è una questione istituzionale e anche sociale. E non parliamo delle quasi 20mila persone che nell’ultimo decennio hanno ricevuto indennizzi economici dallo Stato, cioè da noi, per aver subito un’ingiusta detenzione.

Pene, cioè non solo la reclusione, giustizia di comunità, non tribunali del popolo, per mettere in campo la dimensione plurale, il principio di inclusività, l’approccio partecipativo, la responsabilità del singolo, la giustizia riparativa, il carattere rieducativo del carcere (art.27 della Costituzione). Una nuova visione della pena, quindi. Serve mobilitarsi, fare campagne culturali. In una società in profonda crisi di legami sociali, occorre andare in una direzione ostinata e contraria.

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