Il Fatto

Voglio un Paese anche per me

Né di destra né di sinistra. Il primo partito italiano, quello che, solo, ha ottenuto la percentuale più alta di voti alle ultime elezioni dello scorso 4 marzo, si è sempre dichiarato così: né di destra né di sinistra. Da alcuni giorni, ormai è ufficiale, la leadership politica di questo Paese è nelle sue mani, nelle mani di un movimento che ha abbracciato tra i propri adepti uomini e donne, vestiti (ingannevolmente) di rosso alcuni, ricoperti di nero altri, convinti che un vaffa fosse il leitmotiv che porta alla rivoluzione, l’arma per cambiare le sorti di un futuro tricolore andato in frantumi ormai molto tempo addietro insieme agli ideali da loro stessi traditi. Un movimento che – fingendosi smemorato – siede al tavolo con chi ha ottenuto il risultato più nauseabondo di questa tornata elettorale: il 17% di natura leghista, così tanto odiato e criticato in un passato non troppo antico. Né di destra né di sinistra, quindi, ma sempre un po’ più a destra, solleticando le matite di chi nostalgicamente ripensa a quando i treni passavano in orario, fiducioso che possano tornare a farlo a breve.

A distanza di tre mesi dalle elezioni, dunque, non senza ridicole sceneggiate, l’esecutivo ha preso forma, quantomeno nei volti che lo comporranno definitivamente per i prossimi, si spera pochi, mesi, anni nella peggiore delle ipotesi. I social sono tutto un trionfo, consapevoli di aver avuto un ruolo fondamentale nell’affermazione dei due nuovi vicepresidenti del Consiglio, che del web hanno fatto il loro unico strumento di propaganda – di basso livello – prima, durante e dopo la becera campagna elettorale da non molto conclusasi. Inutile negarlo, infatti: senza Facebook e Twitter i Di Maio e i Salvini starebbero ancora a distribuire bibite allo stadio e a fare quiz in tv. Ma questa è un’altra storia.

I social, dicevamo, sono tutti addobbati a festa con gli analfabeti funzionali, ormai prodotto doc di questa nostra bella nazione, che si scoprono medici, costituzionalisti, economisti, tuttologi sempre informati e mai domi di digitare le loro verità verificate da chissà chi. Caps Lock, cuoricini, like, indignazione, onestà, punti esclamativi: non manca nulla, se non una qualche briciola di coscienza, spazzata via dalle urne di più di mezzo Paese. Per fortuna, a mostrarcela, ha pensato il Matteo polentone che, lo sappiamo bene, quando si tratta di palesare il suo altruismo non prova remora alcuna.

Nel farlo, ovviamente, ha pensato innanzitutto agli immigrati, a una pacchia che non può più durare, perché i pomodori a 1.50 l’ora devono raccoglierli #primagliitaliani, dimostrazione che la coerenza e il patriottismo sono le sue principali caratteristiche. Poi, è toccato ai più ricchi, perché se questo è il governo del cambiamento, non si può pensare ancora che chi possiede tanto debba pagare più tasse. Al diavolo la Costituzione e l’articolo 53 (Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.), al diavolo gli ultimi: per una volta, qualcuno si dedichi ai primi, che di Robin Hood già ce n’è stato uno.

I fedelissimi dell’ex leader felpato, invece, si sono interessati a famiglia e donne, al diritto di amare e anche di procreare, negando che esistano nuclei familiari formati da due persone dello stesso sesso (eppure, la legge sostiene il contrario), e affibbiando un nuovo compito agli ormai smantellati consultori: impedire l’aborto. D’altronde, un vecchio celebre pensatore ci aveva avvisato: la storia è circolare. A quando il ritorno al cilicio?

Facile ironia a parte, fatta per scongiurare la disperazione più totale, mentre la preistoria incombe minacciosa più che mai, in tanti (?) sono rimasti senza una casa politica a cui fare ritorno, soli nei loro simboli spariti e in un’umanità che va dissolvendosi man mano. Che ne sarà, dunque, di chi quegli ideali non li ha venduti al miglior offerente? Che ne sarà di chi crede in una sinistra che non c’è da molti più anni di quanti ne abbia io che scrivo? Che ne sarà di noi che amiamo i colori nell’altro come nell’amore? Chi salvaguarderà il diritto alla vita e alla libertà di ognuno? Quanti Soumalia andranno sacrificati?

Ho visto una bandiera, la mattina successiva alle elezioni, affacciandomi al balcone. Era bianca, con una scritta nera e cinque stelle. Sventolava dalla finestra di qualcuno che abita di fronte, sicuramente fiero dei risultati elettorali delle ore precedenti. Mi ha messo tristezza, ma anche nostalgia. Ho pensato che quelli come me una bandiera, rossa, rigorosamente rossa, non la esporranno probabilmente mai, sicuramente non in tempi brevi, non adesso che le stelle si fanno verdi e qualcuno è stato riabilitato mentre muove i fili nell’ombra. Adesso che siamo noi in minoranza e quasi dobbiamo nasconderci, i drappi neri tornano a librarsi senza timore.

È un periodo difficile per chi ha passione e crede nella politica vera. Quello che doveva essere un governo gialloverde – già di per sé aberrante – sta in fretta smettendo i suoi panni per indossarne di nuovi che puzzano di vecchio. Nessun cambiamento, soltanto un ritorno al passato. Quello che fa più paura. E io, che ho appena venticinque anni, mi chiedo se questo sarà mai un Paese anche per me.

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