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Trump arriva al Midterm sulla strada dell’odio

Il prossimo 6 novembre sarà un giorno molto importante per le sorti della politica americana e per tutto il clima socio-politico mondiale: si svolgeranno, infatti, le Midterm Elections, le Elezioni di Metà Mandato. Rilevanti tanto quanto le Presidenziali, a due anni di distanza da queste, sono un difficile banco di prova, in quanto riguardano vari livelli di potere: locale, statale e federale.

Nello specifico, in questa tornata elettorale si voterà per il rinnovo di 435 membri della Camera dei Rappresentanti (House of Representatives) – che si scioglie automaticamente ogni due anni – e per un terzo del Senato, i quali, insieme, costituiscono i due organi rappresentativi, simili alle nostre Camere, che compongono il Congresso, l’organo legislativo del governo americano, l’insieme di coloro che lavorano per realizzare e approvare le leggi federali. Non solo, si dovranno rinnovare anche i Governatori di 36 Stati, tra cui alcuni molto importanti per l’economia del Paese come California, Kansas, Iowa, Florida.

Attualmente, sia il Senato che la Camera dei Rappresentanti sono in mano al Partito Repubblicano, la fazione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. All’opposizione, dunque, per ribaltare la maggioranza servirebbe che alle prossime elezioni le poltrone momentaneamente già ricoperte restino salde più altre 24 cariche per la prima e soltanto altre due per il secondo. In questo modo, si potrebbero bloccare le leggi che Trump sta mettendo in atto, approfondire investigazioni sul conflitto d’interesse (terminologia giuridica che noi in Italia conosciamo abbastanza bene soprattutto grazie al governo Berlusconi, tanto somigliante a quello del Tycoon) e su alcune cariche eminenti dell’attuale amministrazione, nonché opporsi alle nomine del Presidente in materia di giudici della Corte Suprema.

Tutto ciò potrà essere possibile solo se le generazioni più giovani degli aventi diritto al voto si recheranno in cabina: si stima che durante le Midterm Elections del 2014 soltanto il 20% dei votanti fosse formato da cittadini dai 18 ai 29 anni. Esprimere la propria preferenza, tuttavia, mai come in questo caso, potrebbe davvero contare per cambiare le sorti di una deriva che da poco meno di due anni si muove con una serie di leggi che vanifica tutto il lavoro svolto dalla precedente amministrazione, quella di Barack Obama, che ha compiuto passi da gigante soprattutto nel campo della sanità pubblica e dei diritti umani. In particolare, per ciò che concerne questi ultimi, con alcune politiche rivolte a una migliore integrazione della comunità LGBT, soprattutto quella transgender, più soggetta ad attacchi discriminatori. La transizione, infatti, è associata con notevoli pregiudizi a qualcosa di sporco, depravato, di connesso alla pratica della prostituzione – a volte unica alternativa per chi vive questa condizione –, in quanto è davvero ancora difficile, soprattutto nelle zone più rurali e periferiche, scardinare il pregiudizio legato alla volontà e alla necessità di essere fisicamente simili al sesso verso cui ci si sente di appartenere, differente da quello biologico in cui si è nati.

Obama, inoltre, è riuscito a raggiungere traguardi importanti  anche in termini di integrazione, appellandosi al Title IX, una legge federale che appartiene al corpus degli Educational Amendments, emendamenti risalenti al 1972 in cui si afferma che nessun individuo negli USA può subire discriminazioni sulla base del sesso o vedersi negare i benefici spettanti di diritto nei programmi di istruzione o di assistenza finanziati dagli organi federali. Questi provvedimenti, che hanno da sempre suscitato il malcontento dei Repubblicani, tra gli altri, sono stati criticati aspramente anche da Roger Severino, personaggio molto vicino al Presidente Trump, oggi a capo dell’Office for Civil Rights at the Department of Health and Human Services (OCR: Ufficio per i Diritti Civili presso il Dipartimento di Salute e Servizi Umani), responsabile dell’applicazione e di eventuali modifiche del Title IX. Sarebbe come dire, in termini spiccioli, che la pecora è in bocca al lupo, ovvero che ora Severino non ha più nessun ostacolo a impedirgli di modificare la legge secondo la volontà dell’ala conservatrice che la vorrebbe applicabile soltanto a persone che rispecchiano il proprio sesso biologico. E probabilmente, se le elezioni saranno favorevoli al suo partito, lo farà: annullando di fatto i diritti all’uguaglianza di un milione e quattrocentomila persone transgender negli USA e di quella piccola fetta che riguarda gli intersex, detti volgarmente ermafroditi, ovvero coloro che nascono con entrambe le caratteristiche genitali, di cui una è più sviluppata di un’altra, che soprattutto in passato venivano sottoposti a una serie di difficili operazioni di normalizzazione.

Il governo, in questo modo, sta cercando di spingere, come afferma anche il New York Times, a riconoscere come ufficiale soltanto il sesso di nascita, quello determinato dalle parti intime. Dopo averne bandito l’accesso alla carriera militare a luglio 2017, con la giustificazione che la presenza nelle forze armate di individui in transizione comporterebbe una maggiore spesa sanitaria, e con il divieto di poter usare il termine transgender nei documenti ufficiali, la linea dura del Presidente si sta spingendo oltre un certo limite abbastanza preoccupante. A contrastare tutto ciò, anche sui social, sono nate numerosissime campagne di denuncia e informazione, una su tutte quella capeggiata dall’hashtag #wontbeerased, che sta riscuotendo abbastanza successo.

Tempi duri per i diritti umani, basti pensare che da quando Trump ha iniziato il suo mandato la sezione Human Rights è stata silenziosamente cancellata dal sito della Casa Bianca. Un gesto che mette in chiaro la linea dura che il Tycoon promette di voler applicare anche nei riguardi della carovana di migranti che lo scorso 18 ottobre è partita da San Pedro, in Guatemala, ingrandendosi sempre più e attraversando El Salvador fino a giungere in Messico il 22 ottobre, da cui i profughi che la compongono stanno proseguendo il loro lunghissimo cammino. Sarà difficile immaginare come queste persone, spinte dalla fame e dalla disoccupazione causata anche da una politica corrotta fino al midollo – sostenuta dal governo centrale – possano farsi intimidire dalle minacce di intervento militare, arresto e deportazione che arrivano da un’America del Nord a cui, in realtà, della manodopera servirebbe eccome.

A questo clima abbastanza acceso si aggiungono come benzina sul fuoco gli ultimi avvenimenti, che auspichiamo possano far riflettere gli elettori americani e portare a un’inversione di marcia: l’arresto dell’Unabomber Cesar Sayoc per aver inviato 13 pacchi bomba a esponenti democratici – il quale, ormai nelle mani degli agenti FBI, ha dichiarato di aver agito secondo gli insegnamenti del Presidente Trump, da lui considerato come un padre – e il gravissimo attentato alla sinagoga Tree of Life di Pittsburg, in Pennsylvania.

Lo scorso 27 ottobre, infatti, approfittando del sabato di preghiera, il giorno in cui la comunità ebraica si riunisce per le celebrazioni religiose, Robert Bowers al grido di Gli Ebrei devono morire ha fatto irruzione nel luogo di culto – famoso per essere progressista e molto impegnato nel sociale –, sparando a raffica, colpendo a morte undici persone e ferendone altre sei, tra cui quattro agenti di polizia. Per il gravissimo attacco, il più grave nella storia degli Stati Uniti per quanto riguarda la comunità ebraica, Trump ha espresso prima una forte condanna, parlando di un odio terribile a cui la comunità tutta deve reagire superando le divisioni, poi è ritornato sulla linea dura replicando che se la sinagoga avesse avuto maggiori protezioni all’entrata ciò non sarebbe mai accaduto. In una nazione dove comprare un’arma è più facile che curarsi in ospedale tutto ciò sembra davvero un controsenso.

Un controsenso che i cittadini degli Stati Uniti possono placare alle urne, prima che questa ondata di insofferenza non sia solo un fenomeno marginale ma entri nel nostro quotidiano in maniera così presente che ci abitueremo tristemente e passivamente anche a questo. Sperando che colpisca sempre gli altri e non noi, ovviamente. Anche se lo insegnano già alle scuole elementari che l’odio porta odio e, a Pittsburg come in qualsiasi città della nostra cara Italia, potrebbe segnare anche il nostro vivere quotidiano.

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