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“The Square”: i luoghi e i tempi dell’arte e della vita sociale

Cosa fa di un oggetto un’opera d’arte? In quale tempo e in quale luogo un accadimento può essere considerato “artistico”? Queste, forse, sono le prime domande che lo spettatore si pone dopo aver assistito alla visione del film The Square, scritto e diretto da Ruben Ostlund, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2017.

L’opera narra di Christian, curatore degli eventi di un museo di arte contemporanea, e degli alti e bassi della sua vita quotidiana, divisa tra preoccupazioni di lavoro e problemi esistenziali. Con molte difficoltà, tra la ricerca di disponibilità economica e la concorrenza degli altri musei, il protagonista cerca di dare un’impronta socialmente “corretta” alla sua attività.

Per tale finalità, promuove una particolare installazione artistica, intitolata The Square, che consiste in un quadrato recintato da luci e realizzato al centro della piazza antistante l’entrata del museo. L’installazione sarà animata dalle persone comuni che si fermeranno e leggeranno su una piccola targa il senso dello stare “dentro” l’opera: un piccolo “luogo sacro” di socialità all’interno del quale ognuno potrà partecipare e relazionarsi con gli altri all’insegna della gentilezza e della solidarietà.

Due eventi verranno a complicare il lavoro e la vita di Christian: la necessità di affidare a un’agenzia pubblicitaria la promozione dell’evento artistico e il furto del portafogli e del cellulare.

Per recuperare i suoi oggetti personali, il protagonista seguirà i consigli superficiali di un suo collaboratore, con conseguenze non previste e soprattutto contrarie alla sua concezione dei rapporti umani. Altrettanto disastrosi saranno gli esiti della promozione di The Square affidata a due giovani manager, macchiettisticamente votati alla creazione di “effetti forti”, al di là dei contenuti dell’evento pubblicizzato.

Il difficile rapporto e la sovrapposizione tra arte e vita reale sono emblematicamente rappresentati nel film di Ostlund soprattutto nella scena dell’evento-cena di gala, “animata e contaminata” dalla performance di un uomo-scimmia che si aggira tra i tavoli degli invitati. Al suo arrivo, gli eleganti partecipanti mostrano una reazione divertita e un’attesa curiosa sui possibili sviluppi, ma quando l’ospite comincia a infastidire soprattutto quelle persone che mostrano di più il loro disagio, il divertimento cede il posto all’irritazione e all’insofferenza.

Alla fine, il performer non si comporta più come un uomo che fa la scimmia, ma proprio come un essere vivente guidato dal puro istinto animale, che prende per i capelli una giovane donna, tentando di trascinarla via. Il panico è generale, così alcuni tra gli uomini presenti accorrono in soccorso della vittima e aggrediscono l’uomo-scimmia picchiandolo in maniera selvaggia.

Tra dramma, satira e racconto morale, l’autore di The Square vuole mostrarci la falsità, il degrado fisico e la solitudine nella quale vivono gli uomini e le donne nella società attuale. Anche l’arte contemporanea, che a volte scade in “intrattenimento” ed è specchio fin troppo fedele della più ampia “società dello spettacolo” di cui fa parte, non riesce a immaginare un “altrove” significativo che racconti e illumini il reale e ci renda consapevoli di quella condizione esistenziale.

L’opera di Ostlund è caratterizzata da una tensione narrativa che a tratti diventa, purtroppo, ripetitiva e involontariamente moralistica, nonostante la forma estetica ricercata e la forza drammatica della messinscena.

La vita e le relazioni umane così come si definiscono in teoria, ci suggerisce il film, non riescono poi a realizzarsi e a esprimersi nella realtà di tutti i giorni e anche l’arte e la creatività, quindi, devono contraddittoriamente fare i conti con il tempo storico e i luoghi economici, sociali e politici della loro possibile rappresentazione.

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