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Totò Riina e la morte dignitosa: quando lo Stato non può più tacere

Tranquilli, non siete stati catapultati nel passato. Se in questi giorni, sfogliando i quotidiani, scorrendo la home dei social o facendo zapping, vi siete ritrovati il sorriso compiaciuto di Totò Riina a sbeffeggiarvi, non temete: non siete nei primi anni Novanta. Sì, è vero, Berlusconi sta riscrivendo la legge elettorale e i più gioiscono per la sconfitta della Juventus in finale di Champions League, ma potete fare un sospiro di sollievo: siete nel 2017. Forse, solo con qualche capello bianco in più o con la laurea appena in tasca, anche se l’Italia – e il disagio intorno a voi – vi sembra sempre uguale a circa venticinque anni fa. Lo sapete, siamo un popolo di tradizione, il cambiamento non ci piace troppo.

E così, dicevamo, mentre in Parlamento si tenta l’ennesimo assalto a una democrazia ormai inesistente, il resto del Paese si ritrova, ancora una volta, costretto a subire le angherie di uno Stato che profuma di mafia, di violenza e di corruzione. Sono trascorse poche ore, infatti, dalla rumorosissima scelta della Cassazione di prendere in considerazione la richiesta di possibile differimento della pena avanzata dal legale del Capo dei Capi. Lo scorso anno, l’avvocato del boss più famoso di Cosa Nostra, tramite presentazione di un’istanza ufficiale, aveva chiesto al Tribunale di sorveglianza di Bologna – che decide sulle richieste di pene alternative alla detenzione in carcere presentate dai condannati – di sospendere la condanna o di rimettere agli arresti domiciliari il proprio assistito a causa delle condizioni di salute piuttosto precarie di quest’ultimo. L’istanza, però, era stata prontamente rifiutata poiché, nonostante le gravi patologie del mafioso, i presupposti per una scarcerazione risultavano insufficienti e lo stato di detenzione nulla aggiungeva alla sofferenza della patologia, essendo il rischio dell’esito infausto pari e comune a quello di ogni altro cittadino, anche in stato di libertà. Il Tribunale, inoltre, aveva sottolineato la pericolosità del soggetto in questione, ancora oggi, dopo ventiquattro anni dal suo arresto, ritenuto al vertice della spietata organizzazione mafiosa.

Lo scorso 5 giugno, però, la prima sezione penale della Cassazione, dopo la pubblicazione di una sentenza sulle condizioni di Riina, ha annullato l’ordinanza con rinvio, invitando cioè il Tribunale di Bologna a rivalutare e motivare con maggiori dettagli il proprio giudizio, tenendo conto soprattutto della Costituzione – in termini di dignità e umanità – e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sulle quali, anche dinanzi al più feroce dei criminali, non si può e non si deve soprassedere.

Secondo la Cassazione, infatti, l’ordinanza dei giudici emiliani presenterebbe, in alcuni punti, motivazioni contraddittorie e carenti. La dignità dell’esistenza va rispettata anche in carcere, perché mantenere la restrizione di un soggetto, nonostante il decadimento fisico, può essere contrario al senso di umanità. Per cui, anche al detenuto così pericoloso da ritrovarsi recluso al 41-bis non può essere negato il diritto di morire dignitosamente. In caso contrario, il mantenimento della restrizione in carcere potrebbe risolversi in una detenzione inumana. La contraddittorietà, invece, consisterebbe nel riconoscimento, da parte del Tribunale, delle carenze strutturali della Casa di reclusione di Parma seppur definite da questo irrilevanti. La Corte, infine, sottolineando l’indiscusso spessore criminale del capoclan avrebbe indicato la necessità di precisi argomenti di fatto rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto a interagire con il pericolo di recidivanza, al fine di giustificare la decisione presa lo scorso anno.

Da lunedì, quindi, l’opinione pubblica si sta interrogando sulla possibilità di concedere al boss per eccellenza una sospensione della pena o, quantomeno, un ritorno a casa in attesa di chiudere gli occhi in via definitiva. Non è difficile immaginare, però, i toni accesi di una polemica che, sicuramente, sia in questa fase sia quando vi sarà una decisiva sentenza, farà parlare a lungo, generando un malcontento per nulla salutare.

È innegabile, infatti, che l’Italia, ancora in cerca di numerose e agghiaccianti risposte, non sia pronta ad affrontare un argomento simile. Nel Paese che non sa garantire una vita dignitosa – di certo non a Riina, ma alle persone perbene – pensare a una morte con dignità fa quasi sorridere. Soprattutto, alla luce dei numerosi dibattiti in merito – come ricordano Eluana Englaro prima, Piergiorgio Welby poi e, ahinoi, tanti altri, fino al più recente Dj Fabo – che sicuramente non hanno assicurato a chi non c’è più un fine vita degno.

Le ferite riconducibili alla mano di Totò Riina, poi, sono purtroppo ancora fresche e sanguinanti, troppo giovani e dolorose per non suscitare reazioni forti in chi ne porta addosso i segni. Le violenze, le stragi, le atrocità e i colpi di Stato organizzati dal più crudele dei capi siciliani che si ricordi, difatti, hanno marchiato indelebilmente la nostra storia, le nostre vite, il passato, il presente e il futuro di una nazione che, almeno da chi l’ha guidata – e la guida ancora – è stata ridotta in brandelli, consegnandola per sempre a un destino criminale e imbastardito. Una nazione che, lo avranno detto in tanti, è oggi soltanto un’anima persa, dannata, relegata sull’orlo dell’abisso, pronta a cadere ancora.

Fanno rumore, quindi, le reazioni della politica – per la maggiore contraria al differimento – ma, soprattutto, quelle di coloro che combattono affinché la memoria di chi con dignità, quella vera, ha dato la propria vita per la giustizia e la legalità non venga cancellata. Su tutti, l’eco delle dure parole di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, risuona prepotente: lo Stato dopo 25 anni da quell’orrore in questo caso si appresterebbe a pagare una cambiale contratta con un mafioso per armare la sua mano ed eliminare il vero ostacolo alla trattativa fra lo stesso Stato e la mafia. Riina, quando ha scatenato la sua furia contro Falcone e Paolo Borsellino, sapeva che, in caso di arresto, non sarebbe morto in carcere. Rientrava nel patto di chi gli armò la mano, commissionandogli la seconda strage. Un pezzo della “Trattativa”. Se questo è lo Stato italiano non rispondo delle mie azioni. È vergognoso. […] Ai suoi accoliti Riina, durante il maxi processo, diceva di stare tranquilli perché tutto si sarebbe sistemato in Cassazione. Cosa che non potette accadere solo perché, lavorando Falcone e Borsellino d’anticipo, si riuscì a disarcionare Corrado Carnevale dalla sezione penale della Cassazione. E cambiando presidente caddero i patti. Arrivando al verdetto passato in giudicato. Adesso Riina continua a modo suo a rassicurare. Ottenendo in cambio la pietà di questa controfigura dello Stato. Annullerò le commemorazioni per l’anniversario del 19 luglio. Che cosa commemoriamo a fare venticinque anni dopo? Vogliamo commemorare Paolo mettendo in libertà l’assassino dei suoi ragazzi fatti a pezzi in via D’Amelio? […] Se penso a che cosa ha sacrificato Paolo, alla sua vita perduta, davanti a questa notizia sento crollarmi tutto addosso, dopo tanti anni di lotte e di corse da un tribunale all’altro per invocare verità e giustizia.

Parole ribadite anche da Tina Montanaro, vedova di uno degli agenti della scorta di Falcone, che in un’intervista rilasciata a La Repubblica ha detto: Non penso che Riina abbia mai pensato ad assicurare una morte dignitosa a mio marito, a Giovanni Falcone e a tutte le altre vittime che ha fatto saltare in aria. Non posso dimenticare quello che è accaduto nel 1992. Nessuno dovrebbe dimenticare.

Nessuno deve dimenticare, è vero, ma può uno Stato di diritto prescindere dalle mozioni avanzate dalla Corte di Cassazione? Si fa fatica a cercare una risposta con lucidità, certo, tuttavia la legge non può non tenere conto della Costituzione. A Totò Riina vanno garantite le cure necessarie nelle condizioni migliori perché, come ha sostenuto anche Enrico Mentana, il diritto non è vendicativo, ma severo. Ciò che possiamo sperare, però, è che quelle condizioni vengano ricreate dietro le sbarre o tra le pareti sicure di un istituto circondariale. Permettere al boss di ritornare a casa, anche solo per dire addio a chi – sebbene faccia rabbrividire – gli vuole bene, rischierebbe di creare un precedente di notevole portata le cui conseguenze, inutile nasconderlo, è palese che non saremmo in grado di controllare. Così come potremmo non essere mai certi della sua possibile innocuità, considerando anche le minacce che negli anni il capomafia non ha mai smesso di fare.

A Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, al Generale Dalla Chiesa, alle loro scorte, alle consorti, al bambino sparito e sciolto nell’acido, alle innumerevoli vittime del terribilmente perfetto sistema mafioso, nessuno ha mai concesso di dire addio ai propri cari. E loro, sicuramente, lo avrebbero meritato.

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