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“Tre volti” di Jafar Panahi: il cinema clandestino che vince oltre i confini

Quando il film Tre volti di Jafar Panahi ha vinto il Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2018, durante la cerimonia per la consegna dei premi la poltrona su cui avrebbe dovuto sedere il premiato è rimasta vuota. Il cinema clandestino del regista e sceneggiatore iraniano, comunque, nonostante la condanna e le conseguenti restrizioni personali e lavorative subite in patria, supera le censure e si impone andando oltre i confini fisici e culturali. Il cineasta dissidente, infatti, è stato condannato nel 2010 a un periodo di prigione e al divieto di scrivere e di realizzare film per un ventennio, dopo l’accusa di aver sostenuto le manifestazioni antigovernative del 2009. Negli ultimi anni, tuttavia, ha girato diverse opere, con pochi mezzi e l’aiuto dei tecnici e degli artisti amici più fidati, facendole arrivare in Europa in modo avventuroso – una volta, raccontano le cronache, perfino nascondendo il dvd in una torta – e permettendo ai suoi lavori di partecipare a diverse manifestazioni. Nel 2015, con l’opera Taxi Teheran, ha vinto l’Orso d’Oro per il miglior film al Festival di Berlino.

In Tre volti, Panahi e la famosa attrice iraniana Behnaz Jafari recitano interpretando se stessi. Nella finzione narrativa, la donna è sconvolta perché ha ricevuto sul cellulare il video di una giovane ragazza (interpretata dalla sorprendente Marziyeh Rezaei) che chiede aiuto e minaccia di uccidersi perché la sua famiglia non le permette più di proseguire gli studi a Teheran. La popolare artista lascia il set delle riprese del film al quale stava partecipando e chiede aiuto, a sua volta, al regista iraniano, per capire se il video è autentico oppure è stato manipolato da qualcun altro e, di conseguenza, per mettersi alla ricerca della ragazza. Il viaggio in auto in cerca della verità, al di là della comunicazione tecnologica, porterà i due protagonisti in alcuni villaggi di una regione montuosa dell’Iran, dove gli abitanti li accoglieranno con cortesia, senza andare oltre il rigido codice non scritto ma vissuto quotidianamente della loro tradizione culturale, avversa a ogni cambiamento dei ruoli e dei comportamenti comunitari.

Per descrivere i tre volti del passato, del presente e del futuro del cinema e della storia del suo Paese, Panahi è andato a girare il film, che è anche un breve ma denso trattato di antropologia culturale, nei tre villaggi dove hanno vissuto i suoi genitori e i suoi nonni. E le storie delle due attrici protagoniste, la Jafari dell’attuale successo popolare cinematografico e televisivo e la giovane artista dall’incerto futuro, si intrecciano allo sfumato ricordo di una famosa star dello spettacolo di prima della Rivoluzione, una certa Shahrzad, che richiama alla mente un’artista reale a cui è stata vietata, da tanti anni, l’apparizione pubblica. La scena finale, un’inquadratura in campo lunghissimo dove la macchina da presa e lo sguardo del regista seguono le due donne che scendono dall’auto e si allontanano lungo una strada stretta e tortuosa sembra citare quella del capolavoro Sotto gli ulivi (1994) del grande maestro Abbas Kiarostami, sul set del quale Panahi, oggi ultracinquantenne, ha lavorato come assistente. Tre volti è un omaggio, teso e struggente ma al tempo stesso realista, al rispetto della tradizione e della cultura della terra dove l’autore è nato e ha vissuto il passato umano e artistico, e alla libertà dell’espressione artistica di superarne i confini, per cercare di immaginare e poi vivere un possibile futuro.

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