Il Fatto

Un silenzio che fa rumore

Sono trascorsi sei anni e otto mesi da quel 12 novembre 2011, ore 21:42, dalla fine non del berlusconismo – come erroneamente detto anche da autorevoli opinionisti –, ma dei governi Berlusconi succedutisi in diciotto anni, un record per la Repubblica italiana. Quasi un ventennio durante il quale la Lega, pur dettando con frequenza l’agenda di governo, non ha mai oltrepassato un limite che l’abile ex Cavaliere è riuscito a gestire, talvolta tirando il guinzaglio e, altre, mollandolo ma mai perdendone il controllo.

Il bravo allievo, oggi Vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, di quella esperienza ha appreso con particolare capacità proprio il tirare il guinzaglio del suo alleato, forte di un bagaglio di quasi il doppio dei consensi della Lega. Guinzaglio che sembra non preoccupare i pentastellati che evidentemente riconoscono nel Premier in pectore un’esperienza che nei primi tempi può tornare anche comodo.

Di Salvini, tuttavia, si parla quotidianamente a causa delle sue continue uscite, egli stesso ne parla tramite i video che carica in rete anche per inveire contro Saviano, il Presidente dell’INPS o il Sindaco di Palermo. Nel suo caso, non c’è il Casalino del Grande Fratello a decidere quando e come rispondere ai giornalisti o postare, fa tutto da solo. Non credo, quindi, valga più la pena fare da cassa di risonanza agli epiteti o alle sparate non contro i camorristi, i mafiosi, gli ‘ndranghetisti, corrotti o i truffatori (e come potrebbe contro la sua stessa forza politica?), ma contro i soliti migranti, l’unico tema che dall’inizio di questo governo è diventato un leitmotiv, perché, si sa, agli italiani, a certa parte consistente del Paese, provoca orgasmi di vecchia memoria. E, quindi, vadano a farsi friggere il lavoro, i disoccupati, i precari e tutto il peggio del peggio.

Vale la pena, però, fare una riflessione seria – senza pregiudizio alcuno e con il massimo rispetto per quei quasi undici milioni di elettori che hanno creduto e sperato nel cambiamento – su tutto quanto detto non solo in campagna elettorale dai 5 Stelle, con i soliti ritornelli ripetuti ossessivamente per anni, i vaffa contro tutto e tutti urlati nelle piazze o nei numerosi video dei principali leader del MoVimento e del guru genovese che proprio sulla Lega hanno accumulato ore e ore di riprese ma oggi tacciono. Silenzio assoluto e quando, finalmente, emette un respiro, Di Maio difende il suo alleato smentendo se stesso e il suo collega Di Battista che dagli USA ha stranamente interrotto le comunicazioni, non sbraita più, il Carroccio ha travolto anche lui.

Una forza politica che si è presentata come alternativa al sistema partitico corrotto e fallito, non più capace di interpretare i bisogni dei cittadini, che ha rifiutato di principio le proposte di Bersani – unica mente pensante e persona perbene del Partito Democratico – e che, pur di raggiungere il traguardo del governo, ha sottoscritto un contratto coalizzandosi con l’esponente più a destra del centrodestra di Berlusconi, la coalizione che ha predicato fino a ieri la secessione, il trasferimento dei ministeri al Nord, che ha riempito di insulti il Sud Italia e che ha fermamente voluto i referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto.

Eppure, il MoVimento 5 Stelle tace, incomprensibilmente non proferisce parola se non per coprire l’alleato per convenienza politica, ingoiando tutto quanto detto neanche pochi mesi prima, forte della memoria labile e della superficialità di quegli italiani che l’hanno votato, di quella parte che sembra non curarsi di certi dettagli tanta è la voglia di gettarsi tra le braccia del migliore trasformista nei cui confronti Brachetti risulta poco più che un modesto allievo. Un ragionamento che segue una logica di fronte al silenzio di chi invece avrebbe dovuto sin dal primo giorno della strana intesa pretendere il premierato in presenza di un successo elettorale numericamente superiore a quello della Lega, evitando così una figura fantasma politicamente insopportabile e un rifiuto categorico di un Ministro dell’Interno con la pretesa dell’esclusiva di parlare in Europa, esprimendo il pensiero della sua parte politica, rinvigorito dalla nullità dimostrata da coloro che avrebbero dovuto avere voce in capitolo ma che, in cambio, si ricordano di formulare frasi a cose fatte.

Gli undici milioni circa di elettori dovrebbero chiedersi per quale partito hanno votato, per quale cambiamento se poi rappresentato anche da chi ha governato per quasi vent’anni e la storia futura ricorderà per la sua inutilità, per le riforme mai fatte e per le ridicole adunate che Monicelli avrebbe meglio messo in scena con il suo cinema. Per non disperdere un sostegno elettorale così significativo, il MoVimento, quindi, o deciderà di dare una sterzata definitiva alla sua permanenza al governo oppure una scissione sarà inevitabile perché troppi sono i malumori di quanti hanno scelto di votare per la speranza, per un cambiamento che non si riduca a ricette da fumo negli occhi come i tagli dei vitalizi agli ex parlamentari che alla fine costeranno per i ricorsi che non potranno non avere che esito positivo per i ricorrenti.

Come giornale, abbiamo titolato Noi non stiamo con Salvini, da adesso chi tace è complice, e con pari convinzione diciamo a Luigi Di Maio e al suo partito che, se continua a tacere, si renderà complice della distruzione di una forza politica nella quale molti hanno in buona fede creduto e sperato, una forza elettorale così consistente formata anche da quella massa ondivaga che ho più volte citato la quale non tarderà a dare forza a Matteo Salvini che, come il figliuol prodigo, potrebbe tornare a casa del padre più forte che mai.

Un silenzio che fa rumore
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