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Alessio Postiglione: mafie e jihadismo in un libro scritto con Massimiliano Boccolini

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano, Interviste
Tempo di lettura: 5 minuti
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Alessio Postiglione, giornalista, docente ed esperto di comunicazione politica, opinionista per La Repubblica Napoli e per l’Huffighton Post, research all’European University Institute e docente all’Università Luiss, addetto stampa, consulente e campaign manager per numerosi politici al Parlamento italiano ed Europeo, ha pubblicato di recente con il giornalista Massimiliano Boccolini Sahara, deserto di mafie e Jihad edito da Castelvecchi.

Il libro, partendo dalla narrazione di storie di cronaca, quali i sequestri Urru e i casi Bonatti e Calonego-Cacace, descrive in maniera ineccepibile come le mafie siano veri e propri attori politici e lo jihadismo funzionale alla legittimazione sociale dei criminali.

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Ho posto ad Alessio, appena tornato da New York dove è stato ascoltato dalla IV Commissione delle Nazioni Unite sul lavoro svolto assieme al collega Boccolini, alcune domande per meglio comprendere lo spirito e l’essenza dell’opera che ha stimolato l’interesse anche dell’organismo internazionale. 

Il titolo del libro è molto diretto: Sahara, deserto di mafie e Jihad, quale connessione tra le due realtà?

«Gli jihadisti si alimentano attraverso un’economia criminale: traffico di armi, droghe, esseri umani, anche petrolio, opere d’arte e organi, a volte. Per questo, per fare i loro affari, non possono non relazionarsi con le mafie internazionali, a iniziare da quelle più prossime, le italiane. Il nostro lavoro ricostruisce i rapporti documentati fra loro e queste ultime, a partire dai primi abboccamenti, risalenti agli anni Novanta e al clan Genovese della camorra. Ma non ci limitiamo solo alle mafie nostrane. Nel libro, viaggiamo dal Sud America alla Cina. La criminalità organizzata italiana è fra le più interessanti sicuramente, perché ha sempre giocato un ruolo politico. Dalla trattativa al centro del processo di oggi a Palermo, fino a casi molto anteriori come Portella della Ginestra o sequestro Cirillo. Per le mafie, essere coinvolti da movimenti di liberazione nazionale, Cia o Jihad, non è strano, proprio perché hanno sempre avuto un ruolo politico: esse non sono un semplice sodalizio criminale, ma un sodalizio che vive in relazione con la politica e gli Stati, e che può giungere anche a farsi Stato, come tanti casi dimostrano. Altre volte, la mafia è un attore politico che si gioca delle proprie battaglie, come il caso dell’autonomismo siciliano di marca criminale dimostra.»

Le mafie del nostro Paese in che modo rientrano nel contesto delle organizzazioni jihadiste? Semplicemente come supporto logistico-strategico o limitato alla fornitura di armi e traffico di migranti?

 «Il ruolo principale è quello. La mafia fa affari con tutti. Per arricchirsi, vanno bene la destra, la sinistra, americani, russi e perfino jihadisti. Paradossalmente, ai mafiosi questi ultimi vanno benissimo, anche se i boss hanno sempre mostrato un grande zelo cristiano. Gli jihadisti, infatti, si legittimano come guerrieri in nome di Dio, che lottano per i poveri e i deboli, contro i corrotti Stati occidentali o anche contro i musulmani accusati di jahiliyyah, di non essere veri musulmani al servizio della umma, della comunità. Si tratta della stessa retorica dei mafiosi, che legittimano se stessi come contro-ordinamento eretto a protezione delle classi subalterne, sfruttate dagli Stati legittimi. Si tratta di falsità, ma che entrambi alimentano ricorrendo a un complesso apparato identitario cerimoniale, pseudo teologico, anche per quel che riguarda la criminalità organizzata. Isaia Sales ha scritto un libro illuminante sul rapporto fra picciotti e preti.»

Può rispondere a realtà quanto si ipotizza su una presunta “tranquillità” del nostro Paese in merito a possibili atti terroristici proprio in virtù di questo patto tra mafia e jihadisti?

«La tranquillità è data soprattutto dal nostro servizio di intelligence, di altissimo livello. Non è da escludere che ci sia una pax jihadista in Italia siglata dalla mafia che, fra l’altro, proverebbe una mia tesi. Il terrorismo è eminentemente un fenomeno dal basso ma utilizzato da alcuni Stati. Al netto della retorica dei “lupi solitari” e del terrorismo “fai da te” che si associa all’Isis, c’è una regia. E se il regista stabilisce che in Italia non ci debbano essere attentati, l’attentato non c’è. Alcuni ritengono addirittura che ci sia un Lodo Moro 2, cioè un patto fra servizi stranieri e quelli italiani. È un’ipotesi che ricostruiamo nel libro ma che, ovviamente, si basa solo su supposizioni non provabili.»

Si è parlato molto di accordo tra il nostro ministro dell’Interno e i trafficanti di esseri umani per evitare o limitare gli sbarchi sulle coste italiane. Se è vero che le organizzazioni criminali del nostro Paese hanno un ruolo non secondario nei traffici degli jihadisti è lecito ipotizzare un patto anche con esponenti del nostro mondo mafioso?

«Alcuni giornali hanno parlato di un accordo fra il Governo (o i servizi segreti) e i trafficanti. È da escludere, secondo me. Il Governo ha concluso accordi con l’esecutivo di Sarraj che, per bloccare i migranti, ricorre alle maniere forti e affida l’ordine pubblico a delle milizie che, prima, guadagnavano dal traffico di esseri umani. La verità, dunque, è che questi sgherri vincono sempre, prima con il traffico e ora con il controllo delle coste. Ovviamente, non possiamo tollerare che Saraj faccia rispettare la sicurezza delle coste a detrimento dei diritti umani. Usciamo da questo cul de sac, rafforzando il governo libico, in modo che i diritti vengano rispettati e facendo sì che Sarraj non debba più appoggiarsi a personaggi discutibili.»

Perché il vostro lavoro ha circoscritto il campo geografico tra Mali, Mauritania, il Marocco e il deserto al confine tra Algeria e Libia?

«Parliamo di quei Paesi, ma anche del Golfo di Guinea. Si tratta di zone “calde”. Nella Guinea Conakry arriva la coca messicana dall’altra parte del globo, che viene scambiata con armi e venduta in Europa, risalendo il Sahel. In quell’area, inoltre, ci sono veri e propri Stati falliti, come la Libia, aree disputate, come il Sahara Occidentale, terre di nessuno dove, oltre ai jihadisti, operano sedicenti movimenti di liberazione nazionale, come l’Azawad in Mali, i Tuareg o i Tebù, che rendono ancora più fragile il contesto e, dunque, permeabile a mafie e Jihad.»

Hai scritto in un post su un social: Gli jihadisti in fuga da Raqqa dove si rifugeranno adesso? Secondo te?

«Domanda retorica. Cercheranno di venire qui in Europa. Per questo, il dovere morale all’accoglienza – che è anche un obbligo giuridico, ma solo in caso dei profughi –, va bilanciato con un’esigenza di sicurezza nazionale che non è un valore di destra, ma la conditio sine qua nonper ogni Stato.»

Di recente la IV Commissione delle Nazioni Unite ti ha invitato a parlare del lavoro in collaborazione con Massimiliano Boccolini. Quale aspetto ha destato maggiore interesse e quale contributo ritieni possa aver fornito il vostro studio?

«La Commissione si è particolarmente interessata alle nostre analisi sul Sahara Occidentale. In effetti, il populismo e la lotta anti-casta esistono anche in Africa. Giovani disoccupati e senza speranza stanno volgendo le spalle a partiti laici e movimenti di liberazione nazionale di ispirazione socialista perché le élites sono corrotte e utilizzano i soldi per fare gli affari loro. Ne consegue che i ragazzi non credono più nel socialismo ma aderiscono alla Jihad che formula una critica moralista nei riguardi dei molli establishment di questi movimenti. Si tratta di un’involuzione gravissima. Perché porta i ragazzi ad abbandonare la dimensione politica, dove si media e si ragiona, con quella manichea e non compromissoria del fondamentalismo religioso. Dove, se non sono d’accordo con te o tu perdi le elezioni, non è che ti faccio fare il partito di minoranza: ti decapito.»

Prec.

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