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Attualità

Virginia Woolf, l’Islanda e la gender equality

Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta, pensavo, aprendo la porta.

Così scriveva Virginia Woolf nel 1929, nel suo celebre saggio Una stanza tutta per sé. E, a distanza di quasi novant’anni dalla data della sua pubblicazione, il mondo contemporaneo ancora non cessa di interrogarsi costantemente – e a ragion veduta – su questo testo cardine della riflessione di genere.

Agli occhi di molti, questo discorso potrebbe risultare desueto. La condizione lavorativa delle donne, all’apparenza, sembra, difatti, aver guadagnato la piena parità rispetto al mondo maschile e non meriterebbe più in alcun modo di essere portato “sotto i riflettori”. Ciò che sfugge alla pigrizia analitica di questi soggetti è proprio il fatto che, anche qualora le donne potessero ricoprire tutte le posizioni, il mero essere “dovunque” – e anche su questo potrebbero esserci delle forti riserve – non implica l’esserci “allo stesso modo”. In altre parole, quello che si contesta nel mondo attuale non è la mancanza, come negli anni Venti, di impiegate femminili in alcuni settori, bensì la qualità delle loro condizioni di lavoro.

È di questi giorni la notizia che ha visto l’Althingi, il parlamento islandese, come promotore di una legge in grado di eliminare, una volta per tutte, la disparità salariale tra i generi. Già da anni, nella piccola isola, centinaia di donne, guidate dall’attivista Frida Ros Valdimarsdottir, scioperavano lasciando il luogo di lavoro due ore e mezza prima dell’orario prestabilito, il corrispettivo temporale della differenza retributiva rispetto ai loro colleghi di sesso maschile. Finalmente, per queste lavoratrici, il governo ha messo in campo degli strumenti effettivi di tutela.

Una delle maggiori piaghe della violenza di genere, e non solo, è proprio l’inconsistenza dell’uguaglianza formale nelle vicessitudini della vita pratica. L’assenza, insomma, di una parità sostanziale. Per tal motivo, in Islanda saranno previsti severi controlli e ingenti pene per tutti quei datori di lavoro che non rispetteranno le condizioni previste dalla nuova legge. La durezza dell’applicazione è stata vista come un mezzo necessario per sradicare un’usanza malsana dalle antichissime – e ingiustificate – radici sessiste.

La stessa Virginia Woolf, pur auspicandosi una piena co-responsabilità e partecipazione delle donne agli incarichi e alle mansioni destinate agli uomini, non dimenticò mai, nemmeno per un istante, la disuguaglianza economica e accademica offerta al popolo femminile. Dopotutto, che sia per poter scrivere romanzi o per raggiungere il pieno soddisfacimento esistenziale e professionale, la relativa povertà delle donne costituirà sempre un ostacolo per la loro emancipazione. Nessun gene, nessun utero, nessuno stereotipo, infatti, potrà mai realmente svilire l’attività delle lavoratrici, giustificando una minore retribuzione del loro operato.

Abbiamo, allora, molto da imparare dalla tenacia del popolo islandese, che ha saputo non solo riconoscere l’entità e la gravità di un problema, ma ha anche combattuto affinché venisse sradicato con modalità efficaci e pervasive. Non potremo mai davvero ambire a una giustizia sociale, se continueremo a ignorare la portata di una tradizione malata e irrispettosa, se non lotteremo affinché tutti, indistintamente, possano accedere alle stesse opportunità.

La vita, per entrambi i sessi – e li guardavo passare, lottando per farsi strada – è ardua, è difficile, una continua lotta. Richiede coraggio e forza giganteschi. Più che altro, forse, poiché siamo creature d’illusione, richiede fiducia in se stessi. Senza fiducia in noi stessi siamo come bambini in culla. E come possiamo generare in noi, più rapidamente possibile, questa imponderabile eppure inapprezzabile qualità? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. Sentendo che abbiamo qualche superiorità innata rispetto agli altri.

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