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Australia: fake news a favore del negazionismo

Chiara Barbati di Chiara Barbati
6 Giugno 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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L’Australia e gli incendi che la stanno devastando sono da settimane al centro di un’attenzione pubblica visibilmente preoccupata che osserva inerme la catastrofe ambientale in atto. Non sono pochi i tentativi di prestare soccorso, con l’invio di aiuti o semplicemente attraverso donazioni, tanto che ormai, tra le ingenti somme donate dai vip e il contributo delle persone comuni, sono stati raccolti milioni di dollari per salvare la nazione. Purtroppo, però, il caso australiano non si ferma al disastro poiché è diventato anche lo strumento di una spietata propaganda anti-ambientalista perpetrata tramite la diffusione di notizie false o gonfiate al fine di sostenere gli interessi politici di chi, nella riduzione di emissioni, vede un pericolo economico.

Il governo locale, come è ormai noto, da anni nega l’esistenza del cambiamento climatico o, almeno, le gravi implicazioni che esso comporta e l’influenza che ha e che avrà sulla vita umana. E il negazionismo, tipico di orientamenti politici di estrema destra, è abbastanza radicato in tutto il mondo, tanto da causare confusione tra i destinatari dell’informazione e, nelle ultime settimane, anche tra chi l’informazione la produce.

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A partire dalla vittoria delle elezioni del 2018, il Premier australiano Scott Morrison, insieme al suo Liberal Party, ha messo in atto una politica particolarmente dannosa dal punto di vista ecologico a favore del mercato dei combustibili fossili. La sua ascesa è stata sicuramente favorita dalla promessa di abolire le tasse sul carbone e di porre fine ai limiti imposti dall’Accordo di Parigi, assicurandosi così il consenso di strati sociali generalmente lontani dalle politiche di destra, come gli operai, spaventati dalle conseguenze occupazionali del passaggio a un’economia più ecologista.

Il Paese è, infatti, il primo esportatore mondiale di carbone e il governo ha provato a ostacolare in ogni modo le politiche ambientaliste e i tentativi di riduzione di gas serra. D’altronde, entrambi i partiti principali, quello di maggioranza e l’opposizione, sono sponsorizzati dall’industria dei combustibili fossili. Non sorprende, quindi, che l’Australia gravi sulla produzione di CO2 a livello mondiale dell’ 1.4%, nonostante la sua popolazione rappresenti solo lo 0.3% di quella planetaria.

Il Climate Action Tracker, un sito che monitora in che misura ogni Paese rispetta gli Accordi di Parigi, definisce l’Australia insufficiente: l’obiettivo dell’accordo per il continente oceanico è la riduzione del 26-28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030. Ma, con le scelte attuali, si prevede, per allora, una riduzione del 7%, un obiettivo assolutamente dannoso e inconsistente. Non a caso, l’Australia si trova nelle ultime posizioni della classifica del Climate Change Performance Index che valuta le politiche della comunità internazionale per affrontare l’emergenza climatica. Dopo di essa, solo Corea del Sud, Iran, Taiwan, Arabia Saudita e USA.

Ovviamente, anche gli Stati Uniti occupano i margini di questa graduatoria, ma i danni di cui sono responsabili non si fermano all’azione criticamente insufficiente – così definita dal Climate Action Tracker – nella riduzione delle emissioni, ma ledono alla salute del pianeta anche tramite la disinformazione che la loro politica radicale produce. Sono proprio gli USA, infatti, i principali responsabili della falsa notizia secondo la quale centinaia di persone sono stati fermate, colpevoli di innumerevoli incendi. Già nelle ultime settimane, i social network australiani erano stati invasi dall’hashtag #arsonemergency – emergenza piromani – probabilmente diffuso da account fasulli in modo da diramare il più possibile la presunta vicenda. Come se non bastasse, alcuni media statunitensi hanno dato il via a una distorsione delle informazioni e questi dati sono stati erroneamente ripresi anche da numerose testate italiane. In realtà, la notizia corretta è molto diversa. È vero che in tanti sono stati accusati di implicazioni negli incendi, ma la maggior parte di essi è colpevole di non aver rispettato alcune norme di sicurezza la cui inadempienza ha potuto causare la nascita dei focolari, mentre solo 24 sono le persone accusate – e non si hanno ancora conferme di effettivi arresti – di incendio doloso. Il rapporto della polizia del 6 gennaio, dunque, è stato mal interpretato da alcuni siti americani di estrema destra che hanno diffuso fake news indiscutibilmente utili alle ragioni del negazionismo.

I toni di queste testate sono spesso piuttosto accesi e tendenziosi e non esitano a utilizzare le notizie in modo improprio. Per esempio, Infowars scrive che 200 persone hanno deliberatamente iniziato gli incendi boschivi mentre i media e le celebrità continuano a incolpare i “cambiamenti climatici”, opportunamente messi tra virgolette, come se il riscaldamento globale fosse la furba invenzione di un complotto mondiale. Parlano di una narrazione dominante che ignora che gli incendi boschivi siano stati intenzionali e non abbiano assolutamente nulla a che fare con il cambiamento climatico. Quindi, a parte la notizia falsa e distorta sui piromani, questi articoli lasciano presumere che i cambiamenti climatici non esistano o che siano gonfiati per motivi politici.

La verità, però, è che l’estensione e l’insistenza dei roghi vanno molto al di là delle capacità umane. Qualunque sia la miccia che dà il via a un incendio, il motivo per cui esso diventa incontrollabile risiede nelle condizioni climatiche avverse. Che sia un traliccio della corrente abbattuto dal vento, un malintenzionato piromane, una sigaretta gettata a terra con noncuranza o un molto più comune fulmine caduto tra la vegetazione, gli incendi attecchiscono perché la vegetazione si è seccata dopo due anni di siccità, si allargano perché i venti raggiungono velocità incredibili e alimentano un caldo già insopportabile che non farà che peggiorare la situazione, creando un circolo vizioso che renderà pressoché impossibile il contenimento delle fiamme.

L’esistenza stessa degli incendi, la loro presenza, costituisce in sé la grave situazione che stiamo vivendo. Non solo il disastro australiano, ma quello mondiale delle calotte polari che si sciolgono, delle temperature in visibile aumento, delle stagioni impazzite, dei venti spaventosi, del clima tropicale che prende il posto di quello mite. L’Australia è solo la prima a subire le conseguenze più gravi a causa della sua posizione geografica che la espone maggiormente ai cambiamenti climatici, ma sarà presto seguita da altre zone, rappresentando solo un pronostico di quello che tragicamente stiamo rischiando con l’incoscienza anti-ambientalista in atto.

Per adesso, la politica negazionista attuata nella terra dei koala inizia a mostrare le sue falle – nonostante un mea culpa da parte del Premier, che ha ammesso degli errori durante la gestione dell’emergenza, pur continuando a negare il nesso con il global warming –, mentre il risparmio economico ottenuto non diminuendo le emissioni inizia a gravare con i costi degli incendi indomabili che hanno colpito un terzo della popolazione ed è facile prevedere come il consenso guadagnato sulle spalle del pianeta abbandonerà presto il governo australiano. Ma c’è da chiedersi, fintanto che la coscienza sociale si risvegli, prima che il mondo intero faccia la sua parte per salvare se stesso, se non diventi troppo tardi per rimediare davvero.

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