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In Svezia potrebbero essere tutti femministi

Per me il femminismo è una questione di giustizia. Sono femminista perché voglio vivere in un mondo più giusto. Sono femminista perché voglio vivere in un mondo in cui nessuno dica mai a una donna che cosa può o non può fare, che cosa deve o non deve fare, solo perché è una donna. Voglio vivere in un mondo in cui gli uomini e le donne siano più felici, in cui non siano vincolati dai ruoli di genere. Voglio vivere in un mondo in cui gli uomini e le donne siano davvero alla pari, e per questo sono femminista.

Non ci sono dubbi, il mondo fa davvero molta confusione sul significato del termine femminismo. Non c’è, quindi, da stupirsi se qualcuno storcerà il naso sentendo nominare il titolo del celebre libro di Chimamanda Ngozi Adichie Dovremmo essere tutti femministi. Molto spesso, difatti, si cerca di appiattire le potenzialità del significato di questo lemma, associandolo a una sorta di misomania o misocrazia. Quasi come se fosse il pretesto per esaltare o inneggiare a una presunta superiorità femminile o per tenere in vita delle questioni superate. Di per sé, invece, il femminismo si riferisce a una serie di questioni di ambito etico, civile, politico e – perché no – anche di carattere ontologico. Tali indagini hanno l’obiettivo e il pregio di investigare all’interno della vita pubblica e privata dei soggetti umani al fine di combattere per una maggiore vivibilità sociale, rivolta a tutta la popolazione, indistintamente, e non solo – come si pensa – alle donne. Per tal motivo, il testo della scrittrice nigeriana non è semplicemente stimolante, ma anche – e soprattutto – necessario affinché le nuove generazioni, e non solo, comprendano l’imprescindibilità, ai fini del raggiungimento della giustizia sociale, di una maggiore ricerca della parità di genere.

Il problema con il genere è che prescrive come dovremmo essere, piuttosto che riconoscere come siamo. Ora, immaginate quanto saremmo stati più felici, quanto più liberi di vivere le nostre vere individualità, se non avessimo avuto il peso delle aspettative di genere.

Abbiamo accennato alle nuove generazioni, proprio perché questo libro è stato velocemente ed entusiasticamente accolto in Svezia, dove moltissime associazioni si sono impegnate per diffonderlo e donarne una copia gratuita a tutti i ragazzi del penultimo anno delle scuole superiori. La casa editrice Albert Bonniers Förlag, collaborando con la United Nations association of Sweden e con la Swedish Women’s Lobby, è riuscita a distribuire il volume già a centomila giovani in tutto il Paese, sperando in tal modo di favore la diffusione del testo anche in altre fasce della popolazione.

La nazione svedese ha ritenuto, con ottime motivazioni, che la lettura dell’autrice nigeriana fosse uno spunto altamente formativo per gli adolescenti e la loro formazione. Un’educazione che tiene conto dei grossi limiti della tradizione sessista ha, infatti, il grande vantaggio della consapevolezza ed è in grado di eliminare quei comportamenti e quelle ingiustizie che sono il frutto di un reiteramento acritico – e utilitaristico – del passato. Una maggiore presa di coscienza da parte di questi ragazzi, così vulnerabili nell’età dello sviluppo, favorirà senza dubbio il loro equilibrio psico-emotivo, liberandoli da una serie di aspettative che non li rispecchiano e, soprattutto, non li rispettano nella loro necessità di autodeterminazione.

Anche in questa occasione, il Paese nordico ha dato dimostrazione di una grande attenzione verso quelle tematiche sociali che aiutano il progresso civile. Nonostante sia stato sconvolto da alcuni spiacevoli eventi in questi ultimi giorni, inoltre, non ha cessato di mantenere la propria mente aperta verso l’accoglienza e l’integrazione, dando prova di estrema lucidità e di grande spessore. Questo atteggiamento – così sensibile, così umanizzante – è lo stesso che ha portato i cittadini locali verso importanti obiettivi e mirabili scelte. La promozione del testo Dovremmo essere tutti femministi rappresenta solo una delle tante azioni che potrebbero portare il popolo svedese a divenire femminista e, quindi, a non sentire la necessità di esserlo più. Se c’è un desiderio, alla base del sogno di liberazione femminista, è proprio quello di dover smettere di combattere. Un mondo egualitario, non fondato sul dominio e sullo sfruttamento, non avrebbe bisogno di essere femminista. Ma il nostro, sfortunatamente, ancora sì. Per questo motivo, non possiamo che ammirare l’attivismo della carismatica Chimamanda Ngozi Adichie e prendere esempio dalla lungimiranza della Svezia, sperando che questo esperimento possa fungere da modello per il pianeta intero.

Cosa accadrebbe se, nell’educazione dei figli, ci concentrassimo sulle capacità, invece che sul genere? Cosa accadrebbe, nell’educazione dei figli, se ci concentrassimo sull’interesse, invece che sul genere?

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