Il Fatto

Un referendum contro il Sud

Noi italiani siamo razzisti, perché non lo vogliamo dire? Dica pure, Maestro Andrea Camilleri, la seguiremo a ruota, Le daremo ragione e, con questo articolo, tenteremo di spiegare che la Sua, come sempre, illuminante affermazione non riguarda – ahinoi – soltanto il delicato tema dell’immigrazione a cui Lei, nel momento specifico in cui ha proferito tale frase, si riferiva. Noi, figli del tricolore, siamo razzisti già gli uni nei confronti degli altri, già Nord contro Sud, e viceversa.

Se qualcuno nutriva dei dubbi, quindi, in merito all’esito del referendum indetto in Lombardia e in Veneto, atto a portare maggior autonomia alle suddette regioni in materia di scuola, sanità e, soprattutto, fiscalità, beh, c’è da ricredersi, da svegliarsi. E pure in fretta.

Domenica scorsa, 22 ottobre, dalle 7.00 alle 23.00, i residenti delle città e delle province di Milano, Bergamo, Pavia, Padova, Verona, Venezia, e così via, hanno sottoscritto quanto l’autore siciliano asseriva soltanto qualche settimana fa, cadendo nel giochino montato ad arte dalle camicie verdi della Lega che, così, hanno giocato e vinto la prima partita di una tornata elettorale che le porterà alle elezioni politiche della prossima primavera.

Sono già più di vent’anni che nelle aree interessate dal quesito referendario, la Lega Nord – perché anche se oggi giornali e TV tentano di omettere questo “piccolo” particolare, il partito capitanato da Matteo Salvini porta ancora nel nome quel Nord che per anni ha sbandierato, fiero di un’appartenenza a un luogo che, al pari di Narnia, non esiste, la Padania – ha costruito il suo consenso su punti quali la rottura della solidità e della solidarietà nazionale a favore delle terre oltre il Po’, in una chiusura identitaria e razzista verso i meridionali che il fondatore, Umberto Bossi, non ha mai rinunciato a rivendicare anche con slogan duri contro Roma Ladrona.

E tanto per rimanere fedeli a questo desiderio di scissione della fantomatica Padania ai danni del nostro Meridione sempre dipinto come patria di nullafacenti e criminali, negli ultimi anni ha promosso, proposto e ottenuto la consultazione che ha avuto luogo domenica scorsa.

La richiesta di una maggiore autonomia, per di più non specificata nella domanda posta nei termini precisi all’atto della votazione, altro non è che un tentativo di trattenere al Nord ancora ulteriori risorse di quante, a discapito del Sud, non vengano già adoperate per dipingere un Paese diviso almeno in due.

Vi siete mai recati in una struttura ospedaliera di Brescia? Oppure, vi è mai capitato di affrontare la sanità campana, siciliana o calabrese? La risposta l’avrete da voi.

Vien da sé che molti abitanti dei luoghi interessati, non conoscendo nel dettaglio la proposta delle rispettive regioni d’appartenenza, non hanno fatto altro che sottolineare l’egoismo di non voler guardare oltre l’uscio di casa e di non voler contribuire al risanamento della parte debole della nazione, alla messa in pari di ogni città e territorio. Il fatto che tale opera sia stata, poi, spalleggiata da sindaci del MoVimento 5 Stelle e persino del Partito Democratico, sapendo bene che per trattare maggiori autonomie non è necessario ricorrere a una consultazione popolare, rende il tutto ancora più squallido e difficile da accettare. Cos’è questo se non un triste tentativo di aggrapparsi al carro vincente per rivendicare la propria presenza nelle aree interessate?

Territori come la Lombardia e il Veneto, sede legale, inoltre, di aziende con fabbriche nelle pianure della Campania o della Puglia, che, quindi, possono contare su più introiti e risorse, è giusto che compensino lo scarto a favore delle regioni già costrette a rincorrere, favorendo, come auspicato, un posizionamento univoco su un’ipotetica linea che intercorre da Aosta fino a Lampedusa. Nessuno va lasciato indietro.

La richiesta di Zaia di riportare nella sua terra il 90% dei contributi versati allo Stato centrale è, in quest’ottica, pressoché criminale. L’auspicio è che la nostra regione sia da esempio per tutte le altre, che anche al Sud possano svolgersi giornate come quella che oggi ha visto il popolo veneto dipanare la propria voce, dichiarava a seggi appena chiusi il Governatore. Tuttavia, ciò che egli ha omesso, o forse dimenticato, è il largo coinvolgimento, spesso, delle giunte regionali, da Nord a Sud, con la criminalità organizzata. Svilire il centralismo a favore dell’indipendenza potrebbe voler significare saltare una lunga serie di passaggi burocratici che avvantaggerebbero le mafie nell’acquisizione di fondi pubblici per gli appalti. È, purtroppo, tristemente dimostrato che la organizzazioni di stampo camorristico abbiano trovato più facilmente terreno fertile nelle realtà locali.

A ogni modo, non si è fatta attendere la replica del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca che ha così strizzato l’occhio all’ipotesi paventata da Zaia: Se la sfida è quella dell’efficienza, del rigore, della gestione corretta delle risorse, io sono davanti ai nostri amici lombardi e veneti. La Regione Campania viene privata ogni anno di duecentocinquanta milioni di euro che vengono sottratti ai servizi e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane Italia. Questo è assurdo.

È assurdo, a nostro avviso, che a oggi, nello stesso identico Stato, ci siano province e regioni a Statuto Speciale, che siano privilegiate da una fiscalità che non ha più senso d’esistere, di un’autonomia come quella siciliana che consente l’assunzione di tanti più forestali di quanti non ce ne siano in tutto il resto dello Stivale. Sono queste le diversità da limare, le criticità da appianare per un’equa distribuzione delle risorse, non il contrario, non la corsa a chi meglio riuscirà a dire la sua in casa propria.

La morale, al termine di queste lunghe e dibattute prime giornate post referendarie, è che del tricolore sembra interessare a tutti in egual misura solo in piena estate, sotto l’ombrellone, quando i nostri calciatori calcano i campi di qualche trofeo mondiale. Per il resto, ognuno pensa ai fatti suoi. Se dopo oltre centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, settanta dal dopoguerra e successiva stipula della Costituzione, ci ritroviamo qui ancora a parlare di autonomie, anziché di un unico, grande Stato coeso e forte delle sue singole tradizioni che convergono in un mix impareggiabile di cultura, storia, bellezza e possibilità, figuriamoci come potremmo mai guardare ai Paesi esteri simboli reali d’integrazione e di culture che s’intrecciano per favorire lo sviluppo. In Italia il verde non è più il colore della speranza.

 

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