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“The vanishing – il mistero del faro”: tre uomini e un malloppo

In mano a Roman Polanski, The vanishing sarebbe stato un magistrale thriller psicologico dall’ambientazione claustrofobica. Gli elementi che avrebbero fatto la gioia del cineasta polacco e che avrebbero potuto rendere il film un piccolo classico del genere c’erano tutti: tre uomini a guardia di un faro su di una piccola isoletta al largo della costa scozzese sferzata dai venti e dalle onde dell’Oceano Atlantico. Un fragile equilibrio che viene spezzato da un elemento esterno. Un gioco al massacro, soprattutto psicologico, che mette a dura prova la convivenza e fa deflagrare l’istinto animale insito nell’essere umano. Tutti elementi potenzialmente esplosivi che vengono posizionati efficacemente nella prima parte della pellicola.

La storia si basa su un fatto realmente accaduto e cioè la scomparsa, nel 1900, dei tre guardiani del faro dall’isola Eilean Mòr: il giovane Donald McArthur, l’anziano Thomas Marshall e il padre di famiglia James Ducat. L’isolotto fa parte delle cosiddette Seven Hunters, meglio conosciute come isole Flannan, piccolo arcipelago al largo delle coste occidentali scozzesi, scelto nel 1600 dal predicatore irlandese San Flannan come ritiro spirituale che, proprio su Eilean Mòr, costruì una piccola cappella. Poiché su quella rotta si erano verificati numerosi disastri navali, alla fine del 1800 si decise di installare un faro che richiedeva ovviamente la presenza di qualcuno che se ne prendesse cura. Inoltre, visto il forte isolamento a cui era ed è sottoposto il luogo, venivano sempre inviati tre uomini, con turnazioni, a sorvegliare l’installazione.

L’isola, battuta dai venti e dai flutti, nonché priva di risorse naturali, veniva rifornita ogni quindici giorni, mare permettendo. Il 26 dicembre 1900, però, dopo sei giorni di ritardo sulla data prevista, la nave di rifornimenti Hesperus approdò sull’isola e non trovò nessuno. Solo i residui di un pasto e il diario di Thomas che riferiva di una tempesta a metà mese e del crescente nervosismo degli uomini. Poi, sempre secondo il diario, la tempesta si era placata e dal 19 dicembre più nulla. Secondo la versione, ufficiale i tre sarebbero stati inghiottiti da un’onda anomala mentre si trovavano sulla scogliera a 34 m di altezza. In realtà, non si è mai saputo cosa sia successo e ovviamente sono fiorite le più disparate leggende sul loro destino, soprattutto a carattere soprannaturale: fantasmi, mostri marini, maledizioni e quant’altro. Il film non prende questa direzione e, a pensarci bene, è stato prudente a non farlo perché, a meno che non sei Peter Weir che con il mistero della scomparsa di Hanging Rock seppe costruire un ottimo thriller metafisico, diventa difficile non scadere in soluzioni banali.

Il regista danese Kristoffer Nyholm, sulla base della sceneggiatura di Celyn Jones e Joe Bone, ha invece preferito concentrare l’attenzione sul precario equilibrio psicologico tra i tre uomini che viene spezzato dal ritrovamento di una cassa e di un individuo che farà di tutto per difenderla. Da qui si attenderà poi l’arrivo dei legittimi proprietari dell’oggetto che non si faranno attendere. La cassa contiene qualcosa di molto prezioso che sarà la molla giusta – il cosiddetto McGuffin, termine hitchcockiano che indica il pretesto narrativo – per far precipitare gli eventi successivi nel corso dei quali il terzetto dovrà difendersi sia da minacce esterne sia dai propri demoni interiori che purtroppo, in una situazione di tensione, non faticano ad affiorare.

La pellicola butta giù le proprie carte in maniera molto efficace nella prima parte in cui si stabiliscono le coordinate geografiche ed emotive della vicenda: i protagonisti, il patriarca saggio, l’uomo esperto e il giovane pivello, vivono delle precise dinamiche psicologiche calate in un contesto naturale selvaggio dal grande fascino e fotografato in modo evocativo. Un film di facce scolpite dagli elementi marini, soprattutto quella inossidabile di Peter Mullan – indimenticabile interprete di numerose opere, su tutti ricordiamo Braveheart (1995) di Mel Gibson e My name is Joe (1998) di Ken Loach –, perfetto nel rendere il vecchio lupo di mare scozzese che porta sulle spalle il fardello di una tragica storia personale, Gerard Butler – l’iconico Leonida di 300 (2007) e il romantico fantasma di Phantom of the Opera (2004) – che più invecchia più diventa interessante, e il giovane irruento Connor Swindells.

The vanishing è uno di quei film nei qualil’ambientazione naturale selvaggia in cui si rispecchiano gli aspetti più deteriori dell’animo umano e l’atmosfera da catastrofe incombente la fanno da padroni. E, infatti, la rovina viene preannunciata da piccoli segni premonitori come il guasto del faro e della radio, nonché il ritrovamento di alcuni gabbiani morti. Tali eventi contribuiscono alla costruzione di un’efficace tensione narrativa basata sul sospetto che l’apparente equilibrio tra i personaggi sia in realtà molto precario.

Nella seconda parte però, quando i conflitti esplodono, le cose succedono un po’ troppo velocemente, perdendo in tal modo quell’evoluzione psicologica costruita così bene nella prima metà e chiudendo le cose in maniera decisamente prevedibile e, diciamolo, non appagante per lo spettatore. La storia di un pugno di uomini che si trova fortuitamente a venire in possesso di un malloppo appetibile che si risolve in un gioco al massacro, spesso in contesti naturali avversi, non è nuova ma, se giocata bene, può produrre piccoli gioielli, come per esempio il thriller di ambientazione nevosa Soldi sporchi (1998) di Sam Raimi, per non parlare del classico di John Huston Il tesoro della sierra madre (1948). In tema di equilibri che saltano in ambienti claustrofobici o comunque isolati, come si diceva all’inizio, Polanski è l’altro punto di riferimento: l’isola inglese de L’uomo nell’ombra (2010), il gioco a tre de La morte e la fanciulla (1994) e la claustrofobica barca del suo primissimo film, Il coltello nell’acqua (1962), sono tutti elementi che ritroviamo diluiti in The vanishing ma senza la riflessione antropologica e lo sguardo tagliente e morboso dell’autore polacco. Intendiamoci, il film di Kristoffer Nyholm rende comunque il fascino tipico di queste storie grazie alla solidità di due attori consumati come Mullan e Butler e a una messa in scena che valorizza al massimo l’ambientazione da isola ai confini del mondo, ma manca quel salto qualitativo che gli avrebbe permesso di diventare un classico del genere.

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