Interviste

Il teatro di strada di Vittorio Cosentino nel cuore di Napoli

Nel centro storico di Napoli, tra i luoghi più belli e ricchi di storia, c’è Piazza San Domenico Maggiore che, oltre alla stupenda basilica dalla navata centrale con archi in stile gotico, è circondata da quattro tra gli edifici più belli della città per arte e passato: Palazzo Petrucci e quello di Sangro, il Saluzzo di Corigliano e il Casacalenda.

Al centro della piazza spicca la guglia barocca di San Domenico, ai cui piedi, sovente, si esibiscono artisti di strada, alcuni di gran talento. Tra questi, per bravura e notevole esperienza, si contraddistingue un attore che da qualche tempo rappresenta classici di Molière, Cechov e, soprattutto, il Macbeth di William Shakespeare. Monta la scena, indossa i costumi, arruola coprotagonisti, figuranti o recita da solo, lo conoscono tutti, anche gli agenti della Polizia Municipale a cui lui, con la sua dolcezza, ha ricordato che il Sindaco della città, a differenza di altri, ama gli artisti di strada.

Lo incontro e lo invito a prendere un caffè al vicino bar dove il cameriere lo saluta con particolare attenzione e rispetto e gli serve il solito in vetro con un po’ di latte. Subito comincia a raccontare del teatro che porta in piazza, del suo teatro, da sempre ragione di vita.

«Un giorno, camminando per la città, scoprii che Napoli era tutto un teatro all’aperto. Da Piazza Bellini verso Piazza San Domenico, proprio in questo punto dove siamo ora, la mattina alle sei era un incanto. Capii che eravamo in un salotto letterario unico al mondo. Nei giorni seguenti, un gruppo che faceva musica popolare partenopea, mi chiamò dopo aver assistito a una mia rappresentazione e mi chiese di organizzare un laboratorio lì in piazza. Nel giro di pochi mesi, quindi, lo avviai, forte di molte giovani iscrizioni. Con una decina di quei ragazzi ho poi messo su Otello, Giulio Cesare e Pinocchio

Vittorio Cosentino, questo il suo nome, calabrese della provincia di Cosenza, poco più che sessantenne, dopo aver sorseggiato il solito vorrebbe raccontarmi tutto della sua vita, delle sue esperienze, delle lotte studentesche. Mi dice con orgoglio di aver fatto il ‘68 all’Università di Bari dove ha partecipato all’occupazione del Benito Mussolini, l’ateneo fondato nel 1925 che ha portato il nome del Duce fino al 2008 per poi essere intitolato ad Aldo Moro.

«Occupammo la casa dello studente e un centro culturale abbandonato, il Santa Teresa dei Maschi. Cominciammo a farlo funzionare come cinema e teatro, è lì che nacquero la mia vita “sul palcoscenico”, dopo esperienze di recitazione amatoriale, e il Teatro Osservatorio. Chiamammo un regista di Milano, Carlo Formigoni, specializzato nell’opera di Bertolt Brecht e insieme fondammo un gruppo, il Kismet, che ancora esiste. Girammo tutta l’Europa e anche in Israele. Lavorammo, poi, all’Amleto e lo portammo al festival di Sant’Arcangelo di Romagna. In seguito, il Kismet cominciò ad andarmi stretto e fondai il Collettivo Teatro Aperto. Qui iniziò la mia ricerca.»

E a Napoli?

«A Napoli già c’ero stato con il Kismet. L’anno scorso, però, una mia attrice del collettivo mi chiese di fare un laboratorio a Nola. Accettai, ma all’appuntamento fissato non trovammo nessuno, così proposi di tornare nel centro storico partenopeo e improvvisare qualcosa. Arrivammo all’una di notte in Piazza Bellini e, fattoci un po’ di spazio, dopo aver messo su lo spettacolo, riscontrammo un gran successo sia di pubblico che di cappello. Dissi alla mia amica: ma quale laboratorio? Qui c’è un tesoro!»

Il teatro in strada lo avevi già sperimentato?

«Sì, nei tempi di vuoto con il Kismet tenevo un laboratorio con il Teatro Osservatorio. Facevo allenare i miei attori per strada perché nel corso della tournée in Inghilterra avevo visto che c’era una bella tradizione di festival all’aperto e notato targhe che ricordavano rappresentazioni teatrali per le vie. Con questo gruppo sperimentavo di fare spettacoli in piazza girando la Puglia, portavo Shakespeare, Molière, rappresentazioni sulla mafia, teatro puro. Vedevo che la cosa funzionava bene.»

Quali sono gli autori che prediligi?

«Shakespeare, Molière e poi il primo autore straniero che ho rappresentato, Cechov. Da ragazzo il primo che ho messo in scena è stato Pirandello in Pensami Giacomino. Ma l’autore che più mi ha colpito è stato Cechov e la sua opera Il giardino dei ciliegi, che parla della crisi della società aristocratica, un po’ quello che aveva già previsto ne Il gabbiano… Prima o poi verrà una tempesta che ci travolgerà tutti. Poi, come ti ho detto, Shakespeare. Ricordo che quando facevo la fila nella mensa universitaria, leggevo l’Amleto e, pian piano, mi innamoravo dell’opera.»

Cosa rappresenta per te il teatro?

«L’essenza del teatro è racchiusa in un mistero che si chiama momento presente. Con il teatro noi riusciamo a capire l’essenza del funzionamento del cervello umano. Questa è la magia dello spettacolo: i grandi autori ci fanno capire, in parte, come funzioniamo. Shakespeare ha avuto la grande capacità di creare decine e decine di personaggi, uno diverso dall’altro, sembra che si somiglino ma sono diversi. Macbeth, che io rappresento, è straordinario perché è soprattutto un visionario.»

Chi sono i visionari del nostro tempo?

«Tutti i politici e gli artisti. Gli artisti li divido in tre categorie: utili, inutili e dannosi. I primi sono quelli che riescono a cogliere l’essenza del bisogno, facendo in modo che essa venga afferrata sia per lorp che per gli altri. Quelli inutili, invece, sono coloro che colgono solo il loro bisogno. I dannosi non servono né agli uni né agli altri.»

Normalmente reciti da solo?

«Ci sono spettacoli in cui recito da solo e altri in cui sono in scena con due, quattro ma anche quindici attori.»

Me ne mostra alcuni seduti su delle fioriere forse in attesa di essere chiamati…

«C’è un’attrice bravissima che ha fatto Desdemona, Roberta Di Maio, poi Annalisa, Fulvia Checchini e altri.»

Il pubblico è generoso?

«Per essere gratificato economicamente, devi valere. Io l’avverto subito quando qualche volta non sono in forma, l’incasso è inferiore agli altri giorni.»

Quanto dura lo spettacolo?

«Massimo quaranta minuti, ma meglio tenersi sui trenta e anche meno.»

Lo spettacolo più apprezzato?

«Il Macbeth ha fatto record di incassi. Per carità, c’è chi ti dà un euro ma qualche volta, come giorni fa, un’inglese mi abbraccia e dona cinquanta euro. Anche l’Otello, comunque, ha molto successo. Il teatro di strada è questo, devi creare qualcosa che attragga in modo tale che la persona che non è ancora spettatore ma uno che sta mangiando una pizza, bevendo una bibita, un caffè, si fermi e assista al tuo spettacolo. Devi fare in modo che lo spettacolo sia gradito più del cibo e della bevanda che ha consumato. Bisogna saper accontentare tutti, l’intellettuale, l’operaio, il professore. Shakespeare, leggendolo, accontenta ognuno, perché in lui si coglie l’essenza della vita, ci fa capire chi siamo, dove andiamo e a cosa serve il teatro, la forma più raffinata dell’arte.»

Vittorio mi fa segno di terminare la conversazione, deve preparare la scena e cominciare la rappresentazione. C’è già qualcuno che aspetta appoggiato alla recinzione dell’obelisco, qualche turista bene informato, in attesa, sta finendo di mangiare una prelibatezza piegata a portafoglio. Il nostro attore deve assolutamente catturarlo con la sua recitazione che dovrà avere il sapore migliore di una pizza.

*Foto di Ferdinando Kaiser©

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