Cultura

Tra arte e vita: la storia di Lizzie Siddal, l’Ophelia di Millais

Nel 1851 John Everett Millais dipinse Ophelia, una tela che viene oggi considerata il manifesto dell’arte preraffaellita. Il dipinto ha come soggetto uno degli episodi più emblematici della tragedia shakespeariana, Hamlet, quella in cui l’innocente e remissiva Ofelia, ormai folle, si lascia affogare nelle acque di un fiume. Chi ha letto i versi in cui il Bardo dell’Avon narra la tragica fine della bella fanciulla, quando vede il quadro dipinto dall’artista inglese non può far a meno di notare con quanta cura egli abbia riprodotto la natura che fa da scenario al drammatico episodio: un salice piangente, delle ortiche, violette, margherite, rose e ranuncoli circondano il corpo dell’eterea Ofelia che si lascia trasportare dalla corrente, rappresentata sotto le sembianze dell’affascinante Elizabeth “Lizzie” Siddal.

Conosciuta anche con il diminutivo di Lizzy o Lizzie, Elizabeth Siddal nacque a Londra il 25 luglio 1829 da una famiglia modesta, poco abbiente. Terza di otto figli cominciò a lavorare come modista in una bottega di Cranbourne Alley, tuttavia, la sua bellezza la portò ben presto a percorre una strada diversa da quella che i genitori avevano deciso per lei. La giovane, infatti, venne notata dal pittore Walter Howell Deverell che, incantato dalla chioma di fuoco e dal dolce viso, la scelse come modella per la rappresentazione di Viola nel suo quadro dedicato a La dodicesima notte di Shakespeare.

La conoscenza di Deverell fu fondamentale per Lizzie che si avvicinò alla cerchia dei pittori preraffaelliti diventandone così, anche contro il volere del padre, la modella prediletta, poiché incarnava per loro il perfetto ideale di bellezza. La giovane venne, infatti, contesa da diversi artisti che volevano ritrarla con le vesti di innumerevoli eroine del passato, tra cui, per l’appunto, il celebre personaggio shakespeariano. Per riprodurre fedelmente Ofelia annegata, la Siddal fu costretta a restare a lungo immersa in una vasca da bagno, la cui acqua era riscaldata da alcune lampade e candele. Tuttavia, durante una delle sedute, una lampada si ruppe, l’artista troppo concentrato non se ne accorse ed Elizabeth svenne per il freddo. Riportata a casa in fin di vita, Lizzie contrasse una bronchite cronica che le minò la salute per sempre e che spinse suo padre a ritenere il pittore responsabile, al punto da trascinarlo in tribunale per ottenere un indennizzo per le spese mediche sostenute.

Fatale per Elizabeth, però, fu soprattutto l’incontro con Dante Gabriele Rossetti, con il quale intraprese una lunga e tormentata relazione che andò a indebolire ulteriormente la cagionevole salute di lei. La vicinanza con i preraffaelliti fece sviluppare in Lizzie lo spirito artistico che da sempre aveva nascosto. Iniziò a disegnare, dipingere e persino a scrivere innumerevoli poesie, i cui temi erano spesso la morte e l’amore infelice. Il talento artistico della Siddal, quindi, fu ben presto notato da John Ruskin, che ne divenne il mecenate, acquistando tutto quanto da lei prodotto e facendosi carico delle sue onerose spese mediche.

Nel 1857 la giovane artista espose per la prima volta i suoi lavori insieme agli altri membri della confraternita. Questa gioia, però, venne accompagnata da diversi dispiaceri come la morte del padre e gli innumerevoli tradimenti di Dante con altre modelle. Per alleviare i dolori fisici, tra i quali quelli dovuti a un’anoressia nervosa, e spirituali, Lizzie cominciò allora a fare uso di laudano diventandone dipendente. Per alleggerire le sofferenze della donna, inoltre, nel 1860 l’innamorato decise finalmente di sposarla, regalandole qualche istante di felicità, presto interrotta dalla nascita di una figlia morta. A tale trauma Lizzie non seppe resistere e, proprio come l’eroina shakespeariana a cui aveva dato il volto e che l’aveva resa famosa, la sera dell’11 febbraio 1862 si tolse la vita a soli 32 anni con una dose eccessiva della droga prodotta proprio da quel fiore, il papavero che in Ophelia preannunciava la morte della fanciulla. A trovarne il corpo fu il marito che decise di bruciare il biglietto d’addio di Lizzie, in modo da poterla sotterrare in una terra consacrata. Dante, tra l’altro, volle seppellire insieme alla sua amata l’unico manoscritto delle poesie scritte per lei. Sette anni più tardi, però, una notte decise di riaprire la tomba per recuperare il quaderno. Si narra che all’apertura del sepolcro il corpo di Elizabeth e il suo viso fossero intatti e che i suoi splendidi capelli rossi fossero cresciuti sino a riempire completamente la bara.

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